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articolo della rivista numero 151


GLI USA A RISCHIO TEOCRAZIA?

 

Paolo Naso *

* giornalista e docente di Scienza politica all’Università di Roma La Sapienza

 

Ascesa e declino del fondamentalismo cristiano nordamericano

La candidatura repubblicana alla vicepresidenza degli Stati Uniti di Sarah Palin potrebbe essere stata l’ultimo vigoroso sussulto politico del fondamentalismo cristiano nordamericano. Non intendiamo dire che questa corrente teologica, così popolare negli USA di Ronald Reagan e di George W. Bush  sia in declino e che perda gli ampi consensi che si è guadagnata. Tutt’altro. Vogliamo invece ipotizzare che si è notevolmente ridotta la sua forza propulsiva sul piano dell’azione e della rilevanza politica. In altre parole, dopo aver  occupato spazi importanti della scena pubblica nordamericana, il fondamentalismo cristiano potrebbe tornare ad essere una corrente eminentemente teologica, un’ermeneutica biblica basata sull’interpretazione letterale delle scritture contrapposta alle scuole liberal o a quelle storico critiche, ma comunque ai margini delle  dinamiche ed allo scontro politico.

Il pericolo della religione radicale
All’inizio la biografia politico religiosa di Sarah Palin, attiva in una chiesa pentecostale delle  Assemblies of God, sembrava poter garantire il rilancio del ticket repubblicano nell’area evangelical, nel momento in cui la campagna di MacCain appariva in maggiore affanno ed incapace di recuperare appeal in quell’elettorato “religioso” che si era ampiamente riconosciuto in George W. Bush. Sarah esibiva una bella biografia familiare, aveva un sicuro radicamento in una chiesa evangelical, mostrava di apprezzare le teologie millenaristiche così popolari negli USA. A un certo punto, però, questo astro si è offuscato, la stella si è spenta. Quasi che l’elettorato, anche quello repubblicano, avesse paura di una candidatura così radicale sotto il profilo religioso.
Per otto anni gli USA di Bush hanno dato grande spazio a telepredicatori ed a consiglieri della destra religiosa fondamentalista che hanno avuto un ruolo importante nello spingere il presidente alla guerra contro “l’asse del male” ed a dare all’intervento militare in Iraq e in Afghanistan l’aura di una missione anche religiosa. I risultati di questa strategia sono sotto gli occhi di tutti, e soprattutto di quegli americani che da tempo hanno perso fiducia nei confronti delle strategie militari del Pentagono e della Casa Bianca. Tanto più in tempi di recessione economica. Del resto già da anni, persino all’interno del Partito repubblicano, si invoca un cambiamento e si denuncia una confessionalizzazione della politica e degli apparati dello Stato incompatibile con la tradizione americana di separatismo tra l’azione dello Stato e quella delle comunità di fede.
Un segnale importante in questo senso è stato il  best seller del politologo repubblicano Kevin Phillips American Theocracy (1), il cui sottotitolo denunciava “il pericolo e la politica della religione radicale”. La tesi di fondo dell’autore era molto netta e denunciava “un potente cambiamento nella politica interna ed estera di questo paese: la nuova capacità politica della religione e il suo ruolo nella proiezione della forza militare nelle terre bibliche del Medio Oriente”(2).
La democrazia americana correrebbe quindi il rischio di snaturarsi in una teocrazia le cui norme non sarebbero più dettate dalla ricerca razionale del bene comune ma dal principio dell’adesione a verità religiose assolute e non negoziabili. Una tesi forte e grave. Davvero gli Usa sono a rischio teocrazia? Davvero negli anni dell’Amministrazione Bush si sta consumando un cambiamento politico istituzionale tale da alterare i connotati fondamentali della democrazia americana?
Indubbiamente, l’ipoteca teocratica è cresciuta sull’onda di quella corrente teologica che convenzionalmente possiamo definire fondamentalismo. In questa linea proporrei un’articolazione del fondamentalismo cristiano di matrice protestante.

