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articolo della rivista numero 152
LAVORO IN EUROPA:
SFIDE E OPPORTUNITA’
La crisi economica e il crollo degli assiomi del neoliberismo creano la necessità di ripensare un sistema economico e dei rapporti sindacali nuovi
di Bruno Ciccaglione*
Mentre l’impatto della crisi economica si abbatte sull’Europa, i lavoratori difficilmente potranno confidare sul cosiddetto “modello sociale europeo” e sulla sua capacità di evitare i danni che la crisi porterà in Europa come nelle altre aree regionali del mondo. In effetti è sempre più difficile oggi riconoscere molte delle caratteristiche di quel capitalismo che si era affermato in Europa dopo la seconda guerra mondiale. Sia pure con molte differenze da un paese all’altro, affermando l’obiettivo di preservare e/o sviluppare il “modello sociale europeo”, molti sindacati intendono difendere e rilanciare un modello di collaborazione/dialogo sociale con le imprese e con gli stati, che in passato aveva garantito uno stato sociale generoso, la contrattazione collettiva nazionale, sistemi di previdenza e assistenza pubblici e la quasi piena occupazione.
Ma i bei tempi di una volta sono passati e ciascuno di questi pilastri è stato pesantemente messo in discussione: gli obiettivi fondamentali dell’Unione europea sono oggi subordinati ai principi delle politiche neoliberiste, pur se ormai prive della legittimazione mediatica che le ha promosse nei decenni scorsi e che dopo il collasso del sistema finanziario cercano una nuova legittimazione.
MODELLO SOCIALE EUROPEO?
Che l’Unione europea perseguisse un “modello sociale europeo” ben diverso da quello del passato, permeato dalla cultura neoliberista, era chiaro sin dall’approvazione del Trattato di Nizza del 2000, la cui carta dei diritti sociali sin dai primissimi articoli sancisce il prevalere di una nuova cultura, anche attraverso la sostituzione del vecchio “diritto al lavoro” con un più leggero e flessibile “diritto a lavorare”. I trattati successivi saranno nel solco di quella impostazione. Il Trattato costituzionale europeo - bocciato nel 2005 con i referendum francese e olandese - e poi il Trattato di Lisbona - bloccato dopo il “no” irlandese del giugno 2008 - avevano il chiaro obiettivo di dare legittimità istituzionale e carattere definitivo alle attuali politiche economiche e sociali dell’Unione. Politiche a favore dei processi di liberalizzazione, di privatizzazione dei servizi pubblici e finalizzate alla ridefinizione del modello sociale europeo allo scopo di renderlo più funzionale alle necessità competitive delle multinazionali europee.
Entrambi i trattati sono di difficile lettura e i loro contenuti sono bizzarri, data l’intenzione di semplificare il funzionamento delle istituzioni europee, e stridenti se messi a confronto con le costituzioni nazionali. Il Trattato costituzionale europeo conteneva il termine “banca” 176 volte, “mercato” 88 volte, “liberalizzazione” o “liberale” 9 volte, “competizione” o “competitivo” 29 volte, “capitale” 23 volte: tutto ciò era alquanto inusuale per una “costituzione”. D’altra parte il Trattato di Lisbona, ampiamente basato sugli stessi concetti (1), è composto da più di 250 pagine contenenti un elenco di circa 300 emendamenti al Trattato di Roma (che nel 1957 fondò la Comunità europea), una sessantina di emendamenti al trattato di Maastricht (che nel 1992 stabilì le regole economiche cui i singoli stati dovevano attenersi - indirizzate a prevenire un ruolo attivo degli stati nazionali nell’economia lasciando mano libera ai mercati - e che è stato la base tecnica dell’euro). Infine contiene anche 12 protocolli e numerose ulteriori dichiarazioni.
D’altro canto, le istituzioni della Ue non sono mai state così impopolari. Per capire perché basta ricordare che secondo le statistiche ufficiali (che in molti casi sottostimano quelle reali), circa l’8% dei lavoratori dell’Unione europea sono registrati ufficialmente come disoccupati e più del 16% della popolazione della Ue - circa 72 milioni di cittadini europei - sono considerati a rischio di povertà (con un reddito inferiore al 60% del reddito medio nel paese in cui vivono). Infine, dagli anni Ottanta i salari reali non sono più allineati con la crescita di produttività e la quota di reddito nazionale che va ai salari è diminuita in quasi tutti gli stati europei, portando a una significativa ridistribuzione del reddito dal lavoro al capitale (si veda il documento della Commissione europea European Economy, Statistical Annex, 2006 (ec.europa.eu/economy_finance/publications/publication7883_en.pdf ).
