ARCHIVIO
articolo della rivista numero 151


Il ritorno del sacro


Enzo Mazzi*

Perché torna il fondamentalismo e cos’è: degenerazione delle religioni o connaturato ad esse?E non riguarda anche le culture laiche?

Questo imponente ritorno del sacro crea meraviglia e scompiglio. In realtà il sacro non ci ha mai abbandonato. Se sacro definisce in termini di separazione o di sottrazione il dominio gestito da una casta, come normalmente s’intende, allora bisogna dire che il sacro è sempre stato la nostra gabbia. Nel medioevo le caste erano due la nobiltà e il clero. Formalmente una era consacrata a dominare i corpi e l’altra le anime. In realtà le loro rispettive sacralità si alimentavano reciprocamente. Con l’epoca moderna le vecchie caste sono decadute, declassate a folklore dove resistono, ma hanno consegnato il testimone a nuove caste secolari che hanno preso il loro posto nella gestione del sacro. La cosa relativamente nuova sta nel fatto che la religione dell’Occidente, il cristianesimo, sta riciclandosi come religione secolare. A questa nuova multinazionale del sacro l’attuale sistema del dominio sta delegando la gestione dell’etica, dei valori, del senso.

La mancata riforma culturale e morale

Shock a ripetizione per la nostra languida laicità. Il ritorno della guerra sacra sia nel mondo musulmano che nell’occidente cristiano in forma di guerra giusta. Il “ritorno di Dio” in occasione delle precedenti elezioni statunitensi quattro anni fa e ancora adesso nelle vicende politiche italiane.
Il mondo laico di sinistra non si aspettava questo "ritorno di Dio" in chiave reazionaria, che "sta scombinando il nostro lessico e in nostri riferimenti" (R. Rossanda). A sua volta Lea Melandri scrive (“il manifesto”, 12 novembre 2004): “Oggi si scopre che l'inconscio collettivo, che (negli USA ma il rischio resta alto anche in Italia) si è espresso ‘democraticamente’ nel voto di una maggioranza silenziosa, è reazionario”.
Non era poi così difficile da immaginare: tutto ciò che è stato sepolto nella zona più oscura della vita dei singoli, identificato con la natura o con la parola rivelata di un Dio, per potersi modificare ha bisogno innanzi tutto di essere riconosciuto, narrato e analizzato, restituito alla cultura e alla politica con cui è sempre stato in rapporto, sia pure un rapporto alienato, strumentale, distruttivo della politica stessa e delle sue conquiste democratiche. L'immensa esperienza negativa che si è accumulata nelle viscere della storia nel corso dell'ultimo secolo, come conseguenza del fatto che sono stati considerati condizione quasi esclusiva del cambiamento i rapporti di produzione, oggi esce allo scoperto attraverso la retorica populista delle destre occidentali. .... E' quasi incredibile che chi si batte per la giustizia sociale e per l'umanizzazione dei rapporti tra diversi (contro la guerra), non si renda conto che sottrarre all'insignificanza storica le pulsioni e le componenti più elementari della vita psichica è il passo indispensabile per non esserne pesantemente condizionati e ostacolati nello sforzo di costruire "un altro mondo possibile".

Pensare la politica separata dalla crescita culturale e morale, anche solo provvisoriamente, anche solo tatticamente, lo ritengo un grave errore. E’ l’errore che io imputo alla sinistra nei confronti del ’68 e del movimento conciliare che poi è stato chiamato “dissenso cattolico” con una definizione molto interessata a denigrarlo. Lo dico con un preciso senso del limite. La mia più che un’affermazione è un interrogativo. Forse allora non c’era altra strada. Forse quella presa di distanza dalla riforma culturale e morale che si stava sviluppando viene da lontano, è nel Dna della ideologia marxista. Ritengo però che a cominciare da lì, da quella scelta di separare la politica dalla crescita culturale che si stava sviluppando, la sinistra ha cominciato a perdere l’anima.

