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articolo della rivista numero 151


Un Dio maschio e femmina…

 

Lidia Cirillo *

* della redazione di Quaderni Viola. 

 

La vita familiare e personale resta il terreno su cui il potere residuo della Chiesa continua a esercitarsi

 

Le ragioni per cui l’integralismo cattolico si esercita soprattutto sui temi della relazione tra i sessi, della sessualità e della riproduzione sono remote e recenti. Non è possibile qui soffermarsi sulle ragioni più remote della sessuofobia cristiana e poi cattolica, anche perché bisognerebbe misurarsi con opinioni nella sinistra e nel femminismo assai diffuse. 
Solo qualche osservazione. La sessuofobia cristiana è certamente legata alla misoginia delle società patriarcali, ma non in maniera necessaria. Sono esistite società non meno patriarcali di quelle cristiane eppure non sessuofobe. E non è nemmeno vero che le religioni monoteiste siano più misogine di altre. È vero piuttosto che esse sono aperte ai due opposti estremi: alla totale esclusione della donna, cancellata anche dal mito; alla sua assunzione nel maschile, tappa indispensabile dell’emancipazione dopo la cristallizzazione del maschile nelle strutture sociali e nella tradizione simbolica. Il cristianesimo delle origini per altro è stata una delle religioni più aperte alle donne tra quelle delle società storiche, cioè delle società di classe. Karlheinz Deschner, autore di una storia del sesso nel cristianesimo, attribuisce la svolta misogina e sessuofoba all’estendersi dell’influenza di Paolo di Tarso nella costruzione della Chiesa come complesso di strutture organizzative e di gerarchie . (1)

L’ALLEANZA CON I POTERI FORTI
Per il clero cattolico un integralismo nel senso vero e proprio del termine da molto tempo non è più possibile per i contesti in cui è stato costretto a vivere e a sopravvivere. L’aspirazione ad attuare compiutamente e a imporre globalmente i suoi principi si è infranta nel mondo nordoccidentale su un sistema di poteri laici forti (le oligarchie economiche, lo Stato, i partiti ecc.) e di culture laiche.
Il clero ha dovuto fare i conti con l’anticlericalismo borghese, finché la borghesia è stata anticlericale; con più attraenti prospettive di liberazione e di salvezza, finché la sinistra ha mantenuto un legame con quelle prospettive; con le dinamiche di ascesa delle donne e con i femminismi; con il progresso delle scienze e delle tecniche; con il relativismo, di cui quello postmoderno è solo l’ultima versione. Se non fosse stato ogni volta a suo modo in grado di adattarsi a uno stato di cose, non sarebbe certamente sopravvissuto.
Contrariamente a un’opinione diffusa, il clero cattolico è stato più volte capace di rinnovare strutture organizzative, liturgie e linguaggi. Le trasformazioni sono avvenute attraverso eventi solenni e visibili e attraverso direttive e pratiche, capaci di indirizzare e di produrre svolte.
Il Concilio Vaticano II  (per esempio), aperto da Giovanni XXIII nel 1962, prende atto dell’esistenza di una Chiesa latinoamericana e africana di fronte al diffondersi delle rivendicazioni terzomondiste. Elimina l’antigiudaismo teologico dopo la catastrofe della Shoah, in cui il cattolicesimo ha pesanti responsabilità remote e recenti. Attribuisce ad altre religioni il merito di contribuire all’elevazione morale del genere umano. Adegua la liturgia, in modo particolare con il passaggio dalla messa latina a quella nelle diverse lingue nazionali.
Più interessanti degli eventi sono però le trasformazioni nell’organizzazione e nei linguaggi. Per la sua capacità di aderire al corpo sociale la Chiesa cattolica resta ancora l’unica istituzione con un radicamento veramente capillare in ampi settori popolari, malgrado la crisi delle vocazioni e la crisi latente ma profonda in America latina, dove potrebbe pagare a un prezzo assai alto l’alleanza delle sue burocrazie con la peggiore conservazione sociale. Dal punto di vista culturale quelli che potremmo chiamare “intellettuali organici del clero” (Ratzinger è stato uno dei più colti e abili) usano gli stessi linguaggi della cultura accademica e si destreggiano con disinvoltura tra antropologia, psicoanalisi e filosofia con un’ovvia preferenza per l’ex seminarista Heidegger.
Tuttavia le capacità di innovazione del clero si muovono tradizionalmente all’interno di tre dimensioni mobili, che ne limitano in modo variabile lo spazio. La prima è l’alleanza strategica con gli altri poteri delle società di classe. Per questa ragione oggi le resistenze alla guerra, al razzismo e alle ingiustizie sociali sono assolutamente inefficaci su terreni su cui la Chiesa avrebbe invece grandi possibilità di apertura. È del tutto improbabile che la burocrazia vaticana muti questa pratica, a cui deve la sua sopravvivenza più di qualsiasi altro espediente. L’alleanza con classi e caste dominanti non è venuta mai meno, malgrado i conflitti e le vicissitudini di due millenni di storia. Anche con i detestati “regimi comunisti” la coesistenza pacifica ha di gran lunga avuto il sopravvento sul conflitto. Nei paesi di tradizione cattolica la Chiesa ha rappresentato l’unico spazio agibile diverso da quello delle istituzioni burocratiche. Per questo l’opposizione in Polonia - per esempio - ha finito col raccogliersi entro quegli  spazi materiali e simbolici.
La seconda dimensione è quella del terreno su cui si esercita il suo specifico potere. Sul piano economico, politico e culturale le pretese cattoliche sono state da tempo fortemente ridimensionate.
Il fatto che di recente i suoi intellettuali organici abbiano rivendicato al cristianesimo l’Illuminismo contro cui il clero ha ingaggiato una delle battaglie più strenue della sua esistenza la dice lunga sulla qualità e lo spessore delle ritirate.
La vita personale e familiare - le nascite, i riti di iniziazione, l’educazione e l’intrattenimento dei fanciulli, i matrimoni, le malattie, la morte - ha rappresentato il terreno residuo su cui il potere del clero ha potuto continuare a esercitarsi. E su questo terreno le relazioni di genere e le questioni legate al sesso e alla sessualità hanno evidentemente un’importanza fondamentale.
La terza dimensione infine riguarda le modalità della costruzione del prestigio ecclesiastico di fronte ai settori popolari della cui sottomissione il clero si fa garante. La Chiesa ha sempre voluto apparire come l’istituzione detentrice del monopolio sull’etica e l’alternativa all’immoralità degli ordini gerarchici umani. L’alleanza strategica con le classi dominanti è legata a questo specifico ruolo, da cui deriva per altro anche il patto stretto agli inizi del Novecento con il liberalismo borghese fino a quel momento anticlericale. Non per caso Tremonti, intervistato nel mese di settembre sulla seconda rete della Rai da Minoli, mentre denuncia con toni altermondialisti la globalizzazione, propone come alternativa l’etica. E alla domanda con cui l’intervista si chiude: “Crede in Dio?”, risponde con la più sfacciata delle ipocrisie un sì mite e compunto. Non esiste solo l’opportunismo degli atei devoti, che usano le credenze popolari contro le classi subalterne stesse. Esiste anche un’opinione non credente e laica, conformista nei confronti della Chiesa, cui attribuisce la capacità di essere fattore di elevazione morale e di ordine.
Ma i detentori della salvezza sono condannati a non potersi sbagliare perché il loro prestigio, e quindi il loro potere, sono legati al presupposto dell’esclusiva della verità. L’ostinazione della Chiesa sui temi della contraccezione, dell’aborto, dell’eutanasia, dell’omosessualità è legata in parte anche alla sua impossibilità di contraddirsi, almeno finché non sbatte violentemente il muso contro la realtà o finché le riesce di difendere un territorio.

