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articolo della rivista numero 151


Il fondamentalismo cattolico


Walter Peruzzi

A essere fondamentalista non è solo qualche minoranza cattolica tradizionalista, ma il cattolicesimo in quanto tale

Qui, come in genere in tutto il numero, indichiamo col termine “fondamentalismo” la pretesa di imporre per legge a tutti i cittadini, anche a quelli che non la condividono, una determinata etica (solitamente religiosa, ma talvolta anche laica). Corollario è la supremazia del clero, o della casta che tale morale rappresenta, rispetto alle autorità civili.
Come esempio di questa concezione si citano di solito quegli stati islamici che ispirano i propri ordinamenti alla legge coranica e dove il clero esercita anche il potere politico. Anzi spesso si afferma che il fondamentalismo è tipico dell’islam mentre il cattolicesimo - esclusi certi periodi storici o esigue sue minoranze come i lefebriani - riconoscerebbe la distinzione fra chiesa e stato, cioè la laicità di quest’ultimo e il suo diritto a darsi autonomamente proprie leggi.
Ma ciò è falso. L’idea che la società debba essere guidata dal Vangelo, e quindi dalla Chiesa che se ne autoproclama depositaria, è stata infatti sostenuta da quest’ultima ininterrottamente dal IV secolo ad oggi. Il fondamentalismo è perciò tipico, come vedremo, del cattolicesimo in quanto tale.

Il clero è più altolocato del re
Nel IV secolo un dottore della Chiesa, Giovanni Crisostomo, affermava che “il clero occupa una posizione più altolocata del re … Come l'anima sul corpo, come il cielo sulla terra” e nel XIII secolo il massimo teologo cattolico, Tommaso d’Aquino, ripeteva che “Il potere civile è sottoposto a quello spirituale come il corpo all'anima”. A questa presunzione di supremazia si univa la pretesa che tutti accettassero la verità cattolica: già nel 347, pochi anni dopo la concessione della libertà di culto ai cristiani da parte di Costantino, il neoconvertito Firmico Materno esortava gli imperatori a imporre a tutti il culto dell’unico vero Dio, abbattendo i templi pagani; nel IV secolo Agostino invocava la forza statale contro gli eretici; a metà del V secolo papa Leone I Magno, dottore della Chiesa e santo, affermava che è dovere dell’imperatore “sopprimere energicamente, come nemici dello stato... coloro che disturbano la pace della chiesa”. Dal Mille in avanti, poi, tutti i papi professarono la teoria delle due spade, una delle quali “deve essere usata dal sacerdote e l’altra dal cavaliere”, ma obbedendo al “cenno del sacerdote” (Bonifacio VIII, Unam sanctam, 1302).

Tale subordinazione, mentre garantiva privilegi economici e sociali al clero, costringeva i cittadini ad accettarne non solo la fede ma la morale famigliare, sessuale, sociale. Fin da Giustiniano l’impero introdusse leggi contro l’omosessualità ispirate alla condanna biblica di Sodoma; nel Medioevo l’imperatore Enrico II, su richiesta di Benedetto VIII impose la riduzione in schiavitù dei preti che violavano il celibato; nel Cinquecento lo Stato pontificio puniva con la morte non solo l’aborto ma la contraccezione e l’adulterio ecc. Sul piano politico-sociale furono condannate come eretiche tutte le dottrine che predicavano l’eguaglianza sociale, imponendo obbedienza a feudatari e imperatori. E furono giustificate le guerre “giuste” e “sante” contro infedeli ed eretici. Urbano II, Innocenzo III, san Pio V ed altri assicurarono la remissione dei peccati a chi andava ad uccidere in nome di Dio arabi e turchi, come adesso Benedetto XVI dice che non si deve fare…

L’alleanza fra trono ed altare
Anche quando la Chiesa si trovò a dover fare i conti con stati nazionali che aspiravano a un potere “assoluto”, sciolto da tutele, essa non rinunciò alla propria supremazia attraverso la alleanza fra trono e altare, ossia proponendo la Chiesa come sostegno politico dell’assolutismo in cambio del riconoscimento della religione cattolica come religione di stato: “la Fede cristiana è il sostegno più solido dei regni, poiché reprime l’abuso dei potenti e la licenza dei sudditi”, disse Pio VI in piena rivoluzione francese (1793). Il sostegno della Chiesa ai principi in cambio della confessionalità dello stato fu ribadito da Pio IX e dal “progressista” Leone XIII.

