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articolo della rivista numero 151

Ma cos’è questa crisi…

di Salvatore Cannavò

Non sappiamo, non lo sa nessuno, quale sarà l’esito di questa micidiale crisi del capitalismo globale. I paragoni con il 1929 si sprecano pur in presenza di una situazione mondiale del tutto differente compresa la possibilità per stati e imprese di basarsi sulla lezione della Grande crisi. Un recente studio interno della Bnl ricorda quali siano stati gli effetti della Grande Depressione che per decenni ha colpito l’immaginario degli Stati Uniti. Il ’29 si riversò drasticamente sull’economica reale con il Pil americano che, valutato a prezzi costanti, diminuì dell’8,6% in un anno. Nel 1933, a quattro anni dall’esplosione della crisi, la diminuzione complessiva totalizzò 27 punti percentuali e solo nel 1936 il valore reale del Pil tornò a quello del ’29.
Sul piano finanziario le cose non andarono meglio: in un anno, tra il ’29 e il 1930 il Dow Jones scese del 25% mentre il punto minimo del listino azionario americano fu toccato nel 1932, con una riduzione complessiva rispetto al valore del 1929 di poco meno dell’80% (63 rispetto a 311). Per recuperare i livelli di quotazione del 1929, il Dow Jones impiegò complessivamente quindici anni – e una guerra mondiale! Solo nel 1954 l’indice riuscì a ritornare sopra quota 300.
I dati sull’andamento del Pil che conosciamo ora non permettono raffronti esaurienti: nel terzo trimestre il Pil americano è sceso “solo” dello 0,3% - gli analisti si aspettavano un -0,5% - mentre per la fine del 2008 in Europa è attesa una crescita pari a zero. Sempre intorno allo zero dovrebbe essere, mai come ora il condizionale è d’obbligo, la crescita per il 2009 mentre per gli Usa il Fmi prevede un +0,1%. Ma si tratta, appunto, di previsioni e non di cifre definite. Le cose sono meno rassicuranti, invece, se si guarda alla Borsa. Al 9 ottobre 2008 il calo annuale del Dow Jones è stato dell’ordine del 40%, molto più che nel ’29. Questi dati fanno dire agli analisti Bnl che, tutto sommato, quella di oggi è una crisi in gran parte finanziaria e che le sue conseguenze sull’economia reale potranno essere tenute sotto controllo. Ma sarà davvero così? Basteranno, quindi, i salvataggi operati da tutti gli Stati e il ripristino di regole di controllo per mettere sotto tutela una Finanza “barbara”? Che questo sia l’auspicio e la linea che si sta dando l’establishment internazionale è evidente ma non è una posizione convincente.