Ecco dove si radica secondo me la carenza anche attuale di laicità. Le mie affermazioni non sono deduzioni di storico, sono frutto di esperienza vissuta e quindi hanno il limite ma anche il valore della testimonianza. In campo ecclesiale, nel decennio successivo al ‘68-’69, saranno decine e decine le esperienze parrocchiali, le comunità di base, le associazioni (pensiamo solo alle ACLI della scelta socialista), i teologi e perfino vescovi e cardinali, basta pensare a Giacomo Lercaro in odore di sinistrismo, costretto a dimettersi da vescovo di Bologna nel 1967, brutalmente normalizzate, come all’Isolotto, con il concorso dell'intreccio mostruoso costituito da massoneria piduista-mafia-neofascismo-servizi segreti-settori dominanti della politica e della Chiesa, intreccio che ha insanguinato e soffocato l'intero Paese.
E la sinistra a guardare in nome della separatezza e del primato della politica. Solo a guardare? Ditemelo voi se solo a guardare.
E’ lì, in quella separatezza della politica che si radica questo ritorno del sacro.
La sacralità, intesa come astrazione, separazione e contrapposizione fra le varie dimensioni della nostra esistenza, è la proiezione di un’angoscia irrisolta, di una frattura interna, di una mancanza di autonomia e infine di una alienazione della propria soggettività nelle mani del potere. Al fondo della crudeltà insensata che tutt’ora insanguina il mondo c’è la persistenza di un senso alienato della vita derivante dal dominio del sacro e dalla sua penetrazione nella società moderna. La violenza del sacro è la più radicalmente distruttiva. Non si supera la cultura della violenza se non si libera ognuno di noi e l’umanità intera dal dominio del sacro (cfr. Enzo Mazzi, Cristianesimo ribelle, Manifestolibri, Roma 2008).

Ritorno del sacro e fondamentalismo

Il ritorno del sacro porta con sé come sua componente essenziale il fondamentalismo. Ormai quando si dice “fondamentalismo” s’intende qualcosa che va oltre il significato che la parola aveva quando è nata. Fondamentalismo si confonde ormai con fanatismo e per certi versi forse con terrorismo. In origine si chiamava fondamentalista un filone del protestantesimo statunitense degli inizi del novecento che si rifaceva al carattere assoluto, intoccabile, unico e quindi sacrale dei “fondamenti” della fede cristiana in opposizione al modernismo. Poi, col progredire della secolarizzazione, la tendenza a opporsi in modo fondamentalista e intransigente al pluralismo e alla relativizzazione dei propri principi ha coinvolto tutte le religioni istituite: il cattolicesimo, l’Ortodossia orientale, l’Islam, l’ebraismo e in qualche modo anche il buddismo.
E ci poniamo con sempre maggiore intensità alcune domande. Il fondamentalismo è una degenerazione delle religioni oppure è ad esse connaturato? E’ un fenomeno esclusivamente religioso oppure riguarda anche le culture laiche? Come si può superare l’attuale proliferare del fondamentalismo? Come se ne esce?
Una delle principali caratteristiche del fondamentalismo è proprio quella di attribuirlo agli altri chiamando se stessi fuori. Il fondamentalismo è sempre il vizio degli altri. Guardarsi dentro, guardare criticamente dentro alle sistemazioni della propria cultura e religione è il modo migliore e forse unico per superare il fondamentalismo.
La mia tesi è che una connotazione fondamentalista sia radicata nel profondo del monoteismo e quindi in tutte le religioni monoteiste, cioè la cristiana, la ebraica e la mussulmana. Esaminiamo qui il monoteismo cristiano, ma tenendo conto che le cose dette a proposito di esso valgono analogamente anche per gli altri due.

Fondamentalismo e monoteismo

Per affrontare questo aspetto è d’obbligo riferirsi a uno studio fondamentale di Erik Peterson: Il monoteismo come problema politico, Queriniana, Brescia, 1983. Il libro esce in Germania nel 1935 da un dotto teologo tedesco che prima era stato protestante e poi si era convertito al cattolicesimo in polemica con l’accondiscendenza ai poteri politici delle dirigenze ecclesiastiche protestanti. Peterson è un oppositore del nazismo e scrive il libro proprio in funzione antiregime. Egli mostra e dimostra che il cristianesimo all’origine non è monoteista. Il dio del Vangelo è essenzialmente relazione e in qualche modo pluralismo: è un Dio trinitario, è un Dio amore in quanto relazione fra persone diverse. E’ da Costantino che il cristianesimo diventa fede monoteista, cioè adorazione di un Dio unico, Padre onnipotente, creatore e signore del cielo e della terra, in funzione di giustificazione e sostegno all’assetto imperiale universale del potere romano. E all’inizio lo fa per contrastare l’accusa che veniva fatta ai cristiani di essere nemici dell’impero e negatori della divinità dell’imperatore. Sono i Padri della Chiesa che dicono in sostanza: guardate che i veri difensori della sacralità dell’impero siamo proprio noi. La nostra religione è superiore alle altre proprio perché noi crediamo in un solo Dio in cielo dal quale deriva la verticalità del potere anche sulla terra. E’ il politeismo la causa delle guerre fra popoli e delle ribellioni. Perché ognuno ha il proprio Dio e tutti questi dèi sono in lotta perenne fra loro. Solo la fede in un dio unico può portare a un unico dominio, quello dell’imperatore romano, e alla pace stabile se non eterna fra le nazioni e i popoli.