Riandando con nostalgia al tempo “in cui la filosofia del Vangelo governava la società”, Leone affermò che “Dio volle ripartito tra due poteri il governo del genere umano, cioè il potere ecclesiastico e quello civile, l’uno preposto alle cose divine, l’altro alle umane… Per questo è necessario che tra le due potestà esista una certa coordinazione, la quale viene giustamente paragonata a quella che collega l’anima e il corpo nell’uomo” (Immortale dei, 1885). Ne segue l’obbligo per gli stati di onorare Dio (“essere docili a Dio” dirà Benedetto XVI…) e “nell’onorare Dio, adottare quella forma e quei riti coi quali Dio stesso dimostrò di voler essere onorato… Quale sia poi la vera religione, senza difficoltà può vedere chi giudichi con metro sereno e imparziale: poiché è evidente per moltissime e luminose prove…che l’unica vera è quella che Gesù Cristo stesso ha fondato ed affidato alla sua Chiesa perché la difendesse e la propagasse”.

Fondamentalismo e reazione
Di qui l’obbligo per tutti i cittadini di riconoscersi nella religione cattolica. “Da quanto si è detto consegue che non è assolutamente lecito invocare, difendere, concedere una ibrida libertà di pensiero, di stampa, di parola, d’insegnamento o di culto, come fossero altrettanti diritti che la natura ha attribuito all’uomo” (Libertas, 1888). A ciò corrisponde l’imposizione della morale cattolica non solo sul piano sessuale e famigliare, ma anche in campo politico e sociale, in modo del tutto funzionale agli interessi delle classi dominanti.

Non può trarre in inganno, al riguardo, il linguaggio della Chiesa trasudante amore per i poveri e appelli alla povertà (o all’accoglienza). Tutto ciò fa parte del “messaggio evangelico” da cui la Chiesa trae legittimazione e consensi, anche in contrasto con la sua dottrina reale. Ma in sostanza quello cattolico, come ogni fondamentalismo, anche quando si prodiga ad assistere i bisognosi e organizzare reti di solidarietà (Hamas e il partito religioso iraniano o altre “fratellanze” islamiche insegnano), lo fa per garantire l’appoggio popolare a un sistema di dominio del clero sulle anime, delle classi dominanti sui corpi, in stretta simbiosi fra loro (v. in questo numero Mazzi, Il ritorno del sacro), quando non sono le stesse persone (come i vescovi-conti in Europa o i guardiani della rivoluzione in Iran).

Questa filosofia politica e sociale seguìta, come si è detto prima, nel Medioevo, fu ribadita a fine del XIX secolo da Leone XIII. In epoca di rivolte operaie, egli bollava gli schiavi ribelli (se fra di loro “taluno, allettato da qualche speranza di libertà, avesse ordito una violenta sedizione, sempre la Chiesa riprovò e represse quei peccaminosi desideri”, In plurimis, 1888); poneva a base della dottrina sociale cristiana la proprietà privata come diritto di natura che distingue l’uomo dal bruto (Rerum Novarum, 1891), difendendo i “diritti dei ricchi” e avvertiva che perfino se “la pubblica potestà venga dai Principi esercitata a capriccio…, la dottrina della Chiesa cattolica non consente ai privati d’insorgere a proprio talento…e…vuole che si raggiunga il rimedio coi meriti della pazienza cristiana e con insistenti preghiere al Signore” (Quod Apostolicis muneris, 1878).

La teocrazia dei tre Pii
Le cose non vanno meglio con i suoi successori, ormai in pieno ventesimo secolo. Pio X, anzi, non si accontenta di uno stato “confessionale” ma vuole che esso assuma addirittura i fini della Chiesa: è “un errore pericolosissimo, pensare che bisogna separare lo Stato dalla Chiesa” perché così “si limita l'azione dello Stato alla sola ricerca della prosperità pubblica in questa vita… e non si occupa in nessun modo…della… beatitudine eterna… [mentre] non soltanto il potere civile non dovrebbe ostacolare questa conquista, ma anzi dovrebbe aiutarci a compierla” (Vehementer, 1906).
Ancora più perentorio è Pio XI nel rivendicare alla Chiesa e a Cristo il governo delle nazioni: "L'impero di Cristo”, ripete citando Leone XIII, “non si estende soltanto sui popoli cattolici, o a coloro che, rigenerati nel fonte battesimale, appartengono, a rigore di diritto, alla Chiesa… ma abbraccia anche quanti sono privi di fede cristiana." (Quas primas, 192); “se c'è un regime totalitario”, aggiunge “è il regime della Chiesa, perché l'uomo appartiene totalmente alla Chiesa, deve appartenerle, dato che l'uomo è la creatura del buon Dio… E il rappresentante delle idee, dei pensieri e dei diritti di Dio non è che la Chiesa” (Discorso ai sindacati cristiani francesi, 1938)