Il fondamentalismo delle origini
La corrente “fondamentalista” interna al mondo protestante nordamericano si esplicita a partire dal 1895, in seguito alla ricerca dei teologi “di Niagara Falls”. Si definì così un gruppo di studiosi che, a conclusione di una serie di incontri, intese richiamare cinque principi fondamentali della fede cristiana: l’ispirazione divina e l’inerranza della Scrittura; la divinità di Gesù Cristo; la nascita verginale di Cristo; l’opera espiatrice e vicaria di Cristo sulla croce; la resurrezione fisica ed il ritorno personale e corporeo di Cristo sulla terra. Tali principi vennero poi definiti e divulgati grazie a una fortunata serie editoriale, The Fundamentals, che in breve arrivò a circolare in milioni di copie.
Nessuno dei temi propri del fondamentalismo delle origini faceva pensare alla possibilità di un intreccio organico tra i suoi richiami teologici e una piattaforma politica. Nella sua fase iniziale, quella corrente teologica sembrava infatti porsi in un atteggiamento di neutralità politica: protesa come era a recuperare il nucleo centrale della dogmatica cristiana, mostrava scarsa o nessuna attenzione per le vicende di questo mondo guardate, al contrario, con qualche sospetto.

Il passaggio “alla politica”
La prima contaminazione politica del fondamentalismo si registra solo dopo il 1925, in seguito alla polemica antievoluzionista scoppiata con il cosiddetto “processo alle scimmie”: in realtà si trattava del processo a un insegnante del Tennessee, John Scopes, che si era avventurato in una lezione su Darwin e sulle sue teorie. L’evoluzionismo colpiva al cuore un architrave del fondamentalismo biblico, e cioè che la specie umana fosse stata originata secondo la lettera del ben noto passo della Genesi. Le autorità scolastiche portarono Scopes in tribunale, per quello che divenne uno dei processi più appassionanti e seguiti dall’opinione pubblica di quegli anni, e che si concluse con una condanna mite ma evidentemente simbolica.
Dopo il Tennessee, provvedimenti contrari all’insegnamento delle tesi darwiniste furono approvati  anche in Oklahoma, Florida. Mississipi, Arkansas.
Per i fondamentalisti della prima ora fu il primo contatto con la politica e, per molti di essi, fu un incontro fatale. Quella vicenda giudiziaria dimostrava infatti che, agendo sulle leve dei governi  e quindi della politica, meri principi teologici potevano diventare “norma” e “legge” dello stato.
In quella vicenda, in altre parole, il fondamentalismo poté cogliere la rilevanza dell’allargamento della propria sfera di influenza: le sue convinzioni non avrebbero orientato soltanto la coscienza individuale di singoli credenti, ma addirittura le leggi della comunità civile.
Questa passaggio “alla politica” modifica sostanzialmente la natura del fondamentalismo delle origini e pone le premesse per un’evoluzione delle sue caratteristiche di fondo. In breve, infatti, la neutralità  farà posto a una logica di schieramento nel campo conservatore destinata a farsi sempre più netta ed esplicita: al punto da rendere molto difficile la distinzione tra “fondamentalisti” e “destra religiosa”. Se, tuttavia,  a partire dalla metà degli anni Venti dello scorso secolo, un certo fondamentalismo si connota politicamente, è altresì vero che altre correnti fondamentaliste si tengono ben distanti dalla politica attiva: è il caso di molte chiese pentecostali che continuano a guardare con diffidenza e un pregiudizio negativo tutto ciò che ha a che fare con “il presente secolo”.
Il picco del processo di politicizzazione del fondamentalismo evangelical data negli anni Ottanta e si confonde con l’esplosione del fenomeno dei telepredicatori. Sono gli anni di Ronald Reagan alla Casa Bianca, un cristiano born again che volle circondarsi di numerosi consiglieri spirituali tutti di matrice fondamentalista. Non a caso furono gli anni d’oro della Moral Majority, la prima grande lobby esplicitamente cristiana che intendeva combattere i processi di secolarizzazione che avanzavano sia nella società che nel sistema politico degli Stati Uniti(3).
Il tema di fondo della mobilitazione della Moral Majority fu l’opposizione alla legge sull’aborto (1973, l’anno del decisione della Corte Suprema in Roe v. Wade) e, più in generale, la proposizione di politiche per la famiglia tradizionale. Particolarmente vivaci, inoltre, le prese di posizione della Majority contro gli omosessuali, le loro associazioni e le loro richieste politiche.