LA CONTRATTAZIONE COLLETTIVA E I DIRITTI DEL LAVORO
Sempre di più ci si accorge dei legami fra le politiche nazionali e quelle della Unione europea o di come ciascun governo stia partecipando a decisioni prese al livello della Ue che poi producono un impatto negativo sulle condizioni di vita. Gli stessi governi che assumono le decisioni all’interno del Consiglio dei ministri europeo tendono poi a presentarsi a livello nazionale come “vittime” delle politiche “imposte” dalla Ue, come se non avessero partecipato al processo decisionale.
Diverse Direttive, ben lungi dal risolvere i problemi dei cittadini, piuttosto ne hanno creato di nuovi. Il “no” nel referendum francese del 2005 sul trattato costituzionale fu ampiamente influenzato dal dibattito sulla Direttiva Bolkestein sui servizi, che era il tentativo di creare le condizioni per una piena liberalizzazione del “settore dei servizi”, includendovi i settori dei servizi pubblici non ancora completamente liberalizzati, come l’istruzione, la sanità e i mercati del lavoro. Uno degli elementi fondamentali della proposta consisteva nel consentire ai fornitori di servizi di offrirli all’interno di tutta l’Unione, ma essendo obbligati a seguire solo le norme del paese in cui si trovava la sede legale delle società. La clausola del “paese d’origine” è stata giustamente considerata da sindacati e movimenti sociali come un chiaro incentivo al dumping sociale ed ecologico. La proposta originaria, a seguito di imponenti mobilitazioni di organizzarsi sindacali e movimenti sociali, ha dovuto essere cambiata e solo una versione più soft della direttiva è stata infine adottata.
Ma il principio del “paese di origine”, formalmente cancellato dal testo della Bolkestein, e che comunque in teoria non avrebbe dovuto riguardare il mercato del lavoro, in realtà è ben lungi dall’essere stato cancellato dalla legislazione europea. Infatti la Corte europea di giustizia, negli ultimi due anni, si è pronunciata su quattro casi affermando che il diritto a competere e la libertà d’impresa meritano maggior tutela dei diritti del lavoro e di quelli delle organizzazioni sindacali. In uno di questi casi, addirittura, l’azione legale contro i sindacati è stato promosso direttamente dalla Commissione europea anziché, come negli altri casi, da imprese che ritenevano violato il loro “diritto al massimo profitto”. La Corte ha ritenuto che sebbene il diritto di sciopero sia da considerarsi un diritto fondamentale, tuttavia su di esso prevale il diritto delle imprese a fornire servizi dall’estero anche quando questo viola i diritti alla contrattazione collettiva dei lavoratori e dei loro sindacati (caso Laval-Vaxhom, Svezia – v. art. di Catherine Barnard). La corte si è anche pronunciata sulla relazione tra le regole sulla libertà di movimento delle imprese e il diritto dei lavoratori a intraprendere azioni collettive, incluso lo sciopero, stabilito dal Trattato della Comunità europea. Anche in questo caso, pur riconoscendo come il diritto di sciopero e di intraprendere azioni collettive sia garantito dalle leggi internazionali e da quelle comunitarie, la Corte ha ritenuto che i diritti dei lavoratori organizzati non siano opponibili alla decisione di una società di trasferire all’estero parti della produzione (caso Viking, Finlandia). Inoltre la corte si è pronunciata sul caso un’azienda polacca operante in Germania che applicava il salario minimo ignorando la contrattazione di secondo livello: la corte ha stabilito che costringere le aziende di altri paesi europei ad attenersi alla contrattazione collettiva tedesca impedirebbe alle imprese fornitrici di servizi estere di competere sulla base dei loro più bassi salari (caso Rueffert, Germania). Va sottolineato come le decisioni siano tutte basate sull’attuale legislazione europea. In altre parole queste sentenze chiariscono meglio le reali implicazioni per i lavoratori e i sindacati dell’attuale legislazione europea e la reale scala di valori in cui gli “eurocrati” hanno costruito la Ue finora.