Tale problema esisteva ancor prima di Costantino. Sembra che gli imperatori romani precedenti avessero già tentato di incoraggiare e diffondere il culto a un dio generico, universale, un dio supremo e celeste in cui tutti gli altri culti e religioni e anche i cristiani stessi potessero riconoscere qualche tratto del proprio dio: e questo dio universale era stato individuato nel “dio sole”. Sembra che Costantino nella battaglia del ponte Milvio contro Massenzio non avesse sui labari l’insegna di Cristo ma proprio quella del dio sole. Solo in un secondo momento, diventato unico imperatore, avrebbe assunto la religione cristiana come strumento di sacralizzazione della sua autorità unica e cemento dell’unità dell’impero.

E lo fa col consenso del potere ecclesiastico ormai saldamente in mano ai vescovi. I quali si appoggiano nel governo della Chiesa a intellettuali influenti e convincenti che vengono chiamati “Padri della Chiesa” in quanto davvero hanno generato la ideologia cristiana detta tradizione ecclesiastica, cioè il dogma, la morale, l’etica dell’ordinamento liturgico e canonico, la visione complessiva della realtà. Orbene, i Padri della Chiesa da Costantino in poi, seguono tutti la stessa linea ideologica: uno l’impero, uno il potere, uno Dio, uno il Salvatore universale Cristo Gesù.

- A cominciare da Eusebio, il primo storico ecclesiastico vissuto in Palestina dal 265 al 340 circa e divenuto vescovo di Cesarea di Palestina nel 313. Grande amico di Costantino, suo biografo e da lui ricoperto di onori e ricchezze.
Esiste un profondo legame in Eusebio– scrive Peterson – fra la fine degli stati nazionali e la fine del politeismo, fra la monarchia di Augusto e la venuta di Cristo, fra la pax romana e la pace portata dal “principe della pace”.

Chi potrebbe non meravigliarsi – sono parole di Eusebio – se pensa tra sé e riflette che non può essere opera di uomini, che soltanto a partire dai tempi di Gesù e non prima, la maggior parte delle nazioni dell’ecumene siano giunte sotto l’unico dominio dei romani e che contemporaneamente all’inaspettata venuta di Cristo fra gli uomini, lo stato romano abbia cominciato a fiorire? Augusto diventò unico sovrano sulla maggior parte delle nazioni … che ciò non coincidesse casualmente con l’insegnamento del nostro salvatore, chi non lo vorrebbe ammettere, se si pensa che per i suoi discepoli non sarebbe stato facile muoversi in tutte le direzioni se le nazioni fossero state isolate fra loro … avendo ciascun popolo la sua sovranità? Dio che è sopra di tutti aveva davvero preparato loro la via e, attraverso il timore nei confronti dell’impero, aveva fatto cessare le esplosioni di ribellione da parte dei superstiziosi del politeismo … ma quando apparve il Signore e Salvatore e contemporaneamente al suo avvento, Augusto, primo tra i romani, diventò sovrano fra le nazioni, si dileguò il frazionamento pluralista della sovranità nelle singole nazioni e la pace avvolse tutta la terra … sotto il nuovo nome di Cristo, innumerevoli popoli e nazioni hanno abbandonato i loro dèi tradizionali e il loro vecchio superstizioso errore politeistico richiamati a colui il quale è Dio unico … per questo viene ora donata ad essi la pace più profonda poiché non esiste più una sovranità pluralistica e una regalità locale, al contrario ognuno si riposa dal suo lavoro agricolo all’ombra di una vite o di un fico poiché niente più lo spaventa”

Per cui, secondo Eusebio - commenta Peterson –, il monoteismo è iniziato in linea di principio con la monarchia di Augusto e con la fine delle nazionalità. E’ Augusto che inaugura il monoteismo. Ciò che però ha avuto inizio con Augusto diventa realtà piena con Costantino. All’unico re sulla terra corrisponde l’unico re in cielo e l’unica religione sovrana quella di Cristo.

