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articolo della rivista numero 150

Ritorna la fame

Le cause della crisi alimentare che ha riportato all’attenzione dei media il problema della fame, sempre stato presente per milioni di persone


di Aldo Zanchetta

Improvvisamente sul finire della primavera il problema della fame nel mondo è tornato sui media e nell’agenda dei “grandi” dopo che in una ventina di paesi sono scoppiati tumulti per il rincaro dei generi alimentari di prima necessità (grano, riso, mais…). Secondo la Fao sono almeno 80 i paesi a rischio di difficoltà alimentare nei prossimi anni.
In realtà il problema della fame non è tornato, si è solo aggravato, perché esso è sempre stato presente in questi anni coinvolgendo almeno 800 milioni di persone. Nell’ormai lontano 1996 in un memorabile congresso la Fao dichiarò che in pochi anni non ci sarebbero più stati nel mondo bambini che vanno a letto con la fame. Oggi apprendiamo che non meno di  xxxxx muoiono per la fame nel mondo ogni anno. Nel 2000, per celebrare il cambio di Millennio, le Nazioni unite lanciarono un megapiano ambizioso quanto illusorio di 15 obiettivi da realizzare in 15 anni. Uno di questi é dimezzare il numero di “affamati”: da 820 milioni a 410! Naturalmente sotto tre condizioni: l’aumento dei contributi dei paesi ricchi per lo “sviluppo”, l’assenza di guerre e l’assenza di disastri naturali rilevanti…
Oggi, a metà percorso, ecco la fame riapparire non come un male in via di sconfitta bensì in piena virulenza. Ivan Illich avrebbe definito questo piano come “una ennesima danza della pioggia” perché non volto a incidere sulle cause reali ma a proporre dei semplici palliativi. Ma con incredibile ipocrisia il piano viene ancora decantato dal coro di governi, istituzioni internazionali e organizzazioni sociali che su di esso basano la propria immagine.
Sul fenomeno si sono spese parole e analisi, pizzicando la corda dell’umanitarismo e assicurando che i paesi ricchi - dove aumentano gli obesi e le malattie connesse all’eccesso di alimentazione - sono “sensibili” e “pronti” a portare il loro aiuto. Così i telegiornali dell’8 luglio hanno annunciato baldanzosamente che l’Unione europea devolverà al problema 1 milione di euro. Dividetelo per 820 milioni: saranno 1,22 euro per ciascun “affamato”. E sotto quali condizioni? Come prestiti o donazioni? Un nuovo stanziamento o vecchie promesse non mantenute e rispolverate per l’occasione? Questo occorrerà scoprirlo perché in genere non fa parte della notizia. Quando questo articolo apparirà il problema sarà probabilmente scomparso dall’agenda dei grandi e dalla memoria della gente dei paesi ricchi, ma non di quei 3 miliardi di persone per le quali la spesa alimentare costituisce una porzione assai elevata del proprio budget e per le quali quindi gli aumenti in essere sono insostenibili e, speriamo, di coloro che credono che un mondo migliore è possibile.

UNA DOMANDA, UNA RISPOSTA
Ma come è possibile che il rialzo dei prezzi dei prodotti alimentari di base (grano, mais, riso) sia esploso all’improvviso? Come è possibile che ci sia una carenza di prodotti alimentari basici mentre decantiamo le prodigiose virtù delle tecnologie applicate nel settore agricolo e quando grandi istituzioni internazionali come la Fao investono da decenni somme enormi per combattere la fame nel mondo?
Così risponde l’economista indiana Jayati Ghosh (in una conferenza tenuta all’Università di Torino il 21 maggio scorso): “Questa non è una crisi inattesa e improvvisa, i segnali erano preavvertibili da tempo. Sebbene i burocrati internazionali abbiano fatto riferimento ai problemi dell’attuale situazione alimentare mondiale come a uno “tsunami silenzioso” la verità è che si sarebbe potuto agevolmente prevederne l’ arrivo. E così il suo impatto è stato potente e quasi devastante […] Questa è anche una crisi prodotta in gran parte dall’ uomo e non dalle ineluttabili forze della domanda e dell’offerta globale bensì da politiche liberalizzanti e orientate al mercato, adottate per scelta o per costrizione nella quasi totalità dei paesi. […] I produttori dei paesi in via di sviluppo sono stati devastati dalla combinazione di esposizione alla concorrenza dell’importazione delle forme di agricoltura fortemente sussidiate dei paesi sviluppati, dalla rimozione domestica degli aiuti e del ridotto accesso al credito istituzionale così che anche la crescita globale dei prezzi agricoli dopo il 2002 non compensa a sufficienza per alleviare la crisi agricola diffusa in molti paesi in via di sviluppo”.

