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articolo della rivista numero 150

Il Continente della spartizione

 

di Alberto Sciortino

“I tassi di crescita economica di alcuni stati sono al loro massimo storico e la democrazia sembra stia finalmente mettendo radici. E se il prossimo miracolo economico fosse in Africa?”.
Così ha scritto di recente Edward Miguel sulla “Boston Rewiew” (1). In Africa sembrerebbe che si stia finalmente aprendo la fase dell’ottimismo: saremmo in presenza di una “inversione di tendenza economica che ha portato i livelli di reddito pro capite africani ai loro massimi storici”, tanto che “oggi possiamo cominciare a chiederci se quei terribili decenni di guerre, carestie e disperazione non siano finiti”. Infatti, “se la crescita economica degli ultimi sette anni andrà avanti ancora per uno o due decenni, i paesi africani saranno più ricchi e con un’economia più diversificata, e quindi saranno meno esposti al rischio di conflitti”.

CRESCITA ECONOMICA PER CHI?
Ma stanno davvero così le cose? Esiste davvero questa tendenza alla crescita economica in Africa? E se esiste, ha davvero una correlazione positiva con la diminuzione dei conflitti?
Il primo dato da rilevare è che buona parte di quella che viene considerata crescita economica consiste nell’aumento del prezzo nominale delle esportazioni. Molte materie prime di cui l’Africa è ricca sono notevolmente aumentate di prezzo negli ultimi anni e questo fa gonfiare le stime del Pil. Il prezzo del petrolio, innanzitutto, schizzato in alto negli ultimi anni (cosa che aumenta le entrate dei paesi produttori, come la Nigeria o il Gabon, ma acuisce la difficoltà di quelli importatori, che in Africa sono la maggioranza). Il prezzo del rame è aumentato di cinque volte dal 2001 al 2007. Il prezzo del caffè di tre volte nello stesso periodo.
Che a questi aumenti non corrispondano necessariamente miglioramenti delle condizioni di vita delle popolazioni lo dimostrano fin troppi esempi. Il petrolio nigeriano cresce in prezzo e in quantità esportate, ma le sofferenze delle popolazioni delle zone petrolifere non si sono per questo ridotte. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) considera “soddisfacente” la performance economica della Repubblica democratica del Congo, con un tasso di crescita nel 2007 pari all’8,5% (al livello dei paesi considerati in forte crescita) e addirittura atteso intorno al 10% nel 2008-2009. Ma anche qui a far crescere le statistiche è la ripresa delle esportazioni ufficiali di minerali (che fino a poco fa passavano piuttosto per i canali clandestini controllati dalle guerriglie). E anche qui queste esportazioni non garantiscono alcun dividendo alle popolazioni, ma solo alle imprese, in genere a capitale straniero. Anzi, paradossalmente, la ripresa di un controllo formale sulle miniere sta togliendo fonti di reddito all’economia informale che imperava precedentemente (2). Il Sudan è diventato da alcuni anni esportatore di greggio, ma la fame e le guerre proseguono (ed è possibile dimostrare che queste ultime sono state stimolate dal boom petrolifero (3). Ed è difficile capire come possano gioire della presunta ripresa economica i 14 milioni di persone che secondo l’Onu sono a rischio di morte fame in caso di siccità nel solo Corno d’Africa.