UN ABILE ELOGIO DELLA “DIFFERENZA”
Il clero cattolico è quindi la realizzazione esemplare della massima gattopardesca del cambiare tutto per non cambiare nulla. E anche l’esempio di un equilibrio a fini di potere tra conservazione e innovazione (nel senso di riscrittura e adeguamento) nello stesso tempo difficilissimo e sapiente.
Si possono fare qui solo alcuni esempi. L’intellighenzia vaticana si è misurata con l’onda lunga femminista degli ultimi decenni soprattutto con due testi. La “Lettera apostolica Mulieris Dignitatem del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II sulla dignità e vocazione della donna” (1988) non ha altro scopo che ribadire l’esclusione delle donne dal sacerdozio, dalle gerarchie ecclesiastiche e dal potere politico vaticano. Eppure essa suscitò l’ingenuo entusiasmo della maggioranza del femminismo italiano per l’abile elogio della differenza.
L’altro testo è la “Lettera ai vescovi della Chiesa sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo” (2004), firmata dall’allora cardinale Ratzinger e dall’arcivescovo Angelo Amato. Con questo testo il gruppo di intellettuali che si raccoglie nella Congregazione per la dottrina della fede, di cui Ratzinger è stato prefetto tra il 1981 e il 2005, ha mostrato di essere forse l’unico gruppo maschile con un’adeguata conoscenza del complesso dibattito femminista. Su quel dibattito la Congregazione ha addirittura preso posizione. Obiettivo polemico della lettera sono le tesi che della diversità tra donne e uomini sottolineano i condizionamenti storico-culturali e quindi la attenuano, la relativizzano e soprattutto non la rivendicano come alterità. Nella loro forma più articolata e meno ideologica queste tesi non affermano affatto l’inessenzialità del corpo e del sesso. Dicono però che l’essere umano è per natura animale di cultura e che sulla differenza sessuale sono state costruite nel corso dei secoli e dei millenni differenze che sono appunto storico-culturali. Ciò in cui le donne differiscono dagli uomini è perciò un’inestricabile combinazione tra un corpo e dei rapporti sociali, un sesso e l’esclusione prolungata dalla tradizione simbolica, una funzione e un complesso di stereotipi normativi e marginalizzanti... È per questo che, rivendicando la differenza, si corre sempre il rischio di giustificare la disuguaglianza. Ratzinger e la Congregazione rilanciano nella lettera l’importanza della differenza sessuale, spiegando che uomo e donna sono complementari dal punto di vista fisico, psicologico, spirituale e che sono valori femminili la capacità di vivere per l’altro, il rispetto del concreto, la resistenza alle avversità e tutte le altre virtù che si attribuiscono di solito ai subalterni.
La cosa singolare e rivelatrice è che nella Mulieris Dignitatem (ma anche altrove) Dio, l’essere perfetto, è nello stesso tempo maschio e femmina, contiene in sé le virtù maschili e femminili. Così l’intellighenzia vaticana, mentre si sforza di riaffermare l’irriducibile differenza, la naturale complementarità, la specificità femminile ecc. dice anche, senza volerlo e saperlo, che la perfezione è... queer.

