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articolo della rivista numero 151
Fondamentalismi laici. La Lega
Rocco Cordì
Suggestione padanocentrica, miti celtici, xenofobia e razzismo sono l’essenza del fondamentalismo senza uscita incarnato dalla Lega Nord
Pregiudizi, intolleranza, persino violenza, da sempre hanno accompagnato i fenomeni migratori, perché la presenza del nuovo, l’incognita rappresentata dall’altro, dal diverso, dallo straniero, fa scattare automaticamente l’istinto all’autodifesa producendo spinte irrazionali e reazioni anche aggressive.
Perché ieri no, oggi sì?
1. Xenofobia e razzismo rappresentano la proiezione estrema di tali paure, la prova dell’incapacità di misurarsi razionalmente con il mondo che ti sta intorno e le sue trasformazioni. Sono forme disperate di reazione che trasformano rapidamente le primitive manifestazioni di “autodifesa” in aperta intolleranza e aggressività verso l’altro, fino ad assumere il proposito di “annullamento del nemico”.
Anche l’intenso fenomeno migratorio che ha interessato il nostro Paese nell’ultimo decennio ha suscitato timori e paure di questo tipo, ma può essere utile ricordare che, in altro periodo (nei due decenni successivi al dopoguerra), l’Italia ha vissuto una delle più grandi migrazioni interne della storia. Eppure nel vivo di quel processo, pur tra mille problemi e contraddizioni, la situazione rimase sotto controllo grazie alla presenza e al ruolo positivo di partiti, associazioni, istituzioni.
Xenofobia e razzismo rimasero, allora, relativamente marginali perché i timori e le paure indotte dalla nuova situazione vennero canalizzate dentro azioni e linee progettuali positive e rivolte al futuro.
Oggi la situazione appare rovesciata. La questione immigrazione è precipitata non per ragioni legate al fenomeno in sé, ma per il contesto in cui si è sviluppato e, soprattutto, per le modalità con cui politica e istituzioni lo hanno affrontato. Essa è diventata un campo di battaglia infinito la cui posta in gioco è l’accaparramento di consensi a buon mercato ma anche, per i fondamentalisti di ogni risma, occasione per affermare un’idea altra degli assetti sociali e statuali, mentre la sinistra appare prigioniera del problema, incapace di fornire risposte adeguate e di opporre un progetto alternativo.
Il Nord e la crisi delle certezze
2. Il partito della Lega Nord può vantarsi di aver affrontato per primo la questione ed anche di aver dettato agli altri temi e obiettivi. Ma per comprendere le ragioni del successo leghista e la vera natura del partito di Bossi bisogna volgere lo sguardo alla crisi che, a partire dagli anni Ottanta del Novecento, ha investito l’area più industrializzata e ricca del Paese.
Sono gli anni in cui entra in scena quel fenomeno complesso e travolgente riassunto schematicamente sotto il termine di “globalizzazione”.
In realtà si tratta di un gigantesco processo di trasformazione dell’esistente che nel suo procedere non trasforma solo l’economia, ma tende a plasmare e a uniformare ogni cosa: la politica, le istituzioni, gli individui.
A partire dagli anni Ottanta, nell’area più industrializzata e ricca del Paese, il cambiamento ha agito in profondità scardinando gli insediamenti e i legami sociali preesistenti. Le vecchie certezze, derivanti da ruoli sociali riconosciuti e dalle garanzie offerte dai diritti acquisiti, sono state sottoposte a dura prova fino a diventare evanescenti. Ed è così che, a livello di massa, prende corpo e si diffonde la convinzione che nulla sarà più come prima e il futuro non potrà riservare altro che amare sorprese.
Il sistema politico non coglie la portata delle trasformazioni mentre lo stesso sindacato, nel vortice delle ristrutturazioni che investono il sistema delle imprese, fa sempre più fatica a tutelare la propria base sociale ed è comunque costretto a pagare prezzi alti..