Le ragioni della crisi
Intanto a non permettere adeguati paragoni con il passato è la quantità di risorse messe oggi in gioco. Alla fine di ottobre, la Banca di Inghilterra ha calcolato in 2800 miliardi di dollari il costo della crisi calcolato fin lì. Si tratta della più gigantesca opera di intervento pubblico in un crack finanziario. Risorse spaventose utilizzate per tamponare una falla che ogni giorno sembra ingrandirsi. Anche perché il valore dei cosiddetti titoli tossici in carico alle prime venti banche del mondo sembra superare i 1200 miliardi di dollari con un rapporto insostenibile rispetto alla patrimonializzazione delle stesse banche. Per fare qualche esempio, la Citigroup aveva alla metà di ottobre una patrimonializzazione – cioè il valore delle sue azioni complessive – di 88 miliardi di dollari con un portafoglio di titoli tossici pari a 154 miliardi; per Deutsche Bank il rapporto era di 26 a 115 e per Credit Suisse di 45 a 100 (dati Sole 24 Ore).
Questo gigantesco castello di carta è la causa principale della crisi come ormai è noto a tutti. Non è forse noto, però, anche perché abbondantemente sottaciuto come si sia potuta creare una tale bolla. Il punto è che ormai da almeno un paio di decenni il capitale fluttua su scala mondiale alla ricerca della massimizzazione del profitto e che, in forma crescente, questa fluttuazione si è determinata fuori dalla dimensione produttiva e fuori dalla dinamica di accumulazione del capitale stesso. Come spiega esaurientemente Michel Husson “fino all’inizio degli anni 80 il tasso di accumulazione seguiva l’evoluzione del tasso di profitto. A partire dal 1982 bisogna distinguere diverse fasi. Tra il 1982 e il 1997 il tasso di profitto si ristabilisce in modo impressionante visto che passa dall’11 al 20%. Ma il tasso di accumulazione continua a sprofondare verso il suo punto più basso da cinquant’anni. Il periodo della “nuova economia” corrisponde in seguito a un vero boom dell’investimento poiché il tasso di accumulazione (a tassi di crescita dello stock del capitale fisso) passa da circa il 2% al 3,5%e ritrova il suo livello record dagli anni 60. Ma il tasso di profitto comincia a scendere dal 1997 e così il tasso di accumulazione ridiscende bruscamente così come era salito” (Husson, La Breche 2008). Tasso di profitto e tasso di accumulazione scendono insieme fino al 2000 ma poi mentre il primo trova nuovi margini per risalire il secondo continua a scendere, allargando la forbice in forme mai viste prime. Insomma, quello cui si assiste è un processo tipico del capitalismo liberista: il tasso di profitto non rilancia il tasso di accumulazione e quindi lo stock degli investimenti che vengono infatti depressi. Si nutre, invece, di una spremitura quasi mai vista della forza-lavoro – la componente salariale sull’insieme del reddito nazionale scende negli Usa dal 65% del 1981 al 60% del 2007 – prodotta da una fase sempre più difensiva del movimento operaio uscito sconfitto dagli anni 70 e, in particolare negli Usa e in forme sempre più parossistiche, si nutre del consumo trainato dalle famiglie più ricche. Qui sta la grande stortura strutturale che esplode oggi con la crisi. Se la discesa dei salari e la discesa dei tassi di accumulazione – che si ripercuote sulla domanda di beni strumentali – aveva come effetto una riduzione complessiva della domanda e quindi della crescita, gli Usa riescono a “surrogare” questa diminuzione ricorrendo alla crescita esponenziale del consumo alimentato da almeno due fattori: la gigantesca sproporzione nella distribuzione del reddito che fa si che il 10% delle famiglie più ricche accaparri il 50% del reddito disponibile (la cui metà si dirige verso l’1% delle famiglie!); l’allentamento dei cordoni della borsa da parte delle banche che consentono un indebitamento mai visto del sistema. La dinamica dei consumi negli Usa negli ultimi dieci anni è superiore alla crescita del Pil provocando una riduzione del tasso di risparmio – che quasi si azzera – e un ricorso febbrile al debito (oggi si guarda all’esplosione della bolla subprime ma negli Usa ci si preoccupa già della crisi delle carte di credito).
Ecco quindi andare in onda un circuito perverso in cui funzionamento del sistema capitalistico e crisi del sistema finanziario si tengono: l’offensiva contro il lavoro che parte all’inizio degli anni 80 provoca un supersfruttamento – allungamento dell’orario di lavoro, licenziamenti, riduzione dei diritti, precarietà, impoverimento delle famiglie, riduzione delle pensioni – che garantisce alti profitti; questi non vengono però reinvestiti – perché non sarebbero garantiti dalla domanda in riduzione – ma, accumulati in una fascia ristretta di persone che vedono esplodere i propri redditi, si dirigono in larga parte verso i consumi e verso la Borsa; la domanda complessiva si nutre così della rendita e dell’indebitamento che vede le banche all’assalto per accaparrarsi una quota di questi profitti in circolazione. Prolifera il mercato immobiliare, pompato dai mutui, decuplica il valore dei titoli azionari, i tassi di interesse vengono ridotti per alimentare questo sistema incestuoso. Il sistema si autoalimenta, la Finanza sembra essere per molti il nuovo volto, moderno e futuribile, del capitalismo, si conia la teoria del “capitalismo cognitivo”, prefigurando una nuova fase fondata sulla centralità dei saperi e della produzione immateriale. Una nuova fase “in cui il rapporto capitale-lavoro è segnato dall’egemonia dei saperi in possesso di una intellettualità diffusa e dal ruolo motore della produzione di conoscenze a mezzo di conoscenze” ( Vercellone, Il capitalismo cognitivo, il manifesto, 2006). Derubricando , in questo modo, a semplice questione politica lo sfruttamento del lavoro vivo e la legge del valore. Intanto, l’economia Usa, oltre a essere trainata da consumi, debito e finanza è anche sostenuta da una più corposa cura neokeynesiana da parte dell’amministrazione Bush che risponde alla recessione del 2001 con il raddoppio delle spese militari (da 370 a circa 700 miliardi dollari), la riduzione delle imposte e, come abbiamo visto, con i bassi tassi di interesse gestiti dall’allora governatore della Fed, Alan Greenspan. Il sistema vede allora la creazione dei mutui subprime, l’uso spregiudicato dei derivati, l’effetto moltiplicatore di strumenti finanziari che “esportano” i mutui all’estero e nel mondo intero sotto forma di titoli “salsiccia” all’interno dei quali si nascondono titoli “tossici”. Il tutto garantito dal bollino delle triple A – clausola di affidabilità di un titolo – spesso impresso dalle stesse banche di affari che commerciavano quegli stessi titoli (Lehman Brothers, Morgan Stanley e Goldman Sachs in testa).
Un sistema tale non può durare all’infinito e gli stessi valori azionari non possono discostarsi per sempre dal valore reale delle merci. E’ bastato che qualche poverissimo sottoscrittore di mutui non pagasse più la retta perché il sistema saltasse e tutti si accorgessero che sotto la cappa dorata della finanza esisteva un’economia internazionale piena di squilibri, in crisi costante, costretta a divincolarsi tra un’economia emergente dai saldi commerciali sanissimi e un’economia, e una valuta, di riferimento, il dollaro, che invece vive a debito sulle spalle del mondo intero.
E così, da sezione scissa, la crisi finanziaria diventa il volano di una crisi che si espande dappertutto: la crisi delle banche – che evidentemente hanno prestato più soldi di quanto potevano – riduce il credito (credit crunch) alle imprese; la perdita di fiducia complessiva aumenta i tassi di risparmio e riduce i consumi; il mercato immobiliare che ha altamente trainato la crescita mondiale negli ultimi dieci anni si arresta; i piani di salvataggio, imponenti e a carico dei bilanci statali, si traducono, o si tradurranno, in minor spese sociali e maggiori imposte.
Ecco perché c’è da temere il peggio. E infatti il ricorso alla cassa integrazione in Italia nel mese di ottobre è salito del 70%; la disoccupazione in Gran Bretagna è salita in due mesi di due punti; i licenziamenti nel settore industriale sono già scattati massicci nella cintura di Detroit ma basta guardare la struttura industriale attorno a Torino per trovare decine di casi analoghi. Ovviamente, lo ripetiamo, non sappiamo dire quanto profonda e lunga sarà la crisi. Quello che è evidente è che la quantità di fondi statali utilizzati è del tutto inedita nella storia del capitalismo (i 2800 miliardi di dollari di cui parlavamo sopra sono solo l’inizio). Ed è altrettanto evidente che alcune conseguenze già si impongono mentre altre vanno assolutamente create.