Fortunatamente il parlamento europeo ha appena respinto la proposta della Commissione europea di revisione della Direttiva sull’orario di lavoro, che se approvata avrebbe consentito alle imprese di imporre ai lavoratori orari settimanali che superano le 60 ore, favorendo la contrattazione individuale in luogo di quella collettiva. Evidentemente, più che le mobilitazioni - stavolta davvero sottotono a fronte della gravità della proposta - poté la crisi: approvare in tempi di crisi un simile provvedimento sarebbe sembrato folle, un incentivo ai tagli occupazionali.
A questo quadro si aggiungono le politiche sui migranti, che si muovono su un doppio binario: da un lato con la Direttiva della “carta blu” si aprono dei canali preferenziali di accesso all’Europa per lavoratori altamente qualificati e istruiti; dall’altro le politiche nei confronti degli stranieri senza documenti e di quelli meno qualificati si indirizzano verso un approccio sempre più xenofobico, che legittima e “regolamenta” la detenzione (fino a 18 mesi) e la “deportazione” degli irregolari (il termine usato in inglese nella Direttiva è “deportation”, che nella versione italiana i traduttori di Bruxelles hanno opportunamente ammorbidito col termine “rimpatrio”).
I SINDACATI DI FRONTE AD UN BIVIO
Di fronte a questo quadro aumenta il numero di sindacati che si mostrano apertamente critici dell’Europa neoliberista. Anche la crisi economica globale potrebbe contribuire in questo senso. Sebbene la Confederazione europea dei sindacati (Ces) sia ancora in favore del Trattato di Lisbona e l’aggressiva agenda di trattati di libero commercio promossa dalla commissione europea (si veda il documento della Commissione Global Europe competing in the world, trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2006/october/tradoc_130370.pdf ), il mondo sindacale, anche all’interno della Ces, cerca di trovare un modo per reagire agli attacchi che subiscono i lavoratori. Se le strategie adottate dalla Ces nei decenni scorsi fossero state efficaci nella difesa degli interessi dei lavoratori, difficilmente il dibattito sul ruolo dei sindacati sarebbe uscito dal circuito sindacale. Assistiamo invece, all’interno del processo dei Forum sociali e delle reti tematiche dei movimento sociali più diversi, a un crescente peso delle tematiche legate al lavoro, come abbiamo visto al recente Fse di Malmo e come certamente vedremo a Belem, in una discussione che trascende il mondo del sindacalismo.
Sia pure in modo embrionale, sia pure in una fase di debolezza non solo dei sindacati ma anche dei movimenti sociali in Europa, questa tendenza ci indica il tentativo, perlomeno di una parte del mondo sindacale, di ripensare il ruolo e le pratiche adottate per affrontare le sfide della globalizzazione.
In generale sono evidenti nel mondo sindacale e nei movimenti che danno particolare rilievo alle tematiche del lavoro due diverse strategie, non sempre necessariamente in competizione fra loro, anzi a volte con legami e perfino con soggetti coinvolti nelle iniziative di entrambi i campi: da un lato la tradizionale strategia europea del cosiddetto “Tripartismo”, nella logica del “dialogo sociale” (concertazione) con le imprese e con le istituzioni, concentrata principalmente sulle campagne per un “Lavoro decente” (Decent work) che puntano a garantire un lavoro decente per tutti attraverso la negoziazione di clausole sociali; dall’altro lato rappresentanti e attivisti di un sindacalismo più radicale, che cercano di pensare alle sfide del lavoro attraverso nuove forme di collaborazione con altri movimenti sociali, che definiscono il lavoro ed i lavoratori in modo più ampio e che intendono costruire la loro agenda su temi e pratiche che vanno al di là dei luoghi di lavoro.
In questo senso recentemente ha assunto un avuto ruolo importante il network Lavoro e Globalizzazione. Nato nello spazio del Forum sociale mondiale, è il luogo d’incontro delle diverse tendenze presenti nel mondo del lavoro e dei movimenti sociali che ai temi del lavoro attribuiscono particolare rilevanza. Anche se i soggetti che vi partecipano lo fanno con aspettative e posizioni politiche diversificate, il network favorisce l’apertura di un confronto su questioni particolarmente sentite e controversie. L’esigenza di dare delle risposte in termini di mobilitazione alle politiche sociali della Ue è stato uno dei temi forti del dibattito recente del network, la crisi lo sarà sempre di più nei prossimi. Per dare un esempio del modo in cui questa rete ha canalizzato il dibattito recentemente si pensi all’ultimo Fse e al ciclo di seminari promossi dal network dedicato alle sentenze della Corte di giustizia europea. Chiaramente orientamento a produrre mobilitazioni comuni, il ciclo di seminari, ha visto il confronto con la Ces risolversi con l’approvazione di un documento in cui le organizzazioni sindacali presenti, a prescindere dalla Ces, hanno lanciato una serie di mobilitazioni: favorire e sostenere il blocco dell’approvazione del Trattato di Lisbona nei paesi in cui non è ancora stato approvato (come la Svezia), come strumento politico di pressione per ottenere la sconfessione dei principi affermati dalla Corte; lanciare una mobilitazione europea anche nel caso la Ces non se ne faccia promotrice. In altre parole un numero crescente di sindacati mette in discussione sia l’impostazione politica che le modalità di azione della Ces, posizionandosi esplicitamente contro il Trattato di Lisbona e contro un approccio basato esclusivamente sul dialogo sociale e il rapporto istituzionale con la Ue.