LE “CAUSE
Le cause addotte - ognuna valorizzata diversamente a seconda degli interessi specifici di chi analizza il problema - sono diverse, talune temporanee e altre strutturali: miglioramento del livello di vita e quindi della qualità e quantità dell’alimentazione nel mondo ricco e nei paesi “più emergenti”, India e Cina; aumento della popolazione mondiale, siccità in Australia e in altri paesi produttori, cambio climatico, aumenti del prezzo del petrolio che incidono sui costi di produzione (meccanizzazione agricola, concimi chimici, diserbanti ecc.) e di trasporto, trasformazione di prodotti alimentari in agrocombustibili, speculazione finanziaria. Poco invece si è parlato di quella più strutturale e durevole: il modello agricolo neoliberista promosso dalle grandi istituzioni finanziarie e dalle multinazionali dell’agrobusiness.
Il tema è complesso e sommandosi ad altri temi scottanti - riscaldamento climatico, prezzi del petrolio, crisi finanziarie, alle quali pure è legato - “arricchisce” la già pericolosa miscela esplosiva che incombe sul pianeta. Complesso ma non incomprensibile. Scopo di questo testo è fornire alcuni punti di riferimento per una comprensione non teleguidata da interessi e da chi trasforma ogni tragedia (e questa è immane anche se ci giunge attenuata) in occasione di business. Occorre fare chiarezza sui luoghi comuni che vengono diffusi per non essere imbrigliati nel gioco delle parti, perché a ogni “causa” indicata come prevalente può corrispondere una “soluzione” legata a specifici interessi da perseguire.