Dalla élite alle masse
Secondo un’ipotesi largamente consolidata la Moral Majority si identificò troppo strettamente con la presidenza Reagan: fu un fenomeno importante ma elitario, incapace di andare al cuore ed alla base della società americana. Da qui, alla fine degli anni Ottanta, la crisi del movimento la cui bandiera ideale fu raccolta da una associazione molto simile nella piattaforma programmatica ma assai diversa nella pratica di lavoro: la Christian Coalition di Pat Robertson. Il suo specifico fu il lavoro di massa, la costruzione di una vera e propria rete territoriale che agiva secondo una precisa strategia: lavoro di base per conquistare consensi e consiglieri nei Boards scolastici, pressione degli elettori sul proprio congressman perché adottasse la piattaforma della Coalition, campagne locali e nazionali per la cristianizzazione della società e del sistema politico americano.
Un tipico tema di mobilitazione politica di base è stato, ad esempio, quello per la libertà di preghiera nella scuola pubblica. Come noto, infatti, l’interpretazione corrente del Primo emendamento della Costituzione impedisce  tale pratica, giudicandola lesiva del principio di separazione tra la Chiesa e lo Stato.

Dal fondamentalismo apocalittico…
Con l’11 settembre nella scena politico culturale degli USA cambiano molte cose ed anche il fondamentalismo cristiano si rimodula in un’altra chiave: i movimenti e le associazioni che lo avevano animato sino ad allora entrano in un cono d’ombra mentre ha preso forza e vigore una nuova forza politico religiosa che, in altre sedi, abbiamo definito del “fondamentalismo apocalittico”(4).
Il principale riferimento di questa scuola di pensiero è costituito dagli scritti  di un predicatore  inglese formatosi nella Chiesa anglicana, John Nelson Darby che, nell’Ottocento elaborò e dettagliò la sua teologia basata sull’esistenza di un piano di Dio per l’umanità articolato in sette ere o dispensazioni: da Adamo alla fine dei tempi.
Già negli anni Settanta, nel cuore della guerra fredda, assistiamo a un interessante fenomeno di recupero delle tesi dispensazionaliste in chiave teologico-politica, legato alla pubblicazione dell’opera del predicatore battista Hal Lindsay, The Late Great Planet Earth. In quest’opera, con un linguaggio narrativo e quindi assai agile ed avvincente, si ricostruiscono le profezie bibliche secondo lo schema darbysta. Il volume si conclude con la cupa profezia di una guerra imminente:   "Il conflitto non sarà limitato al Medio Oriente – si legge. - Giovanni [l’autore dell’Apocalisse biblica] dice che tutte le città delle nazioni saranno distrutte (Apocalisse 16:19). Immaginate città come…New York, Los Angeles, Chicago cancellate!…All'inizio dell'Armagheddon con l'invasione di Israele da parte degli arabi e della confederazione russa e con la loro conseguente rapida distruzione, incomincerà il più grande periodo della conversione degli Ebrei al loro vero Messia…"(5).
In tempi più recenti questa “teologia della storia” è stata ripresa e divulgata con uno straordinario successo di vendite da Tim LeHay e Jerry Jenkinns, autori di una saga teo-geopolitica intitolata Left Behind, tradotto in italiano come Gli esclusi(6). La collana ha venduto, sin qui, oltre cinquanta milioni di copie, la maggior parte delle quali sono state assorbite dal mercato americano(7). Si tratta di una letteratura seriale, disponibile anche in versione cinematografica, che racconta di come gli eventi degli ultimi tempi iniziano a irrompere nella vita della gente.
Tutto inizia con una scomparsa,  migliaia di persone che spariscono letteralmente nel nulla. Tutte ottime persone, note per la loro dedizione evangelica ed il loro amore per Cristo. Spariti, ma dove? Un gruppo di persone - potremmo dire un manipolo di credenti toccati nel vivo da una di queste sparizioni - inizia a interrogarsi su questo drammatico evento: sono il pastore di una media comunità evangelica, un giornalista televisivo, un pilota d’aerei e la sua giovane figlia. Insieme costituiscono la “Tribulation Force”, i veri credenti che hanno capito che la scomparsa di tante persone altro non è che un passo verso il compimento del “piano di Dio” per l’umanità intera. Gli scomparsi sono infatti stati “rapiti in cielo”, sono l’avanguardia dei santi chiamati al cospetto di Dio. Per gli altri, gli esclusi (left behind), si annunciano invece tempi durissimi, di tribolazione, sofferenza, lotta.