PROBLEMI APERTI (LIMITI)
Se dunque è possibile valutare positivamente il fatto che nel mondo del lavoro europeo si rafforzano le posizioni di quanti ritengono essenziale la ricostruzione di un rapporto di forza più favorevole ai lavoratori come premessa indispensabile di qualsiasi negoziazione con le istituzioni della Unione europea, tuttavia è ancora evidente, nel mondo sindacale, una difficoltà a ripensare in modo complessivo il modello di sviluppo in una prospettiva globale. Che cosa produrre, per chi, sulla base di quali relazioni sociali e con quali meccanismi democratici? Non a caso, infatti, il dialogo tra il sindacalismo tradizionale europeo e gli altri movimenti è più complicato sulla strategia commerciale della Europa globale, sul cambiamento climatico e nell’approccio alle migrazioni. La divaricazione tra i sindacati europei e quelli del Sud si fa più evidente e netta se si mette in discussione il ruolo del continente europeo all’interno degli equilibri globali, laddove il sostegno a un modello basato sul rafforzamento della competitività delle imprese europee, sullo sfruttamento delle risorse energetiche e naturali del Sud, sulle migrazioni è ben lungi dall’essere superato da parte dei principali sindacati della Ces. È evidente come in una situazione di debolezza del mondo del lavoro abbiano prevalso negli ultimi decenni le tendenze difensive dell’esistente. Emblematicamente, mentre i sindacati dell’America latina e dell’Asia celebravano come una vittoria delle loro mobilitazioni il fallimento del Doha Round dell’Organizzazione mondiale del commercio a Ginevra l’estate scorsa, la Ces non solo non ha espresso la sua posizione ufficiale prima dei negoziati ma non ha neppure commentato il fallimento dei negoziati stessi.
Sul cambiamento climatico abbiamo assistito ai primi tentativi europei di una discussione allargata e comune fra movimenti ambientalisti e mondo del lavoro. Cresce la consapevolezza, nel mondo sindacale, della necessità di affrontare in modo nuovo una crisi che indubbiamente apre, soprattutto in periodi di crisi economica, contraddizioni forti all’interno del mondo lavoro, tanto più per chi pensa ai lavoratori solo sul luogo di lavoro, piuttosto che ai lavoratori come classe. Per questo è importante, anche se è solo un primo passo, la decisione di molti sindacati europei di fare propria la mobilitazione dei movimenti ambientalisti che in occasione del vertice delle Nazioni unite sul clima, a Copenaghen nel dicembre 2009, organizzeranno un vertice dei popoli.
Per ricostruire nuove forme di solidarietà internazionale capaci di evitare la competizione al ribasso, che è uno dei tratti fondamentali del capitalismo globalizzato, anche in Europa c’è bisogno di strategie e azioni nuove. Mentre col crollo del sistema finanziario mondiale si preannuncia la crisi economica più forte dai tempi della “Grande depressione”, crollano anche gli assiomi dell’ideologia neoliberista che negli ultimi venticinque anni ha intossicato il pianeta. Come si vede, un pianeta in cui al lavoro vengono riservate solo le briciole non funziona.
NOTE
(1)Valery Giscard d’Estaing, su “Le Monde” del 27-10-2007 affermava che “nel Trattato di Lisbona, redatto esclusivamente sulla base del progetto di Trattato costituzionale, gli utensili sono esattamente gli stessi. È cambiato solo il modo in cui sono ordinati nella cassetta degli attrezzi” (www.lemonde.fr/opinions/article/2007/10/26/la-boite-a-outils-du-traite-de-lisbonne-par-valery-giscard-d-estaing_971616_3232.html)
*SdL intercategoriale - Labour and Globalization Network