ALCUNI DATI DEL PROBLEMA
Secondo la Banca mondiale il prezzo della spesa alimentare è cresciuto dell’83% negli ultimi tre anni, mentre la Fao denuncia un aumento del 45% solo fra settembre 2007 e maggio 2008. Secondo il giornale “El economista” si tratta dell’aumento annuo più alto dal 1845, anno in cui si cominciò a rilevare per la prima volta l’indice dei prezzi. Rispetto a un anno prima il prezzo del grano nel marzo 2008 era aumentato del 130%, quello della soia dell’87%, quello del riso del 74% e quello del mais del 31% (1). Con gli attuali rialzi dei prezzi si stima che i “nuovi affamati” saranno non meno di 100 milioni in Asia e 20 milioni in America latina (non ho trovato dati sull’Africa), ma probabilmente queste cifre sono destinate ad aumentare.
Dal 1961 a oggi la popolazione mondiale è raddoppiata, ma nel contempo la produzione alimentare è triplicata e la produzione di granaglie nel 2007 ha toccato il record di 2,3 miliardi di tonnellate, 4% in più dell’anno precedente (2). Il maggior consumo di carne a livello mondiale è certamente una spinta sensibile all’acutizzarsi del problema - è noto come per produrre un chilo di carne siano necessari da 7 a 15 chilogrammi di granaglie a seconda dei casi - ma questo avviene soprattutto nei paesi ricchi e il problema è nostro, non di India e Cina. Enfatizzare che questo consumo è in crescita anche in questi paesi serve a evitare uno spiacevole esame di coscienza e a propagandare i successi del “neoliberismo”, ma costituisce una grossolana contraffazione della verità. In realtà solo nelle classi medie di questi paesi il consumo di carne è in crescita, ma esse costituiscono una piccola frazione della popolazione, la quale nel complesso affronta una povertà individuale crescente. In Cina, esportatrice netta di prodotti alimentari, in particolare di cereali, 154 milioni di contadini soffrono ancora la fame. Conscia dell’inevitabile crescita futura della domanda interna, essa ha raddoppiato fra il 2004 e il 2008 le sovvenzioni all’agricoltura e incrementato del 31% nel 2007 gli investimenti agricoli. Pur con dati differenti, considerazioni analoghe valgono per l’India, dove oltre 200 milioni di persone sono sottoalimentate croniche (3). La produzione di agrocarburanti, se verranno mantenuti gli attuali piani di produzione o di loro consumi - Stati uniti, Brasile, Unione europea e Cina in primo luogo -, sarà certamente in futuro una causa di scarsità di alimenti, ma ad oggi è tale da non poter giustificare questo repentino aumento dei prezzi. Questo può invece essere meglio spiegato per la componente più consistente dalla speculazione finanziaria. Secondo Antonio Tricarico, della “Campagna per la riforma della Banca mondiale”, “l'enorme volatilità dei prezzi delle commodity innescata dai cambiamenti climatici, dalla più forte competizione sui mercati e tra i vari usi della terra, nonché dal rialzo del prezzo del petrolio - anch'esso dovuto in buona parte a fenomeni speculativi - sta rendendo l'agricoltura e la terra molto interessante per i predatori investitori internazionali, quali hedge funds e private equity, assetati di investire la loro liquidità altrove dopo la crisi dell'immobiliare. […] Si aggiungano i conflitti di interessi strutturali dovuti al fatto che i grandi traders sulle commodity sono anche attori finanziari che speculano, e quindi essendo i gestori degli stock del cibo, ormai privatizzati, possono regolare a piacimento l'offerta sui mercati e perciò scommettere "saggiamente" sui futures e altri derivati sul prezzo delle commodity”.
In realtà le scorte alimentari mondiali, non la produzione, sono calate a livello mondiale e sono giunte a un minimo e i mercati speculativi hanno anticipato una contingenza futura prevedibile. Ma anche questa diminuzione delle scorte alimentari è stata incoraggiata dalle istituzioni internazionali orientate a privilegiare la cosiddetta sicurezza alimentare anziché la sovranità(v. scheda “Sicurezza” o “sovranità “ alimentare?). Poco invece si parla dell’avanzamento rapido della desertificazione che avanza a ritmi serrati. L’erosione del suolo, legata all’uso cospicuo di diserbanti o alle estese piantagioni di eucalipto per la produzione di cellulosa, come pure l’impoverimento dei suoli sottoposti a cicli continui di monoproduzioni intensive e alla conseguente crescente necessità di impiego crescente di fertilizzanti chimici, sta accelerando nei vari continenti e secondo stime ogni anno si produce una perdita di aree coltivabili stimata fra 5 e 7 milioni di ettari. Si parla ormai di un impoverimento o desertificazione di circa il 50% dei terreni coltivabili a livello mondiale. Sono i risultati della tanto decantata “rivoluzione verde”, cioè della produzione agricola basata sull’impiego massiccio di fertilizzanti (4).