CONTRACCEZIONE E OMOSESSUALITÀ
Altro esempio significativo è il rifiuto della contraccezione, ribadita agli inizi di ottobre da Benedetto XVI. La condanna di Paolo VI, che Ratzinger riprende, conteneva già elementi di innovazione rispetto alla tradizione cattolica per cui qualsiasi pratica di limitazione delle nascite era  “onanismo matrimoniale”. Dopo la seconda guerra mondiale il clero cattolico ha ammesso l’Ogino-Knaus (ma solo per “serie motivazioni”), considerato metodo naturale. Non si spiega ovviamente che cosa vi sarebbe di più naturale, per esempio rispetto al coitus interruptus, nel controllo sulla mucosità della cervice o nella misurazione della temperatura basale.
In realtà l’eccezione concessa a Ogino-Knaus si spiega con il semplice fatto che il metodo si fonda sull’astinenza in determinati periodi del mese e per il momento le burocrazie della Chiesa non riescono a proporre nient’altro.
Nel 1826 l’uso del preservativo come protezione dalla sifilide era stato condannato con l’argomento che esso ostacolava i disegni della Provvidenza che con la malattia aveva voluto punire le creature nell’organo con cui esse avevano peccato. In maniera più sofisticata e meno bestiale, un’idea simile è stata avanzata a proposito dell’Aids: nemmeno lo spettro di quella terribile malattia ha indotto le alte gerarchie ecclesiastiche ad accettare la pratica dei rapporti protetti. Solo alla virtù (l’astinenza) è affidato il compito di salvare l’umanità dal flagello. Il permanere della proibizione cattolica del preservativo ha contribuito non poco alla diffusione della malattia in Africa, a proposito di difesa della vita.
Anche sull’omosessualità il clero ha tentato riscritture e adeguamenti, senza tuttavia mutare la sostanza del suo atteggiamento. Nel dicembre 1975 la Congregazione diffonde una “Dichiarazione su alcune questioni di etica sessuale”, in cui si opera una distinzione tra tendenza omosessuale e atti omosessuali, replicando ovviamente la condanna.  Nell’ottobre 1986 viene diffusa una “Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali”, dettata evidentemente dalla preoccupazione che la dichiarazione del 1975 abbia autorizzato interpretazioni benevole. La posizione della Chiesa - sostiene la lettera - trova conforto in sicuri risultati delle scienze umane. Non si precisa di quali risultati si parli, ma è facile immaginare che ci si riferisca alla psicoanalisi ufficiale per cui l’omosessualità è una nevrosi. Si dimentica di dire che per Freud è una nevrosi anche l’eterosessualità, il diventare uomo, il diventare donna e semplicemente il diventare esseri umani. In modo particolare la femminilità compiuta coincide con l’acquisizione di un’attitudine masochista, necessaria ad affrontare la difficile vicenda della gravidanza e del parto.
L’inclinazione omosessuale - precisa la lettera - non è in se stessa peccato, ma resta comunque una tendenza verso un comportamento cattivo e quindi l’inclinazione stessa deve essere considerata oggettivamente disordinata. Si ricordano la punizione di Sodoma, le Sacre scritture e la tradizione della Chiesa, tacendo ovviamente delle torture e dei roghi. Si rifiutano infine le pressioni esercitate sulla Chiesa perché accetti l’omosessualità e si denunciano i tentativi di mettere insieme sotto l’egida della Chiesa persone omosessuali che non hanno alcuna intenzione di abbandonare i loro comportamenti.

NOTE
(1) Karlheinz Deschner, Das Kreuz mit der Kirche, Düsseldorf, 1974. Tradotto in italiano da Costante Mulas Corraine e pubblicato nel 2000 da Massari editore con il titolo La croce della Chiesa.

 

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