- Le idee di Eusebio hanno avuto un’enorme influenza storica. Le ritroviamo ovunque nella letteratura dei padri della Chiesa.
S. Ambrogio, vescovo di Milano, del VI sec.: “Tutti gli uomini hanno imparato, vivendo sotto un unico impero universale, a proclamare col linguaggio della fede l’impero dell’Onnipotente”.
S. Girolamo, filosofo e biblista latino, del VI sec,: “Dopo che si giunse alla sovranità di Cristo, Roma ottenne di essere governata da un unico potere, e la terra divenne accessibile al cammino degli apostoli, e furono loro aperte le porte delle città ed il comando di uno solo fu consolidato dalla predicazione di un solo Dio”.
E via di questo passo…..

Monoteismo, dittatura, sistema di guerra

Peterson conclude criticando il monoteismo come degenerazione pericolosa anche per il suo tempo, il tempo della dittatura nazista. Rovesciando il ragionamento di Eusebio, secondo cui soltanto dal monoteismo in cielo e dal governo di uno solo sulla terra verrebbe la vera pace, Peterson vede proprio nel monoteismo la radice della dittatura, della violenza e della guerra.
Egli rivendica il ruolo teologico e politico del dogma cristiano della Trinità di Dio in opposizione al dogma del Dio unico. Va riconosciuto a Peterson il valore della sua analisi del monoteismo. Ma è debole e riduttivo intendere la Trinità in senso dogmatico, personalizzato e totalmente trascendente.
Un Dio relazione trinitaria, ma chiusa in se stessa in quanto astratta dal mondo, autosufficiente, che crea e governa dall’alto tutte le relazioni umane, in cosa si differenzia dal Dio unico? Forse occorre andare oltre il dogma e oltre la trascendenza separata dal mondo e dalla vita. E l’andare oltre oggi può essere ispirato opportunamente dal senso dell’ “andare oltre” che caratterizzò la primitiva esperienza delle comunità nel cui seno sono nati i Vangeli.
Possiamo dire con Peterson che il Dio dei Vangeli è relazione trinitaria ma precisando che tale relazione trinitaria è anima della rete infinita delle relazioni umane e cosmiche, e non dominio trascendente-separato.
Insomma il Dio delle prime comunità evangeliche non è il Dio del Tempio, dal quale furono cacciate. E’ invece il Dio dei lebbrosi, dei peccatori, delle prostitute, di tutti quelli a cui era negato l’accesso al santuario di Dio onnipotente, assoluto, unico. Senza questa precisazione sostanziale, anche la relazione trinitaria diventa imperiale e fonte d’imperialismo. Quindi Dio é relazione a sua volta compresa, realizzata creativamente da tutte le relazioni umane e cosmiche. Non basta dire Dio Trinità. Forse bisogna dire Dio-relazione incompiuta, Dio-relativo, imperfetto e bisognoso, Dio-speranza, Dio-futuro.