A Dio, dirà Pio XII solo cinquant’anni fa, nel 1956, parlando agli amministratori locali cattolici, “appartengono gli uomini e le cose, le strutture e le istituzioni, i continenti e le nazioni; di Dio sono, quindi, le province e i comuni, e anch'essi, come tali, devono dargli gloria, devono rendergli il dovuto onore”. La conclusione è sempre che a Dio, cioè alla Chiesa, deve obbedire anche chi non le crede poiché ”in Stato cattolico, libertà di coscienza e di discussione, devono intendersi e praticarsi secondo la dottrina e la legge cattolica” (Pio XI, Lettera al segretario di Stato, 1929). Divieto quindi di scuola laica, di libere unioni, di libertà di stampa, di divorzio. In campo sociale sostegno al corporativismo, in campo politico al regime fascista, alla guerra d’Etiopia (Pio XI) e a quella di Spagna (Pio XI e Pio XII)…

XXI secolo. La teocrazia camuffata…
Solo l’avvento al pontificato di Giovanni XXIII sembrò incrinare il sogno teocratico e segnare un momento di discontinuità e di rottura.
Ma ciò si rivelò presto illusorio pur se favorì il diffondersi nel mondo cattolico di fermenti novatori, oggi declinanti (v. Paciucci, La normalizzazione in Italia), e di un differente atteggiamento verso la guerra.La stessa Pacem in terris non si distacca dalla linea tradizionale per quanto riguarda la supremazia della Chiesa sulla società civile. Giovanni XXIII, come Pio X, ripropone il dovere dei pubblici poteri di attuare il bene comune “in modo non solo da non porre ostacoli, ma da servire altresì al raggiungimento del fine ultraterreno ed eterno”; e raccomanda ai cattolici di operare in politica “in accordo con i principi del diritto naturale, con la dottrina sociale della Chiesa e con le direttive della autorità ecclesiastica” poiché “compete alla Chiesa il diritto e il dovere non solo di tutelare i principi dell’ordine etico e religioso, ma anche di intervenire autoritativamente presso i suoi figli nella sfera dell’ordine temporale, quando si tratta di giudicare dell’applicazione di quei principi ai casi concreti”.
Lo stesso “diritto naturale” cui ci si richiama è in realtà quello di cui parla Tommaso, ossia ciò che è ritenuto diritto naturale e “retta ragione” dalla Chiesa, in quanto si accorda con la sua dottrina. Così è sempre la Chiesa a guidare la società, rafforzata dalla convinzione di avere la ragione (oltre che Dio) dalla sua parte.
In realtà se il cattolicesimo pare meno sfrontatamente teocratico dell’integralismo islamico è solo perché, trovandosi ad operare in una società secolarizzata (a differenza delle società islamiche), è per un verso costretto a una maggiore prudenza formale e per altro verso, soprattutto, deve o trova utile travestire da principi “naturali” e “razionali”, che tutti devono condividere, valori che sono in realtà propri solo della Chiesa e non condivisi neppure da tutti i cattolici. Questa gherminella, già usata da Leone XIII, è diventata un leit-motiv ripetuto ossessivamente, e senza più le buone intenzioni giovannee, dai papi restauratori Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

da “diritto naturale”
Nel 1988, il rilancio del fondamentalismo cattolico, si ebbe con la ripubblicazione di un documento preconciliare dell’episcopato italiano, in cui i vescovi sfrontatamente rivendicavano alla Chiesa “una superiore missione spirituale orientatrice, illuminatrice, vivificatrice nell'ordine temporale” condannando come laicismo (che era il titolo del documento), l’opinione di quanti rifiutano una vita pubblica guidata dalla “tradizione cattolica” e dal Vangelo...
Anche il Catechismo della Chiesa cattolica del 1992, pubblicato da Wojtyla, “invita i poteri politici a riferire i loro giudizi e le loro decisioni” alla “Verità su Dio e sull’uomo” che è stata “divinamente rivelata”, ossia alla religione cattolica.
Tale opinione Giovanni Paolo II manifestava poi direttamente all’Angelus del 20 febbraio 1994, in cui affermò che “con la risoluzione del Parlamento Europeo [a favore delle unioni di fatto omo ed etero], si è chiesto di legittimare un disordine morale. Il Parlamento ha conferito indebitamente un valore istituzionale a comportamenti devianti, non conformi al piano di Dio”. Con rara impudenza il papa rimprovera all’Europa laica e pluralista del XXI secolo di aver legiferato in modo difforme da quello che la Chiesa cattolica ritiene il “piano di Dio”, cioè di non aver agito come l’Europa “cristiana” di Carlo Magno (che altra volta Wojtyla citerà ad esempio).