VERTICE FAO: NIENTE RICONVERSIONI STRUTTURALI
Il luogo naturale di analisi e di soluzione del problema sarebbe la Fao, l’istituzione dell’Onu delegata a curare l’alimentazione a livello globale (5). Nella sua Conferenza dell’1-4 giugno scorso essa avrebbe dovuto affrontare i temi degli agrocombustibili, del cambio climatico e della sicurezza alimentare. All’esame del primo si sono opposti Stati uniti e Brasile e l’attenzione è così stata concentrata sul problema, invero pressante, della crisi alimentare. “Sfortunatamente per i poveri e gli affamati del pianeta il Vertice è stato un fallimento. I governi, la Banca mondiale, funzionari della Fao, dell’ Ifad e del Pam hanno eluso le cause strutturali della crisi e ignorato la contraddizione fondamentale del fatto che, secondo la Fao, abbiamo già una volta e mezzo la quantità di alimenti necessari per dar da mangiare a tutto il mondo”, ha scritto E. Holt-Giménez, ex direttore esecutivo di “Food first” (La crisis y la cumbre, Oakland, Usa).
Il direttore della Fao, Jacques Diouf, aveva chiesto 30 miliardi di dollari per affrontare strutturalmente il problema con la ricostruzione delle economie del Sud (6), ma al Vertice ha racimolato solo promesse per 12,3 miliardi di dollari (promesse, sottolineiamo). Il Pam, Programma alimentare mondiale, ha invece ottenuto tutti i fondi richiesti per l’emergenza, cioè 755 milioni di dollari, e già nel 2007 aveva raggiunto il livello record di aiuti con 5,6 milioni di tonnellate di prodotti alimentari inviati come “aiuto” (7). Per l’impiego delle risorse racimolate le decisioni emerse sono state in definitiva le seguenti:
- una parte verrà impiegata per gli aiuti alimentari diretti, cioè nella fornitura di cibo alle popolazioni più colpite e per calmierare i prezzi;
- un'altra parte servirà per sviluppare i sistemi produttivi industriali;
- l’ultima parte servirà per sviluppare il libero mercato (import-export)
È evidente quindi che la prima quota verrà intascata dalle società che controllano il commercio mondiale degli alimenti (vedi Tabella 1), la seconda a potenziare l’attuale sistema e i beneficiari saranno le multinazionali che controllano concimi, pesticidi e sementi (vedi Tabella 2), in particolare i sementi Ogm, strettamente legati alle prime quando non coincidenti. E la terza di nuovo a privilegiare gli attuali “signori” del mercato.
 
COSA DICONO LE ORGANIZZAZIONI CONTADINE DEL SUD
Secondo le organizzazioni sociali e contadine riunite a Roma nel “controvertice” Terra preta, Via Campesina in primis, il nocciolo del problema sta nell’attuale struttura alimentare mondiale. Le politiche del Nord ricco, a partire dalla legge statunitense 480 del 1954, detta “Farm Bill” (8), e dalle politiche europee del Pac, sono state mirate a proteggere ed espandere le proprie agricolture, rese eccedentarie rispetto ai fabbisogni propri e quindi mirate all’esportazione. Queste produzioni, fortemente finanziate (di cui beneficiano soprattutto le multinazionali Usa ed europee piuttosto che i produttori, per una cifra sei volte superiore al valore dell’aiuto allo sviluppo erogato dall’Ocde, l’Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo), hanno avuto buon gioco a mettere fuori concorrenza le produzioni dei paesi del Sud, dove al contrario le “politiche di aggiustamento strutturale” imposte dal Fondo monetario internazionale, cioè il cosiddetto “consenso di Washington”, hanno imposto l’eliminazione dei sussidi alle agricolture locali. Le occasionali insufficienze produttive per circostanze climatiche avverse (siccità, inondazioni) sono state l’occasione per smantellare permanentemente le agricolture locali grazie all’invio di eccedenze di aiuti, fra l’altro mal gestite dalla corruzione locale, protrattasi anche dopo la fine dell’emergenza. Negli anni Settanta i paesi del Sud avevano una “eccedenza” commerciale alimentare di 1 miliardo di dollari annuale; “dopo 30 anni di programmi di sviluppo agricolo e aiuto alimentare del Nord, nel 2001 questi paesi ‘in via di sviluppo’ registravano un deficit commerciale in alimenti di 11 miliardi di dollari”.