Addio globalizzazione?
La prima conseguenza è che il processo di globalizzazione cui abbiamo assistito negli ultimi dieci-venti anni è stato messo a verifica. Gli Stati hanno agito per conto loro, mai come in questo momento si è assistito a un “ritorno dell’intervento pubblico” anche se, per dirla con Bellofiore, questo non si è mai assentato avendo assecondato tutto il periodo neo-liberista. Gli stati comunque hanno dimostrato che la logica dell”Impero” è, nella migliore delle ipotesi, una linea di tendenza assurdamente fotografata come istantanea del capitalismo internazionale. E se l’Unione europea ha brillato per i suoi litigi e le sue cacofonie, mostrando l’inutilizzabilità del gioiello maastrichtiano, la Bce, a brillare per prontezza di riflessi e capacità di mobilitare risorse sono stati gli Usa e la Gran Bretagna. La stessa natura globale del capitale si è dimostrata piuttosto frammentata e discontinua : ): il capitale ha “riscoperto” la propria nazionalità, si è rivolto allo Stato di riferimento e ne ha preteso un’azione immediata. Questo non vuol dire che la globalizzazione sia finita, anche se una recessione prolungata farebbe alzare barriere protettive invalicabili. Ma nel migliore dei casi quello che si produrrà sarà una globalizzazione concertata a livello interstatuale, magari nella forma del G20 – come si vedrà a metà novembre.
Questa dinamica si intreccia con il ruolo degli Usa. E’ chiaro che escono indeboliti da questa crisi ma forse non così tanto come sembra. Se è vero che gli Usa arretrano non appare ancora all’orizzonte una potenza o una regione in grado di sostituirli sia a livello geopolitica militare sia come valuta di riferimento a livello internazionale. La Cina cresce ma ha troppi squilibri interni per essere già un punto di riferimento globale e l’Unione europea oltre a essere un’entità fantasma sul piano politico è stata comunque fiaccata anch’essa dalla crisi. Quello su cui riflettere è questa forma inedita di imperialismo basato sull’importazione di capitali e non sulla loro esportazione che sembra rendere più fragile gli Usa ma che in realtà mette i suoi creditori nella scomoda condizione di tutelare il proprio debitore per proteggere i propri investimenti e le proprie attività denominate in dollari. Ruolo che viene ingigantito dalla supremazia militare Usa. Ripetiamo, gli Stati Uniti dovranno dividere un po’ di più il loro potere ma non è detto che debbano cederlo. Sicuramente non lo cederanno a un’Unione europea che esce a pezzi dal processo comunitario che oggi si è dimostrato inutile agli occhi delle stesse classi dominanti.