La “sana” laicità di Benedetto XVI
L’escamotage consiste nel far credere che i comportamenti dichiarati “conformi al piano di Dio” non siano “di per sé ‘valori confessionali’ poiché tali esigenze etiche sono radicate nell’essere umano e appartengono alla legge morale naturale”. E’ quanto afferma nel 2002 la Nota dottrinale circa i cattolici nella vita politica, redatta dalla Congregazione per la dottrina della fede presieduta da Ratzinger e approvata da Giovanni Paolo II, a conferma della continuità fra i due pontificati.
Questa impostazione che cerca di liberarsi delle accuse di “confessionalità” contrabbandando come “diritto naturale” e “conoscenza naturale” le dottrine cattoliche, sarà continuamente riproposta da Benedetto XVI durante le campagne politiche contro unioni di fatto, aborto e eutanasia, grazie anche alla servile complicità dei politici italiani.
“Una sana laicità dello Stato comporta senza dubbio che le realtà temporali si reggano secondo norme loro proprie”, dirà nel discorso del 2006 ai vescovi italiani, “alle quali appartengono però anche quelle istanze etiche che trovano il loro fondamento nell'essenza stessa dell'uomo e pertanto rinviano in ultima analisi al Creatore”. “E il rappresentante delle idee, dei pensieri e dei diritti di Dio non è che la Chiesa”, come ci ha spiegato Pio XI.
Il progetto di Ratzinger è anzi di trasformare in uno stato teocratico, cioè fondato sul cristianesimo, non solo l'Italia ma tutta l'Europa: “Voi sapete di avere il compito di contribuire a edificare con l’aiuto di Dio una nuova Europa… ispirata alla perenne e vivificante verità del Vangelo” (Discorso al Congresso della Commissione degli episcopati della comunità europea, 2007).

Il ruolo politico del fondamentalismo
Questa riaffermazione prepotente della teocrazia apre un conflitto di poteri perché, come ha scritto Rodotà, impone ai legislatori cattolici di riferirsi non ai valori “definiti dalla Costituzione, ma a quelli di un diritto naturale di cui la chiesa si fa unica interprete”, con una pretesa di monopolio che svela “una attitudine autoritaria, incompatibile con le regole d’un sistema democratico” (“La Repubblica”, 21/7/2007).
A chi protesta contro l’intromissione vaticana nell’attività del legislatore laico si ribatte che la chiesa ha il diritto di “dire la sua” e di esigere dai politici cattolici “coerenza” con la loro fede. Ma il problema non nasce quando la chiesa “dice la sua” bensì quando la sua consiste nel chiedere allo stato (e nell’ordinare ai politici cattolici) di penalizzare e privare di diritti i non cattolici, di “non legalizzare” ad esempio unioni diverse dal matrimonio tradizionale, violando la costituzione che vuole a tutti egualmente garantiti i loro diritti.
Né il tentativo, e il ruolo politico, del fondamentalismo cattolico è solo quello di imporre a tutti i cittadini una morale patriarcale, repressiva e omofoba, o di espropriarli del diritto a decidere della loro vita e della loro morte. Esso assolve oggi anche alla funzione di fornire un sistema di valori e un’ideologia di riferimento a una destra politica che ne è priva, aiutandola a consolidare in Italia sul piano politico e sociale il suo dominio reazionario (1).


Nota
(1) In cambio questa destra di razzisti, collusi con la mafia e divorziati, si dichiara d’accordo con la Chiesa “a prescindere”, le confeziona leggi “cattoliche” sulla famiglia e contro gli omosessuali, le garantisce finanziamenti e esenzioni, sorbendosi di buon grado innocue ramanzine sulla necessità di essere accoglienti con i migranti e monogami. Ramanzine, d’altra parte, che Benedetto XVI alterna alle foto con la terza moglie di Sarkozy, o agli abbracci calorosi a Berlusconi e a Bush, dando prova della stessa ipocrisia con cui esorta alla povertà mentre veste Gucci…


 

 

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