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articolo della rivista numero 151
Islam radicale: l’area ex-sovietica
Gianpaolo R. Capisani
Usiamo in questo articolo le categorie dell’islamismo “radicale” o “politico” parendoci abusate e fuorvianti altre definizioni: il termine “integralismo”, ad esempio, nacque in rapporto al cattolicesimo per indicare l’intransigente opposizione al pensiero moderno, specie di Pio IX e Pio X, mentre “fondamentalismo” è il nome di una tendenza biblico-teologica conservatrice, nata negli Usa.
Partendo dal fatto che da una trentina d’anni le tre grandi religioni monoteiste sono unite da una critica radicale della “secolarizzazione” e del fondamento laico della modernità, è abbastanza agevole fissare per il mondo islamico, come anno di svolta, il 1979: l’anno della rivoluzione sciita iraniana; dell’intervento sovietico in Afghanistan con l’incubazione dei mujahiddin e poi dei taleban; dell’attacco alla Mecca, che mostrò la fragilità geopolitica dell’Arabia saudita.
La svolta del 1979
In Iran, il rovesciamento dello Shah e l’instaurazione della Repubblica Islamica dell’Ayatollah (prova di Dio) Khomeini e la successiva guerra contro l’Iraq (1980-1988) faranno emergere l’islamismo sciita dalla sua secolare latenza, caratterizzata dal “quietismo” (il distacco dalla materialità): l’attesa del Mahdi (soprannome del dodicesimo Imam “occultato”) esautorava qualsiasi potere temporale. Una peculiarità di questa fase storica iraniana sarà, per contrasto, lo sviluppo su scala mai vista del “martirio”. Ricorreranno alla “morte sacra” migliaia di volontari dei Pasdaran e soprattutto di “folli di Dio” del Bassige (letteralmente “mobilitazione”, cioè la struttura della gioventù iraniana al servizio della rivoluzione). Si tratta di una duplice specificità, iraniana e sciita, anche perché il martirio ha in questa confessione un ruolo assai più importante che nel sunnismo, poiché la storia degli imam sciiti, si caratterizza nel martirio reale o supposto, dato che gli Alidi sono morti, realmente o nell’immaginario dei fedeli, per mano di guerre e per volontà del potere sunnita.
L’intervento sovietico in Afghanistan, nel quadro della “guerra fredda”, con relativo boicottaggio statunitense delle Olimpiadi di Mosca del 1980, favorirà l’ascesa, anche grazie al sostanzioso contributo occidentale, di un “islamismo armato”, i cosidetti mujahiddin in grado di praticare una “guerra di guerriglia” capace di mettere in scacco l’Armata Rossa. La conflittualità interna ai mujaheddin e la loro incapacità di governo sfoceranno poi in una guerra civile ancora più sanguinosa, ma favoriranno la graduale affermazione, progettata e sostenuta dal Pakistan, dei taleban (studenti, seminaristi), del cui regime repressivo resteranno leggendari l’ottusità, l’oscurantismo, la misoginia e la fobìa per ogni tecnologia, in una costellazione di proibizioni (canarini, videocassette, aquiloni, tabacco, rasatura, musica non religiosa…etc.), improntate a una interpretazione discutibile e ultra-ortodossa della sharia. Comunque, per una concomitanza di cause, è in questo paese che s’imporranno definitivamente l’islamismo armato (prima che terrorista) e l’idea Al-Qaedista e Jihadista.
Il terzo avvenimento si svolge nel cuore del mondo islamico e cioè a La Mecca, dove si venera la Kaba (pietra nera). L’assalto, opera di vari movimenti islamici, è interpretabile come la denuncia dell’apostasia dei “custodi dei Luoghi santi”, che minacciano i valori religiosi con la modernizzazione e l’occidentalizzazione, Non a caso l’attacco parte il 20 novembre 1979, cioè il 1° muharram del 1400, anno dell’Egira (fuga di Maometto a Medina nel 622, inizio del calendario musulmano) e non a caso a uno degli assalitori, Abdallah Kartani, è dato il titolo di Mahdi.
Teoricamente in Arabia Saudita veniva e viene strettamente applicata l’austera dottrina wahhabita, cioè la dottrina “unitarista” e puritana fondata da Ibn Wahhab (1703-1792), in base alla quale sono condannate come eretiche e apostatiche per avere “associato” un’entità terrena a Allah intaccandone l’Onnipotenza, tutte le branche degli sciiti, ma anche i mistici sufi e/o le forme popolari d’islam “parallelo”, legate al culto dei “luoghi santi”. La manna petrolifera tuttavia è stata incamerata (si stima fino all’80%) da una famiglia reale pletorica (diverse migliaia d’individui) cui è stato consentito di moltiplicare le pratiche poligamiche.
Il commando fu liquidato dalle teste di cuoio francesi del Gign, frettolosamente benedette prima dell’operazione per potere accedere ai luoghi sacri, ma le immagini della moschea semidistrutta, il successivo massacro e l’intervento degli infedeli nel luogo più sacro dell’Islam, porranno da allora il tema dell’illegittimità della dinastia saudita. La concessione di basi agli occidentali nella guerra del Golfo del 1991 rilancerà la polemica. L’Arabia Saudita, inoltre, è il primo produttore mondiale di petrolio (quindi in grado di destabilizzare l’OPEC e l’intera geo-economia mondiale). Per questo Riyad è divenuto uno dei principali target dell’iniziativa Jihadista, insieme al Pakistan (il cui appeal è rappresentato dal potenziale nucleare). L’invito al “tirannicidio” degli “empi faraoni” che governano questi paesi è divenuto un leit-motiv di Al-Qaeda.