Non paghiamo la loro crisi
Le conseguenze che invece vanno tirate per intero attengono al movimento anticapitalista e in generale alle possibili alternative da opporre a un sistema in crisi. La crisi interviene nel momento storicamente più basso per l’insieme delle forze anticapitaliste o semplicemente antiliberiste (si veda l’eclissi del movimento no global). E la sua soluzione non è detto che aiuti queste forze a uscire dalla propria crisi. Anzi, un nuovo populismo, xenofobo e razzista, può trovare nuovo vigore e affermarsi come la risposta più semplice ed efficace. Per questo, lo sforzo principale deve oggi essere orientato a indicare un’alternativa, un’uscita dalla crisi che coaguli un blocco popolare e renda di nuovo credibile un’alternativa di sistema. A questo proposito non convince la riproposizione di un New Deal, in realtà mitizzato, che non ha nessuna possibilità di esistenza nelle condizioni attuali. L’intervento pubblico è fatto proprio dalle destre e serve a socializzare le perdite e salvaguardare i profitti e una fase roosveltiana non si sottrarrebbe a questa deriva. Servono misure invece che rompano con la logica capitalistica e che inverino l’efficace slogan degli studenti universitari – “noi la crisi non la paghiamo” – provando anche ad andare oltre, individuando i soggetti che invece la crisi devono pagarla perché l’hanno provocata. Dal movimento no-global possiamo ancora recuperare elaborazioni come la tassa sulle transazioni finanziarie o l’abolizione dei paradisi fiscali. Occorre nazionalizzare le banche, ma senza contropartita per i banchieri, abolendo il segreto bancario. Ma oltre alle banche bisogna nazionalizzare anche alcuni settori strategici dell’economia – grandi industrie, tele/comunicazioni, energia, trasporti, salute, scuola, beni comuni. Occorre agire in difesa dei lavoratori applicando il principio “noi non pagheremo la vostra crisi” e quindi adottando misure di salvaguardia per salari, pensioni e servizi pubblici. Occorre interdire i licenziamenti e intervenire sui dividendi delle grandi imprese da impiegare in misure di tamponamento della crisi, magari per creare un fondo destinato a un salario sociale per disoccupati e pensionati. Serve una riduzione generalizzata e massiccia delle spese militari per destinare i fondi a scopi sociali, a partire dalla salvaguardia ambientale anche come strumento di rilancio economico. Occorre, infine, rilanciare un ruolo internazionale del movimento anticapitalista trovando forme comuni di lotta, piattaforme trasversali – ad esempio nel settore universitario – sapendo che se si è esaurita la fase del movimento antiglobalizzazione non significa che sia esaurita la necessità di costruire una società alternativa al capitalismo su scala internazionale. Tra le lezioni da trarre dalla crisi attuale questa non è certamente l’ultima.

 

 

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