ANCORA CONFLITTI APERTI E LATENTI
Anche dal punto di vista della conflittualità del continente, il quadro è solo apparentemente positivo. In base all’esame dell’andamento dei conflitti si può essere nella migliore delle ipotesi ottimisti o pessimisti quasi a giorni alterni.
Certo, da un lato ci sono gli accordi del 2005 che hanno messo fine (non è scontato se in modo definitivo) alla guerra tra Nord e Sud Sudan, la fine del conflitto liberiano e di quello in Sierra Leone, così come di quello angolano, le elezioni che nel 2006 hanno dato alla Repubblica democratica del Congo il primo governo eletto in oltre quarant’anni di storia, mettendo ufficialmente (ma parzialmente) fine a un decennio di confitto che interessava diversi paesi della regione: sembra che la situazione dei conflitti nel continente stia diventando meno drammatica e che si possa parlare di migliori prospettive di pace generalizzata nel continente.
Dall’altro lato, però, nel 2007-2008 vi sono stati episodi di guerra in Ciad e in Repubblica Centrafricana, paesi le cui crisi politiche interne, in parte legate a quella del vicino Sudan, alternano fasi cruente e fasi più “politiche” ormai da vari decenni senza che si intraveda alcuna via d’uscita. In particolare sul Ciad, un altro paese recentemente “cresciuto” grazie alle entrate petrolifere, le Nazioni Unite hanno lanciato l’allarme che vi si ripetano massacri paragonabili a quello del Ruanda del 1994 o a quello più recente del Darfur sudanese. Quest’ultima regione è ancora martoriata dal conflitto, mentre il governo di El-Bashir, che negli anni ha apertamente fomentato i massacri, continua a godere di potenti sostegni internazionali: in primo luogo la Cina, ma anche l’India, la Malaysia e il Giappone sono importanti clienti del suo petrolio.
Il 2007 ha portato con sé l’intervento etiope e quello statunitense in Somalia, che hanno scatenato in questo paese una nuova irrefrenabile spirale di violenze (adesso non più “etniche” o “claniche”, ma “religiose”, più adatte al clima attuale di lotta all’islamismo globale). Allo stesso tempo la frontiera tra la stessa Etiopia e l’Eritrea ha ripreso a scaldarsi. Nel giugno 2008 un rapporto dell’International Crisis Group è tornato a lanciare l’allarme sul riamo dei due paesi sulla frontiera comune, con i due eserciti che si fronteggiano ormai “a mano di un campo di calcio di distanza”, mentre sia il primo ministro etiope Meles Zenawi che il presidente eritreo Isaias Afworki utilizzano la contesa di frontiera sul piano interno, come scusa per accrescere il loro autoritarismo e soffocare la democrazia.
La mai sopita rivolta tuareg in Niger sta trovando sempre nuove motivazioni: adesso la guerriglia contesta la spartizione delle risorse di uranio recentemente trovate nelle regioni tuareg: gli accordi degli anni precedenti quindi non reggono più. Gli episodi di terrorismo cosiddetto islamista nei paesi maghrebini si ripetono: ultimamente è stata la Mauritania, che sembrava nonostante il golpe del 2005 un paese “sicuro” avviato a una transizione democratica, a fare le spese della propagazione globale della “lotta al terrorismo”.
In Nigeria si allunga la serie di vittime della maledizione del petrolio, tra le popolazioni che contestano l'assurdità di essere sempre più povere in un paese che galleggia sull’oro nero. Una serie di violenze derivanti da motivi economici ha investito di recente anche il Sudafrica che pure era riuscito un decennio fa nell’impossibile miracolo di effettuare una transizione pacifica dal regime dell’apartheid al governo arcobaleno.
In Uganda la vicenda della bizzarra quanto sanguinosa rivolta del Lord Resistance Army prosegue tra tentativi di accordo e ripresa delle violenze contro le popolazioni sia da parte della guerriglia che da parte del governo. In Costa d’Avorio l’accordo del marzo del 2007 ha fatto sì che i due principali contendenti militari (il presidente Gbabo e il capo delle “Forze nuove” Soro) si alleassero di fatto, ma non è affatto detto che questo significhi la fine delle ostilità nel paese e che le troppe volte rimandate elezioni (che forse si terranno a fine 2008) garantiscano un percorso pacifico (meno che mai un percorso di uscita dalla povertà per il paese). Il recente vertiginoso aumento del prezzo dei fosfati, di cui è ricchissimo il Sahara Occidentale, non aiuta certo a trovare un esito alla questione dell’occupazione marocchina di questa regione.

È ANCORA SFRUTTAMENTO DELLE RISORSE, COM MEZZI PIÙ “PULITI”
Si potrebbe continuare, ma non si tratta di fare un elenco. Tra i paesi africani sono pochi quelli che non vivono una situazione effettiva o latente di conflitto e in ognuna di esse le speranze e gli orrori sembrano potersi ribaltare da un giorno all’altro, almeno finché le lotte per il potere e per le risorse non troveranno definitivo assestamento. Si tratta piuttosto di capire se le dinamiche che hanno portato il continente negli ultimi decenni ad essere il più martoriato da conflitti sanguinosi e incomprensibili ai più stanno davvero cambiando.
Le ragioni dei recenti conflitti africani - al di là delle semplificazioni ingenue o interessate sulle radici “etniche” o religiose - sono evidentemente da ricercare nella corsa allo sfruttamento delle risorse del continente (sottosuolo, agricoltura, manodopera e più recentemente anche ambiti di mercato) cui partecipano soggetti locali (governi, classi politiche, eserciti, guerriglie) e soggetti esterni al continente (imprese, diplomazie e servizi delle potenze che hanno maggiori interessi sul continente: Stati uniti, Cina e Francia soprattutto, ma anche India, Israele, Brasile, Gran Bretagna…). L’avvio ai mercati internazionali dei beni del continente è avvenuto per decenni attraverso i canali di scambio dell’economia di guerra, dove le armi e gli appoggi per mantenere in sella politici e signori della guerra affluivano in cambio di diamanti, ferro, oro, coltan, concessioni petrolifere, legnami, accesso ai mercati interni.
Tutto questo in questi ultimi tempi, in cui alcuni conflitti sembrano avviati a soluzione, non sta cambiando nella sostanza. Quello che cambia in alcuni contesti è la capacità dei soggetti interessati di far valere i propri interessi ricorrendo meno alla forza delle armi.
Prendiamo l’esempio della Repubblica democratica del Congo. Dal 1997 in poi questo paese è stato dilaniato da un conflitto giocato attorno alle sue immense risorse minerarie e forestali. Nel 2006-2007 finalmente si è giunti alla fase di fuoriuscita dal conflitto che ha portato alle prime elezioni nella storia del paese. Tutto bene quindi? Per un lato ovviamente sì. Le popolazioni, soprattutto quelle dell’Est del paese che hanno maggiormente sofferto, hanno cominciato a respirare: meno bambini sequestrati e trasformati in soldati, meno insicurezza sulle piste rurali e nei villaggi, possibilità di riprendere i lavori agricoli e il piccolo commercio (ma tutto va relativizzato: la violenza sulle donne è in vertiginoso aumento; gli assalti ai villaggi in certe zone non sono affatto cessati...). Per un altro verso, però, i problemi che avevano portato al conflitto sono ancora tutti lì e ancora lì sono gli attori che li hanno gestiti, con la penna per la firma degli accordi in una mano e l’AK47 nell’altra. Se prima i minerali venivano esportati dalle guerriglie, che li consegnavano nelle mani di intermediari ugandesi, ruandesi, angolani, zambiani, burundesi e congolesi delle due rive del fiume, e che a loro volta ne garantivano l’approdo nelle mani delle imprese statunitensi, sudafricane, francesi, israeliane ecc., adesso si sono firmati i contratti di sfruttamento minerario direttamente tra il governo e le imprese straniere, contratti che chiunque li abbia esaminati (una commissione parlamentare e varie organizzazioni della società civile) definisce assolutamente da rivedere per il disequilibrio a vantaggio delle imprese e per il disinteresse verso le conseguenze sociali e ambientali (4). Allo stesso tempo il permanere di sacche di armatissima guerriglia in alcune regioni non è affatto un fenomeno residuale dovuto a milizie allo sbando, ma forma parte delle strategie di pressione sul governo proprio per assicurare che gli interessi minerari restino prevalenti su quelli della popolazione, mentre intanto, grazie alla guerriglia, parte dei prodotti fuoriesce ancora illegalmente dal paese.