… al “sionismo cristiano”
Una particolare variante del neodispensazionalismo apocalittico è il cosiddetto “sionismo cristiano”. Il termine è sfuggente ed ambiguo nel senso che non si tratta, semplicemente, di un movimento politico culturale a sostegno di Israele. E’ piuttosto una concezione politico teologica  che inserisce le vicende storico politiche del Medio Oriente nel “piano di Dio” cronologicamente determinato dei darbysti, che culmina nello scontro tra l’esercito del Bene e quello del Male (8). In questa prospettiva Israele non è più uno stato o un soggetto politico; così come i palestinesi non sono più semplicemente un popolo e il Medio Oriente non è solo uno scenario geopolitico. Lo scontro mediorientale esce, infatti, da ogni dimensione politica per acquistare precise valenze teologiche e escatologiche. La complessità mediorientale viene ricondotta e riassunta nell’Armaghedon, tappa decisiva di un escaton che si realizza con il Regno millenario di Gesù Messia finalmente riconosciuto anche dagli ebrei. Il conclamato amore per Israele e la sua forza militare, si conclude pertanto con la classica riaffermazione del cristianesimo come unica via di salvezza. Ma la gravità della situazione politica attuale mette in secondo piano, almeno per la destra radicale israeliana che incassa il sostegno dei “cristiani sionisti”, questo necessario epilogo teologico.
I corollari politici di queste idee sono evidenti: in primo luogo il sostegno incondizionato alla politica di occupazione dei Territori e l’opposizione a ogni concessione nei confronti dei palestinesi: ad esempio, le principali associazioni del sionismo cristiano – prima tra tutte le International Christian Embassy di Gerusalemme – si sono opposte al piano di Sharon di ritiro dalla Striscia di Gaza.
In questa linea si spiega anche l’assoluta disattenzione che i “cristiani sionisti” esprimono nei confronti della piccola minoranza cristiana del Medio oriente.

Fine di un ciclo?
Tutta questa complessa costruzione politico teologica oggi appare in crisi. Il fondamentalismo cristiano non ha affatto concluso la sua parabola ma sembra destinato a rientrare nell’alveo delle opzioni di fede piuttosto che della militanza politica. La stagione di telepredicatori di un’Apocalisse prossima ventura – privi di un “fratello” alla Casa Bianca -  sembra conclusa mentre emergono personaggi nuovi, “moderati” e orientati al dialogo. Non è un caso che Barack Obama e John McCain si siano confrontati per il loro primo faccia a faccia in una chiesa di matrice fondamentalista della California. E baraci Obama si è fatto ascoltare con lo stesso rispetto e la stessa attenzione riservata a John McCain. Per tanti “nati di nuovo” che credono nella inerranza delle Scritture e vivono un cristianesimo tradizionalista, i toni da crociata di George W. Bush hanno fatto il loro tempo.  Un particolare ciclo del fondamentalismo cristiano nordamericano sembra destinato a chiudersi ed un ‘altro, più “mite” e più concentrato sui temi della fede e della spiritualità, potrebbe aprirsi.

NOTE
(1) Kevin Phillips, American Theocracy. The Peril and Politics of Radical Religion, Oil and Borrowed Money in the 21st Century, Viking, 2006.
(2) Ivi, p. vii.
(3) Per un’analisi su questa particolare fase del fondamentalismo evangelical  rimandiamo al nostro saggio in  S. Allievi, D. Bidussa e P. Naso, Il libro e la spada. La sfida dei fondamentalismi religiosi, Claudiana, Torino, 2000.
(4) Per un’analisi di questo fenomeno rimandiamo al nostro saggio I crociati dell'Apocalisse: geopolitica dei fondamentalisti evangelici americani, in “Limes”, n. 4/2002, p. 103 e segg.
(5) Hal Lindsay, con C. C. Carlson, Addio terra, ultimo pianeta, Crociata del libro cristiano, Firenze 1973. L'edizione originale in inglese è del 1970.
(6) Tim LaHaye, Jerry B. Jenkins, Gli esclusi. Il thriller degli ultimi giorni del mondo, Armenia,  Milano 1995.
(7) Cfr. Grace Halsell, Forcing God’s Hands, Whitley Company, Paperback, 1999.
(8) Tra i volumi che propagano  queste correnti teologiche, John Hagee, Jerusalem Countdown. A Warning to the World, Front Line, Lake Mary, Florida,  2006; e Gary Frazier, Signs of the Coming of Christ,  Arlington, Texas, 1998.

 

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