Lavori in corso

Il sogno che cova in molti, più o meno consapevolmente, è un nuovo Sinai, cioè un nuovo incontro col mistero e col sacro, che testimoni e riveli la sacralità di tutto il creato e di ogni donna e uomo senza più bisogno della separatezza del sacro reificato e della sua gestione da parte della casta sacerdotale. Un nuovo Sinai che faccia incontrare e intrecciare e contaminare il sacro con la vita quotidiana.
E’ il sogno espresso ad esempio da padre Ernesto Balducci, con la forza e la chiarezza che gli erano consuete, nella Tavola rotonda sulla Violenza del sacro al Convegno delle comunità di base sulla Laicità (Firenze,1987). “Io sono convinto - egli disse - che non ci può essere cultura di pace se non con la eliminazione del sacro: la fine del sacro è la fine della cultura di guerra ... dobbiamo liberarsi dalla cultura del sacro perfino nella nostra vita di fede”.
Noi da gente della strada abbiamo un’indicazione: “lavori in corso”. Stiamo parlando della esperienza delle comunità di base e di altre simili. Lavoriamo per liberarsi e liberare per sanarsi e sanare. E non lavoriamo solo nelle regioni della consapevolezza. Lavoriamo anche oltre le frontiere delle consapevolezze e perfino oltre i limiti del sogno, ai confini dei grandi silenzi, silenzi nostri e soprattutto della gente umile, della gente da sempre repressa, da sempre inginocchiata a chiedere la salvezza dall’onnipotenza, incapace perfino di sognare, ai confini del silenzio di donne e uomini dove l’inconscio si apre all’ignoto. Ai confini di quel silenzio che in noi, come in un utero pregno, cova nascite di mondi nuovi. Ai confini di quei silenzi che dotti e maestri e sacri pastori ignorano per cieca fiducia nella loro rumorosa, onnipotente razionalità necrofila, “verità vera”, razionalità senza mistero. Lavoriamo per far emergere e sanare traumi spirituali e morali che la mente e tutto il corpo hanno patito perfino a loro insaputa e che si manifestano poi come blocco della speranza, spavento senza parola, vuoto dell’anima (tutto questo è in straordinaria consonanza con le nuove frontiere della psicanalisi - cfr. Patrizia Cupelloni La ferita dello sguardo, Angeli 2002, in “Corriere della sera”, 22 maggio 2002, p. 37). Lavoriamo per passare dalla perdita inconsapevole e dall’angoscia talvolta senza nome alla ricerca di senso e di speranza.

Potremmo definire questa ricerca con un nome: laicità. Ritrovare la laicità rovesciando l’ottica con cui finora si è perseguita. Abbassando lo sguardo per lasciarsi illuminare dalla luce che viene dal basso, invece che guardare le cose, il mondo, le relazioni, la politica, la vita, dall’alto, comunque questo alto si chiami: Dio, Assoluto, Potere, Legge, Ricchezza, scienza, Progresso, perfino Maggioranza, tutte rigidamente con la maiuscola per marcare il carattere di assolutizzazione e di esclusivismo, si potrebbe dire di sacralità, che viene loro non di rado attribuito.
In fondo questo sguardo dal basso sarebbe coerente con il significato stesso della parola “laico”: aggettivo che significa appartenente al popolo (laòs, in greco). E’ quanto sostiene Dietrich Bonhoeffer nelle sue “Lettere dal carcere”: “Resta un’esperienza d’incomparabile valore – scrive il teologo tedesco impiccato nel lager di Flossemburg - l’aver imparato a vedere dal basso i grandi avvenimenti della storia del mondo, dalla prospettiva degli esclusi, dei sospettati, dei maltrattati, dei deboli, degli oppressi e derisi, in breve dei sofferenti”. E’ questo sguardo dal basso che costituisce l’anima profonda e autentica della laicità? E’ questa riappropriazione dal basso la radice storica più profonda del vivere “come se Dio non ci fosse” (di nuovo Bonhoeffer)?
Va detto infine per concludere che questa laicità di fondo, questa presa di potere sul sacro e su ciò che con parole un po’ difficili vien chiamato “orizzonte di senso”, oppure “sistema di valori”, di cui nessuno ha la chiave, non ha mai vita facile. E’ osteggiata in ogni modo da tutti i sistemi di potere, da tutte le caste. Il conflitto va messo nel conto. La laicità è sempre conflittuale. Ce lo dice anche la saggezza dell’antichissimo mito di Adamo ed Eva. Mangiando il frutto proibito della conoscenza del bene e del male si scontrano con il potere di Dio. Perché la presa di potere sulla consapevolezza, la rottura della separatezza del sacro, destabilizza i sistemi del dominio in quanto si accompagna sempre alla presa di potere sulla economia e la politica.

* fondatore della Comunità fiorentina dell’Isolotto 

 

Copyright 1993/2003 Guerre&Pace
. Mensile di informazione internazionale alternativa
Ed. e propr. Associazione G&P. Stampa La grafica Nuova, v. Somalia 8, Torino.
Autorizz. Trib. Milano n. 55 del 13/2/1993. Dir. resp. Walter Peruzzi