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articolo della rivista numero 151


Esistere per se stesse

 

Eleonora Cirant *

* giornalista e responsabile del Centro documentazione dell'Unione femminile nazionale

 

Hanno costruito per me una gabbia affinché la mia libertà
           fosse una loro concessione
e ringraziassi e obbedissi.
Ma io sono libera prima e dopo di loro,
con loro e senza di loro
sono libera nella vittoria e nella sconfitta.
La mia prigione è la mia volontà!
La chiave della prigione è la loro lingua
ma la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio
           desiderio
e il mio desiderio non riusciranno mai a domare.

Sono una donna.
Credono che la mia libertà sia loro proprietà
e io glielo lascio credere
e avvengo(1)

(Joumana Haddad)

Non ricordo un momento esatto in cui ho deciso che non mi sarei sposata. La mia resistenza al matrimonio assomiglia piuttosto a quelle formazioni rocciose che si creano nel tempo, modellate dalle stagioni e dalle forze naturali. Ma spesso è così che le convinzioni si formano, strato su strato, il carattere forgiato nell’officina del tempo storico. Ad esserne scolpita è l’identità individuale.
Non mi è facile spiegare ad amici ed estranei perché, dopo diciassette anni di amorosa convivenza con il mio compagno e con una prospettiva di futuro insieme, ancora insistiamo a non sposarci, fosse solo per mero utilitarismo. Sarebbe facile riassumere la verità in una sintetica spiegazione ideologica: “Non ci sposiamo perché il matrimonio, così com’è in Italia, è il pilastro della società patriarcale. Noi vogliamo abolire il patriarcato, quindi...”. Sarebbe facile, se tutti usassimo le stesse parole con gli stessi significati. Ma in tempi odierni certe parole sono pesanti a dirsi, e ancor più a digerirsi. “Mi sposerò quando anche le persone omosessuali potranno farlo”, dico. Anche questa affermazione genera reazioni stranite, ma almeno ho una possibilità di veder spuntare qualche domanda nello sguardo di chi ascolta. Visto da questa prospettiva, infatti, il matrimonio, anche quello civile, non è un affare troppo laico. Anzi, non lo è per niente. Dove è scritto che possono sposarsi solo persone di sesso diverso? Non nella nostra Costituzione, che all’art. 29 stabilisce che “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sulla eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare”. Non lo è nel Codice, dove la differenza di sesso tra i coniugi non è prevista come requisito di validità dell’atto matrimoniale.