Tangentopoli assesta il colpo di grazia ai partiti. La vicenda “mani pulite” però è solo la punta dell’iceberg. La crisi dei partiti, infatti, comincia ben prima e si consuma proprio nel vivo di quella riorganizzazione economica mondiale che tende, tra l’altro, a collocare politica e istituzioni in un ruolo subordinato.
Come la Lega cavalca la crisi
3. La Lega mette radici e si sviluppa rapidamente in quel contesto giocando spregiudicatamente sui timori e le paure diffuse.
Il suo gruppo dirigente non è minimamente assillato dalla preoccupazione di fornire una chiave interpretativa razionale della cosiddetta “questione del nord”, né si è mai proposto di indicare linee e progetti coerenti con le nuove domande sociali prodotte dalla crisi.
La scelta di fondo è sempre quella di cavalcare sentimenti e luoghi comuni piegando alle convenienze del momento i propri obiettivi.
Il filo del ragionamento leghista è molto semplice, ma accattivante: la crisi del nord è prodotta da “nemici esterni” (primo fra tutti lo statalismo rappresentato da roma ladrona), ma l’insidia più grave proviene dall’immigrazione (che il potere economico e finanziario delle multinazionali usa per distruggere il nostro tessuto sociale e la nostra libertà). Per contrastare tali “nemici” non c’è che una via d’uscita: “tornare ad essere padroni a casa nostra”.
Il 1992 è l’anno della svolta. La Lega di Bossi, fino ad allora semplicemente Lombarda, diventa punto di coagulo delle molteplici leghe trasformandosi in Lega Nord. Le elezioni si svolgono a ridosso della esplosione dell’inchiesta “mani pulite” e la Lega Nord esplode a sua volta conquistando l’8,6% dei voti nazionali (con una media superiore al 25% in Lombardia, 20% nel Veneto e 15% in Piemonte).
L’esito del voto oltre a cambiare la geografia politica delle regioni del nord proietta la Lega nell’empireo della scena nazionale. Due anni dopo, grazie all’introduzione del sistema maggioritario, la Lega, alleata di Berlusconi, approda al governo e da quel momento assume un ruolo decisivo nella formazione (e nella tenuta) delle future maggioranze parlamentari.
Dopo la prima esperienza di governo l’andamento elettorale della Lega sarà oscillante (nel 1996 raggiunge la punta massima del 10%, poi nel 2001 precipita al 3,9%, risale al 4,6 nel 2006, fino al 2008 quando conquista l’8,3 ritornando quasi ai livelli del 1992).
4. Ed è proprio dal 1992 che l’indipendenza del nord diventa, seppure tra brusche frenate e improvvise accelerazioni, il leit-motiv, l’essenza, la ragion d’essere della Lega. Separatismo, devolution, federalismo, sono i punti di forza sui quali la Lega gioca in modo disinvolto, alternando le opzioni a seconda delle circostanze. Il leghismo si fa interprete della frustrazione di quella parte del Nord, colpita dalla crisi, ma convinta davvero di lavorare per tutto il Paese e di essere vittima dello Stato con l'ingiustizia fiscale, le disfunzioni e i ritardi. L’esaltazione del localismo, del particolare, dell' Italia minima e dispersa, finisce per dare riparo e rappresentanza alle nuove domande sociali, proponendosi, addirittura, come progetto credibile di governo.
Ma il “malessere” del nord non si attenua nonostante la Lega occupi, da ormai quindici anni, responsabilità di primo piano in centinaia di amministrazioni comunali e provinciali, in alcune regioni e nel governo nazionale (per sette anni). La scarsità di risultati emerse dalle prove di governo (aldilà delle campagne stampa dei sindaci sceriffi) spinge la Lega a tenere alto il livello dello scontro riproponendo con maggiore durezza i temi centrali della sua azione politica: il federalismo e l’immigrazione.