Il decennio successivo al 1979 sarà pertanto gravido di trasformazioni, che cristallizzeranno nella guerra del Golfo; ma il 1991 è anche l’anno-chiave delle trasformazioni dell’area ex-sovietica, poiché vede la dissoluzione dell’Urss e l’accesso all’indipendenza delle quindici ex-repubbliche.
La riforma religiosa nell’Urss
Sul piano religioso, solo durante la “grande guerra patriottica”, nel 1943, Stalin e il Pcus si erano risolti ad adottare una grande riforma religiosa, parzialmente ispirata a quella di Caterina II, con cui tutti i musulmani sovietici vennero assoggettati alle “Direzioni spirituali”, le nazarat o muftiya rette da un Muftì, cioè un giureconsulto esperto, autorizzato a emettere fatwa (pareri). Durante la guerra, in casi sporadici, dei musulmani e dei cosacchi avevano fraternizzato contro l’aggressore nazista, anche memori delle dure repressioni dei basmaci; ragione per cui popoli interi vennero deportati, come i Ceceni e i Tatari di Crimea.
Delle quattro “Direzioni”, la più autorevole fu quella “per l’Asia centrale e il Kazakhstan”, insediata a Tashkent in Uzbekistan, dove si concentrava il 75% dei fedeli. Le altre erano a Ufa nel Bashkortostan per i musulmani di Russia e Siberia (Tatari di Crimea e di Kazan); a Makhachkala nel Daghestan per il Caucaso settentrionale (Adigezia, Karacajevo-Cerkessia, Kabardino-Balkaria e Inguscia-Cecenia) e infine l’ultima a Baku in Azerbaigian per la Transcaucasia. Essendo però i musulmani azeri in maggioranza sciiti duodecimani (come gli sciiti iraniani), per questa confessione fu fondata una “Direzione” specifica, affidata ad uno Shaykh al-Islam (Guida dell’Islam).
Di fatto le autorità religiose delle “Direzioni” vennero sempre scelte dal Cremlino con molta cura, talvolta utilizzate e strumentalizzate come elemento di consenso o come “sonda” dell’evoluzione sotterranea della spiritualità collettiva di alcuni regioni (ad esempio controllando o impedendo la circolazione di testi autoprodotti - samizdat - a carattere islamico, il cosidetto islamizdat). Le particolarità locali, per un paese pure vasto come l’Urss, si limitavano agli sciiti ismailiti nel Tagikistan (che riconoscono l’Agha Khan) e a sparute comunità yazidis.
Islam ortodosso e islam parallelo
Ma nella realtà, a fronte di questo islam ufficiale e ortodosso, esisteva il misticismo islamico (riconducibile agli ordini sufi), che come atto di pietà popolare promuoveva la venerazione di luoghi santi (mazar o pir). Essi divennero i veri centri della vita spirituale a discapito dell’islam ortodosso (anche in ragione della conversione piuttosto recente di numerosi popoli centro-asiatici), come aveva segnalato nel 1985 lo studio pioneristico di Alexandre Bennigsen, che aveva forgiato la categoria dell’islam “parallelo”.
Nel corso degli anni Novanta si assisterà così alla dissoluzione delle vecchie “Direzioni” su base nazionale o locale, e ad un marcato processo di re-islamizzazione dei costumi e della società, in parte condotta dai nuovi governi, per favorire la coesione nazionale, oppure finanziata con ingenti fondi sauditi, che implicarono una possente promozione locale del wahhabismo, in concorrenza con le fonti teologiche del “modernismo” pakistano, l’azione sociale dei Fratelli musulmani o l’evangelizzazione dei Tablighis.
Oggi esistono vaste aree soprattutto nel Caucaso o nella valle del Fergana (in Uzbekistan) in cui troviamo ormai più autorità religiose spesso concorrenti tra loro, che comunque hanno conferito al risveglio religioso un carattere immediatamente politico e radicale, talvolta sulla scorta d’interpretazioni fai-da-te che implicavano supinamente l’obbligatorietà del Jihad (assumendo il “martirio”, in passato estraneo alla regione e l’“islamismo armato” in passato guidato dalle confraternite sufi, arricchito di una variante terrorista). Il caso della guerra civile in Tagikistan (1992-1993) guidata dai mullah del Partito della rivoluzione islamica, del Miu uzbeko, dell’evoluzione dell’indipendentismo ceceno, del separatismo uiguro del Sinkiang cinese, dal nazionalismo a quello di avamposti locali del Jihad, è singolare ed assai indicativo e configura quella che ho soprannominato “genealogia dell’islam transnazionale”.
Cenni bibliografici
Capisani G.R., I Nuovi Khan. Popoli e stati nell’Asia centrale desovietizzata, BEM, 1997 e gli interventi su “G&P” n° 121/122/134; Bennigsen Alexandre -Winbush Enders S., Mystics and Commissars. Sufism in the Soviet Union, Hurst & C., 1985; Carrère D’Encausse Hélène, Rèforme et Rèvolution chez les musulmans de l’Empire russe, FNSP, 1981; Rashid Ahmed, The Resurgence of Central Asia: Islam or Nationalism, Zed Books, 1994; Schimmel Annemarie, Mystical Dimension of Islam, UoNC, 1975.