IL MATRIMONIO FORMALIZZA I RUOLI SESSUALI
Il divieto alle persone omosessuali di sposarsi ha radici solide e profonde, innaffiate e rinvigorite da secoli di cattolicesimo. Alcuni paesi hanno semplicemente sostituito le parole “‘marito” e “moglie” con quella di “coniugi”, aprendo il matrimonio agli e alle omosessuali, e altri hanno inventato istituti diversi dal matrimonio. Qui in Italia resiste più forte che mai il patto d’acciaio tra Stato e Chiesa nel conservare il matrimonio in formalina.
Il termine matrimonio deriva dal latino mater munus che indicava la “condizione legale della maternità”. Più chiaro di così si muore. Il matrimonio è istituito per definire giuridicamente la maternità e per formalizzare i ruoli sessuali. Forse è proprio questo a costituire un problema per le 500.000 persone che, in Italia, scelgono di essere “coppia di fatto” (dato Istat 2007). La secolarizzazione della società spinge le biografie a esondare i confini di ruoli cristallizzati in secoli di tradizione. Sono sempre meno matrimoni celebrati e sempre di più le separazioni, aumentano le coppie di fatto. È uno straripamento che la Chiesa cattolica nella sua versione ufficiale non può assolutamente tollerare. Bisogna fissare gli argini, ricondurre il fiume all’alveo. È così che nell’agosto del 2004 viene consegnato all’opinione pubblica il documento ufficiale “Lettera sulla collaborazione dell’uomo e della donna”, scritto dall’allora cardinale Ratzinger (2).
La preoccupazione dell’attuale Papa nel fare appello alla collaborazione tra donne e agli uomini è la “struttura della famiglia”, e dunque il matrimonio, che ne è il fondamento giuridico. Il documento analizza le testimonianze della differenza sessuale nelle Sacre scritture e la àncora solidamente alla maternità come “elemento chiave dell’identità femminile”. Il senso del documento di Ratzinger emerge chiaramente nella lettura che ne dà Lea Meandri (3): “La Lettera appare come una ‘risposta’ ferma a un pericolo, che non viene riscontrato, come ci si aspetterebbe, nei ‘sogni di potere’ e nel ‘dramma della violenza’, che oggi sconvolgono il mondo - il che avrebbe comportato l’analisi di una ‘maschilità’ distruttiva -, ma proprio nei cambiamenti che hanno visto negli ultimi decenni molte donne diventare più consapevoli e più padrone della loro vita. Al di là della maggiore vicinanza o distanza da questa o quella corrente di pensiero femminista [...] ciò che inquieta, e che ritorna insistentemente nel testo, è il fatto che, per un’imprevista ‘presa di coscienza’ oggi le donne vengano legittimando la possibilità di ‘esistere per se stesse’, fosse anche solo per ‘risignificare’ liberamente qualcosa che hanno subìto, dando un segno positivo a quelle stesse condizioni per cui sono state inferiorizzate: la maternità, la ‘vocazione relazionale’”.
Ratzinger sottolinea che la “capacità di essere per l’altro” non dovrebbe essere un valore solo femminile, ma umano. “È solo perché le donne sono più immediatamente in sintonia con questi valori che esse possono esserne il richiamo e il segno privilegiato”. Tuttavia, la funzione prioritaria della donna è quella della cura e la sua missione è dentro la famiglia.
Se fossi un uomo, mi sentirei offeso da una visione dei rapporti che mi esclude dal mondo della cura per assegnarlo al dominio femminile. A venirne frainteso sarebbe il mio essere umano. Come uomo, avrei da agitarmi e strombazzare a gran voce che qui si fanno discriminazioni su base sessuale!
Da questa fissità, che inchioda la libertà e la creatività umana a schemi preordinati, deriva la mia allergia all’istituto matrimoniale, che lo stato italiano si ostina pervicacemente a isolare dal fiume in piena del cambiamento sociale. La visione ratzingeriana dei rapporti fra uomini e donne pare, infatti, trascritta parola per parola nel programma politico delle destre che ci governano.