CONCLUSIONE
L’emergenza degli alti prezzi alimentari rischia di mantenersi a lungo e anzi di aggravarsi per l’estensione al settore alimentare delle attività finanziarie speculative, del crescere della monopolizzazione da parte di un numero ristrettissimo di imprese dei processi produttivi attuali, per la crescita delle estensioni di terreno destinate alla produzione di agrocarburanti. Le politiche delle grandi istituzioni internazionali (Onu, Bm, Fmi, Omc) continuano a potenziare politiche che hanno prodotto e che incrementano questa situazione. Solo un radicale ripensamento di queste politiche e il loro rovesciamento può creare le condizioni per un ritorno alla “sovranità alimentare” e alle condizioni produttive ad essa connesse. Oggi si sta assistendo a un “ritorno dei contadini” sulla scena politica con un’intensificazione e un collegamento delle loro lotte. Riuscirà la “sinistra” a sganciarsi dai miti dell’efficientismo produttivo e riacquisire una cultura “vernacolare” nel senso che Ivan Illich dava a questa parola, cioè di capacità della gente a far fronte alle proprie necessità e di svincolarsi dalle imposizioni dall’alto e dall’esterno?

 

NOTE
(1) Su queste percentuali c’è discordanza numerica ma comunque non sulla loro elevata consistenza.
(2) El negocio de matar de hambre , da Resumen latinoamericano, n. 1049, 22-5-2008.
(3) Vedi J. Berthelot, Alza de los preciso agrícolas mondiales: la responsabilidad de los principales paises, “America latina en movimento”, n. 433, giugno 2008, interamente dedicato al tema.
(4) Il germoplasma, che preserva la biodiversità, prelevato in Asia e America latina dagli scienziati della “rivoluzione verde” apportò agli Stati uniti, nei decenni Settanta e Ottanta, oltre 102 miliardi di dollari all’anno. Un terzo delle sementi del “Centro Internazionale del miglioramento del mais e del grano” (Cimmyt) fu preso in proprietà dalle compagnie private del Nord, fra le quali Pioneer Hy-Brid e Cargill (Ecologist, 1996). Gli agricoltori e l’ambiente non ricavarono analoghi guadagni quando la “rivoluzione verde” si espanse. Il Centro America è un esempio: dal 1979 al 1997 l’uso di fertilizzanti crebbe da 80 a 120 Kg/ettaro e la produzione di granaglie crebbe a 45 milioni di tonnellate/anno (Cieca, 2001) (Cimmyt, 1992). Con certezza la media dei raccolti si ridusse fra il 1980 e il 1996 (Cieca, 2001). Come avvenne l’aumento di produzione nonostante si riducessero i raccolti? Con l’espansione della “frontiera agricola”: durante l’auge della “rivoluzione verde” il Centro America perse la metà della selva tropicale e duplicò quasi l’emissione di CO2 (Utting, 1996), Kaimowitz, 1996) (Da Rebeliones por comida, www.Ecoportal.net 31-5-2008).
(5) Pam (Programma alimentare mondiale) e Ifad (Fondo internazionale per lo sviluppo dell’agricoltura) sono le altre due istituzioni Onu che si occupano del problema alimentare.
(6) www.fao.org/fileadmin/user_upload/foodclimate/statements/fao_diouf_f.pdf.
(7) Da parte sua il presidente della Banca mondiale Zoellik ha sostenuto la necessità di un fondo permanente di 500 milioni di dollari per il Pam (“La Jornada”, 14-4-2008).
(8) Obiettivo dichiarato del Farm Bill è “porre le basi per l’espansione permanente delle nostre esportazioni agricole con benefici durevoli per noi e per i popoli degli altri paesi”. Per legge il 75% dell’aiuto alimentare statunitense deve essere comprato, lavorato e trasportato da compagnie statunitensi (The state of agricoltural commodity markets, Fao, 2004)

 

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