Per ragioni di spazio tralascio il tema del federalismo, i due temi però si intrecciano e si integrano dando corpo al progetto strategico della Lega.
Il razzismo come invariante del leghismo
5. L’ostilità contro gli immigrati è un punto costante e caratteristico della propaganda leghista. L’obiettivo dichiarato è: l’immigrazione va fermata con ogni mezzo. Oscillazioni e rettifiche sul tema non devono trarre in inganno; esse sono tutte funzionali al gioco politico dell’eterno padre-padrone della Lega che, al di là delle apparenze, agisce sempre scegliendo ciò che è utile alla sopravvivenza del suo partito più che ai destini del Nord.
6. La Lega delle origini manifestava la sua vocazione xenofoba e razzista in chiave antimeridionale. Un famoso manifesto dell’epoca riportava l’immagine dell’Italia sovrastata da una gallina che (dal nord) scodellava uova d’oro e sotto, ovviamente al sud, una grassa contadinotta si appropriava del ricco prodotto.
In un altro manifesto cult il ruolo di protagonista veniva assegnato al somaro lombardo costretto a tacere mentre roma ladrona lo spremeva (paga e tas).
I sudisti (o sudici nel linguaggio colto alla Borghezio) venivano sottoposti al pubblico ludibrio perché, oltre ad avere occupato il sacro suolo padano, si accaparravano i posti di lavoro nella pubblica amministrazione. Ma la loro colpa ancora più grave era quella di aver dissanguato il nord a causa della connaturata vocazione parassitaria o poca voglia di lavorare.
E’ il trionfo della banalità dei luoghi comuni. La semplificazione di questioni complesse fa il paio con le soluzioni da bar. Cosa importa che la produttività del nord sia stata assicurata anche dal sudore e dalla fatica di centinaia di migliaia di operai terroni . Perché fare la fatica di interrogarsi sulle cause reali dell’arretratezza e della subordinazione del sud quando a portata di mano hai già una risposta pronta e accattivante: se non ci fossero loro a mangiarsi le nostre risorse non avremmo problemi.
7. Una volta individuato il nemico puoi scaricargli addosso tutte le tue armi.
L’incessante ritornello sul mezzogiorno palla al piede e quello sui vizi e costumi dei meridionali è un mezzo utile per dare consistenza e credibilità all’obiettivo primario della Lega: quello della indipendenza, di restare padroni a casa a nostra (nella illusione, molto pia, che chiudendosi nella dimensione territoriale della padania, peraltro inesistente, sarebbe possibile difendersi meglio dagli effetti della globalizzazione).
Il meridione resta ancora oggi nel mirino della Lega anche se, ragioni di opportunità politica (prima viene la tenuta della maggioranza) e l’emergenza stranieri, hanno indotto la Lega a ridimensionare gli attacchi. A volte però i toni d’un tempo torna utile rispolverarli: recentemente Bossi si è scagliato con veemenza contro gli insegnanti meridionali che, oltre alla pretesa di dettar legge in casa nostra, si sono macchiati dell’orribile delitto di aver bocciato uno dei suoi figli. Si dà il caso che la commissione d’esame dell’illustre rampollo fosse composta in prevalenza da professori settentrionali. Ma anche questi sono piccoli dettagli tranquillamente trascurabili di fronte all’imperativo categorico di perseguire sempre e a qualsiasi costo la giusta causa del nord.
8. Nella caccia ai nemici esterni la Lega è molto disinvolta e creativa. Alla stagione intensa contro i meridionali è seguita quella contro i cinesi e i turchi e, infine, quella ancora più aspra contro i musulmani (!).
La tecnica è quella già sperimentata con successo contro i meridionali: denigrare e colpevolizzare. I leghisti non sono avvezzi al dubbio. Per loro i nuovi immigrati stranieri, sbrigativamente catalogati tutti come “clandestini”, sono un pericolo: la loro presenza costituisce una minaccia permanente alla nostra sicurezza e alla nostra civiltà .