SEPARAZIONE TRA SFERA PUBBLICA E PRIVATA
La famiglia italianamente intesa poggia il suo perimetro su un’altra storica separazione, quella fra sfera pubblica e sfera privata, con relativa distribuzione di compiti e funzioni all’uno e all’altro sesso. Sono molti i muri crollati nel corso del Novecento eppure, nonostante la lunga e nonviolenta rivoluzione femminile, quello che separa le cure familiari dalla cura della res publica è ancora difficile da lambire. È un muro invisibile, intangibile, scritto nel corpo, nell’immaginario, nei simboli e nel linguaggio. “Segretario” è un alto funzionario di partito, mentre “segretaria” designa funzione impiegatizia. L’architetto, il medico, l’avvocato esistono da sempre nello spazio pubblico, mentre un’architetta, una medica e un’avvocata devono storpiare la grammatica per poter esistere in esso, risultando inopportuna la declinazione femminile.
Lavorando come bibliotecaria all’Unione femminile nazionale mi è capitato di accogliere una ragazza che stava preparando una tesi sulla presenza delle donne in azienda e su quello che viene definito il “tetto di cristallo”, cioè la difficoltà delle donne ad accedere a posizioni di potere e di prestigio, nonostante ne abbiano le capacità. Il nodo è quello della maternità, il punto zero della differenza sessuale, che per la donna significa “bivio”: o sei di qua, o sei di là. O sei a casa, o sei in azienda. Ragionando di questi argomenti la studentessa disse: “Con questa tesi sto imparando molte cose che non mi sarei aspettata. Per questo ho deciso che per il biennio di specialistica non prenderò economia ma risorse del personale. Certo, l’economia mi piace molto, ma ora so che una carriera in questo campo mi porterebbe a rinunciare alla maternità. Invece, lavorando nel settore delle risorse umane potrei conciliare le due cose”. Rimasi interdetta dalla strada che la ragazza aveva già prefigurato per sé. Una ricerca sul tetto di cristallo dovrebbe servire a darti la forza di sfondarlo, mentre a lei stava dando la pazienza di lucidarlo con il vetril. Così le ho detto: “Dai, perché rinunciare a priori? Con tuo marito potreste organizzarvi la vita in modo tale che tu possa seguire la strada che più ti piacerebbe”. Lei mi ha definitivamente seppellito con una risata, dicendo: “Figurati! Il mio ragazzo è in affari con un socio e avrà da lavorare moltissimo, non avrà certo tempo da dedicare ai figli. Già adesso è così impegnato...”. Il suo tono realistico e perentorio non lasciava spazio a ulteriori repliche, così mi sono messa al lavoro e ho iniziato a tirare fuori dagli scaffali tutti i titoli che avrebbero potuto essere utili alla sua ricerca teorica.
Se non è sufficiente un bonus bebè a ingolosire le donne indirizzandole verso la loro mission biblica, la difficoltà a spostare i confini tra spazio privato e spazio pubblico, insieme con la poca voglia di aprire guerre intestine per farlo, rimane dunque un ostacolo da tenere seriamente in conto. Che cosa sia lo spazio pubblico, se e come venga modificato dalla presenza femminile, quanto venga a coincidere con lo spazio mediatico e quali siano le strategie perché in esso si rendano visibili e udibili posizioni non docili ma conflittuali (senza per questo cadere nella trappola della spettacolarizzazione, che stritola i frammenti di realtà nella fin troppo semplice dicotomia amico/nemico, vincente/perdente, giusto/sbagliato)... tutte queste domande attraversano il dibattito femminista e interrogano le pratiche politiche delle donne. Rimanendo al momento senza risposte.

L’ESCLUSIONE AVVIENE ATTRAVERSO L’IMMAGINE E IL TEMPO
Ho partecipato di recente a un dibattito organizzato da “L’ora del tè”, un gruppo formato da donne italiane e immigrate da paesi islamici, che hanno iniziato a riunirsi dopo l’esperienza della scuola araba di via Ventura a Milano. Il gruppo organizza periodicamente iniziative aperte alla città. In questo caso la discussione era partita dal tema delle mutilazioni genitali femminili (Mgf), ma andava via via allargandosi alla sessualità e ai rapporti fra donne e uomini. La condanna delle Mgf era comune e convinta, ma cominciavano a emergere alcune differenze. La discussione si faceva galoppante, quando una donna  prese la parola per dire con vigore: “Io sono musulmana e seguo la legge del Corano. Per me quello che dice mio marito è un ordine. Il marito in casa è come il padrone in un’azienda e i familiari sono i suoi dipendenti”. Rimasi ammutolita dalla voragine che quelle parole mettevano fra me e lei. Pensai che era già tanto essere lì, nello stesso luogo a dirci delle cose, e che l’importante era ascoltare quello che aveva da dire. Pensai che se suo marito era il padrone dell’azienda, lei certo come dipendente avrebbe avuto le proprie armi sindacali, strumenti per negoziare le regole. Con quella voce vigorosa, con quelle spalle ben piantate io non ce la vedevo proprio a chinare il capo zitta e muta. Quella donna esprimeva forza, non passività. Come avrebbe gestito l’asimmetria di potere, dentro e fuori lo spazio privato?
Dalla lettura di Fatema Mernissi (Islam e democrazia, L’Harem e l’Occidente, La terrazza proibita) ho scoperto molte cose interessanti, che uniscono la mia storia a quella della donna dal capo coperto che ha veementemente difeso la supremazia di suo marito. La Mernissi conduce la lettrice attraverso la storia dell’islam e le sue diverse tradizioni, spiegando il perché della paura della democrazia e insieme dell’esclusione delle donne dallo spazio pubblico. Un’esclusione fisica e spaziale, segnata da muri di pietra (l’harem) e barriere di stoffa (il velo). Ma la sociologa marocchina ci mette anche di fronte allo specchio, segnalando con efficacia che anche noi donne occidentali abbiamo qualche problema. Il nostro harem non è spaziale, eppure è altrettanto fisico. Non si manifesta attraverso muri che separano e veli che occultano, ma attraverso l’immagine. Scrive Fatema Mernissi: “I fanatici che impongono il velo alle donne in Afghanistan e in Algeria, tutto fanno fuorché negare loro l’intelligenza. La loro guerra riguarda l’accesso allo spazio pubblico. Gli uomini devono conservare il monopolio di strade e parlamenti, quindi le donne devono velarsi uscendo di casa, per indicare che esse non appartengono a questi spazi. Il velo è un’asserzione politica. [...] Il potere si manifesta come teatro. Il potente detta a me quale parte vuole che io reciti. Velarsi, sulla sponda musulmana del Mediterraneo, è prestarsi alla farsa degli imam. Avere l’aspetto della bellezza dipinta, sulla sponda europea del Mediterraneo, è prestarsi alla farsa del mercato-imam. [...] Domanda: cosa accade alle donne che rifiutano di adeguarsi alla parte, in questo teatro occidentale dove l’arma in uso presso i maschi è l’immagine? Risposta: le donne che osano non conformarsi all’immagine di silenziosa bellezza dell’Occidente, come ha chiaramente esposto Kant, saranno punite in quanto brutte. [...] Gli occidentali sono più bravi, perché usano l’immagine e il tempo per dominare le donne”.

VISTE, MA NON ASCOLTATE
L’analisi di Mernissi dimostra come nella cultura occidentale la donna esiste nello spazio pubblico solo come corpo sessuale, passivo e muto, comunque privo del prestigio che è il tratto distintivo del potere. Un’ipotesi verificata da ricerche sulla rappresentazione del femminile in pubblicità e sui mass media. Ecco cosa scrive la sociologa Milly Buonanno nel suo recente studio sulle giornaliste italiane: “[...] le giornaliste televisive popolano i sogni erotici dei telespettatori italiani. Solo all’apparenza frivoli, simili episodi costituiscono indicatori ‘seri’ dell’importanza attribuita al corpo femminile - nei termini ambivalenti sia della vecchia stereotipizzazione di stampo maschilista, sia dell’autovalorizzazione di matrice post-femminista - nell’esercizio di una professione (non più) tradizionalmente maschile”.
Le cose non vanno meglio nella carta stampata, dove l’immagine non dovrebbe essere così importante. La Buonanno nota come fra le grandi firme del giornalismo italiano non manchino quelle femminili e che le loro parole, in qualche misura, contano. Eppure sono ben lontane dall’essere ascoltate: “Al suo livello di realizzazione più intenso ed elevato, essere ascoltati - nel senso di dettare scelte, politiche, agende e quant’altro - è prerogativa di chi occupa posizioni istituzionali di potere. Nel mondo dell’informazione come altrove. Questa prerogativa, almeno nella stampa quotidiana e nella televisione [...], non è oggi molto più diffusa di quanto lo fosse ai tempi della Serao. [...] Grazie alla televisione, alle firme in prima pagina e comunque all’evidenza rivestita da volti e nomi femminili negli spazi dell’informazione le donne giornaliste hanno acquisito grande visibilità (e spesso altrettanta notorietà) in Italia. Ma non è senza significato che la loro situazione si presti a essere sintetizzata con le parole di un detto anglosassone riferito ai bambini: possono essere viste, ma non ascoltate” (4).