I sottili distinguo di chi vuole scrollarsi di dosso l’accusa di razzismo sono smentiti dai fatti: oggetto dell’aggressione è l’immigrato tout curt.
Un manifesto dei primi anni novanta riassumeva in modo inequivocabile il pensiero leghista: L’immigrazione distrugge la democrazia, l’economia dei cittadini e delle imprese, la famiglia.
L’immigrazione in sé dunque, non gli irregolari o i clandestini. Un manifesto di pochi mesi fa proponeva invece di votare Lega per evitare di finire nelle riserve come gli indiani d’America. Omettendo, ovviamente, il piccolo dettaglio sulla nazionalità degli invasori. Il fatto che fossero europei non provoca alcun dubbio nelle coscienze dei generali Custer in camicia verde; per loro ciò che conta davvero è dimostrare che la lotta per l’indipendenza è una ipotesi realistica, irrinunciabile per una terra che è diventata colonia schiava di Roma.
Sindaci o capi manipolo?
9. L’escalation leghista non si ferma qui. Il veleno viene instillato quotidianamente con una azione capillare incessante e senza freni: insulti contro rom, rumeni, zingari ed altre etnie di turno, promozione di ronde antiimmigrati, ostacoli alla creazione di luoghi di culto e di ritrovo, installazione di telecamere nei luoghi in cui si nota una certa presenza di stranieri, misure discriminatorie per ostacolare attività commerciali regolari.
In questo assalto frontale particolarmente grave è il ruolo dei sindaci leghisti che, anziché svolgere la loro funzione istituzionale si atteggiano sempre più a capi manipolo e a giustizieri della notte. Le istituzioni locali vengono così piegate (e umiliate) ad un ruolo improprio diventando a loro volta fonte di allarmismo e preoccupazione per i cittadini.
I temi cavalcati dalla Lega sono diventati patrimonio comune della sua coalizione e quindi programma di governo. Per la maggioranza berlusconiana-bossiana la questione immigrazione altro non è che un problema da strumentalizzare come “emergenza nazionale” riproponendo ossessivamente l’equazione immigrato = clandestino = criminale. Il che ovviamente non riduce l’allarme ma lo amplifica, con effetti disastrosi nel corpo sociale del Paese.
Quale idea di Italia
10. L’atteggiamento razzista sulla immigrazione svela anche quale idea di Italia abbia la nuova destra. Un paese chiuso, spaventato, accerchiato, al limite della regressione storica e addirittura psicologica. Un paese che si illude di resistere alle tendenze in atto facendo appello ai richiami di sangue e fede, chiudendosi nel proprio territorio o nella propria corporazione, proponendosi come nuovi crociati “baluardo della civiltà cristiana" (mutilata però da ogni parvenza di solidarietà). Gli immigrati, le leggi, la sicurezza, non sono la vera posta in gioco, loro sono le vittime di una idea spaventosa e spaventata dell' Italia, di un nord che quando cede alle sirene leghiste o delle destre, restando prigioniero delle paure e dalla sindrome da assedio, nega in realtà sé stesso e la sua vocazione allo scambio culturale ed economico che ha segnato le fasi più alte del suo sviluppo.
La modernizzazione separatista, la suggestione padanocentrica, i miti celtici, il turpiloquio, la xenofobia e il razzismo sono la base e l’essenza del fondamentalismo incarnato dalla Lega, ma non forniscono alcuna via d’uscita.
Non ci sono vie salvifiche a portata di mano, c’è solo da riscoprire un’altra idea di economia e società. Altrimenti tutto il peggio esistente, per fortuna ancora frantumato, potrebbe coagularsi in un progetto neoautoritario di una comunità senza cittadinanza, di un'appartenenza senza integrazione, di una immigrazione senza diritti, di una democrazia senza democrazia.