LA VIOLENZA COME FORMA DELLE RELAZIONI
Queste considerazioni sull’uso dell’immagine come forma di controllo ci riporta alla metafora del potere come teatro con le maschere/ruoli prefissati (scegliere di metterle in discussione ha sempre un prezzo, che è il prezzo della libertà). Nel teatro del potere è al suo posto la donna-moglie-madre e va bene la donna-soubrette. Entrambe non sconvolgono la trama, non rompono l’equilibrio, fanno la loro parte. The show must go on. Cristina Morini ha scritto che in molte scelgono la maternità come “antidoto alla melanconia sociale”, piuttosto che scannarsi, coltello tra i denti, nella guerriglia delle professioni, o buttarsi nell’agorà... è vero, fare politica è piuttosto deprimente di questi tempi. C’è un senso di putrefazione dilagante. Si fa, si fa, e tutto rimane fermo. Cucire in un quadro sensato i pezzi di azioni sparse sembra il lavoro di Sisifo. Si manifesta, e il giorno dopo le reti non ci proteggono dalle brusche cadute. La litigiosità è alta quanto i prezzi delle case e campare è già difficile senza doversi complicare la vita con riunioni a vuoto. Si cerca rifugio nel privato, nelle relazioni amicali, nel cerchio dei parenti. Eppure l’istituto giuridico del matrimonio non sfugge alla necrosi che gli deriva dall’essere amputato dal corpo sociale e dal suo inesorabile divenire.
Usare la legge per frenare un cambiamento nei rapporti sociali è già violenza etica. Il mix di norme e di leggi è davvero un cocktail terribile per le donne, che ingoiano il veleno forse troppo docilmente. L’insistenza sul matrimonio eterosessuale, sulla donna sposa e madre, la prorompenza mediatica di corpi di donne denudati, l’assordante mancanza di prestigio della parola femminile sono effetti di una “visione totalitaria, assolutistica della società, che non tiene conto della globalità delle cose con tutte le sue differenze, variabili, sviluppi e modifiche”, che è l’atteggiamento proprio del fondamentalismo e dell’integralismo (5). Lo stillicidio quotidiano, allucinante e angosciante, di violenze perpetrate sulle donne, in famiglia e fuori, è un altro sintomo, il più eclatante, di una cancrena nei rapporti tra i sessi e tra le persone. Perché la violenza è una forma delle relazioni. Integralismo e fondamentalismo sono il cemento che il potere usa per erigere muri: tra donne e uomini, tra ruoli sessuali, tra spazio privato e spazio pubblico. In una cultura integralista, le relazioni soffocano. Non viene lasciato lo spazio mentale ed emotivo per ascoltarsi, per incuriosirsi l’uno delle differenze dell’altra, per fidarsi, per apprendere l’arte della vulnerabilità.
Il mio rifiuto di sposarmi rimane un atto di resistenza privato e insieme politico, mentre nello spazio pubblico pare che tutto ceda sotto l’urto di violenze, cruente o raffinate che siano. È un modesto tentativo di essere il cambiamento che vorrei vedere nel mondo.

Note
(1) Valentina Colombo (a cura di), Non ho peccato abbastanza. Antologia di poetesse arabe contemporanee, Mondadori, Milano 2007, p. 16. Le poesie di  Joumana Haddad sono anche su www.joumanahaddad.com.
(2) Joseph Ratzinger, Lettera ai vescovi della chiesa cattolica sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella chiesa e nel mondo.
(3) Lea Melandri, Ratzinger. L'antico medicamento di una nuova ferita, versione ridotta su “il manifesto” del 27-8-2004, integrale su www.universitadelledonne.it.
(4) Milly Buonanno, Visibilità senza potere. Le sorti progressive ma non magnifiche delle donne giornaliste italiane, Liguori, Napoli 2005, pp. 4-5.
(5) “Se il fondamentalismo è una tendenza religiosa conservatrice, rigidamente ancorata sui fondamenti di un testo sacro interpretato letteralmente in un modo univoco, l'integralismo designa un modo altrettanto univoco di concepire un’ideologia politica e religiosa senza accettare compromessi, alleanze e divergenze” (www.puntosufi.it).

 

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