“ALTRE FORME DI GUERRA”
E quindi, se alcuni conflitti maggiori sembrano in questo modo “risolti”, solo perché le armi momentaneamente e spesso parzialmente tacciono, spesso purtroppo si tratta di tregue di facciata, destinate a consolidare spartizioni politiche o a fare bella figura di fronte ai donors internazionali per accedere a finanziamenti “per la ricostruzione” (sui quali i ceti politico-guerriglieri lucreranno ancora di più che sul saccheggio diretto dell’economia). Gli accordi di pace, anche laddove tengono e non sono smentiti dalla ripresa dei conflitti, prendono solo in considerazione, in base a rapporti di forza sempre sostenuti dalle armi, gli interessi rappresentati ai tavoli delle trattative: tra questi raramente appare l’interesse della popolazione al risarcimento per le sofferenze subite o ai “dividendi di pace” che dovrebbero garantire che le risorse siano utilizzate per migliorare le condizioni di vita.
Al di là di quelli così “risolti”, mentre altri conflitti proseguono senza destare grande interesse sui media internazionali che raramente hanno idea di dove si trovino la Repubblica Centrafricana o il Ciad, novità recente ma prevedibile per chi abbia occhi per guardare la realtà del continente è quella dei nuovi scoppi di violenze in paesi che sembravano finora immuni dal contagio delle guerre, e che invece si ritrovano di colpo nel pieno di congiunture che  pur non essendo conflitti aperti si possono definire “altre forme di guerra”: ad animare i (pochi) titoli dedicati all’apparentemente eterna conflittualità africana di questi ultimi mesi hanno così contribuito soprattutto il Kenya e lo Zimbabwe.
La crisi violenta del Kenya è il risultato dell’intreccio di due fenomeni. Da un lato uno scontro locale nel distretto orientale di Mc Elgon, classicamente e frettolosamente definito “scontro etnico”. È vero che qui si combattono appartenenti ai gruppi Soy, Pok e Mosop, ma il conflitto deriva non certo da antichi odii quanto dalle recenti politiche di assegnazioni delle terre da parte del governo. Dall’altro lato, in altre zone del paese si sono scontrati i Kalenjin, i Kikuyo e i Kisii, ma anche qui l’etnia c’entra poco. C’entra solo in quanto i partiti al potere hanno perseguito negli anni politiche clientelari che tendevano a favorire alcuni membri del proprio gruppo di appartenenza e hanno soffiato sul fuoco dell’ideologia etnica. Ma dietro le “etnie” ci sono appunto le forze politiche (le violenze sono scoppiate a seguito del risultato delle elezioni di dicembre 2007) e dietro le forze politiche nazionali ci sono i loro sponsor internazionali, che premono per garantirsi i contratti commerciali: come ha efficacemente scritto Renato Kizito Sesana, che il paese lo conosce bene, in Kenya “si è scatenata una tipica guerra tra due etnie: gli Stati uniti e la Cina”. Sullo sfondo, un paese che risulta essere il decimo nel mondo su quasi 200 per indice di ineguaglianza sociale (il quinto in Africa, che è quanto dire..) e dove quindi trovare folle di disperati disposte a battersi per questo o quel leader è estremamente facile. Un paese, allo stesso tempo, che risulta uno di quelli in cui la proliferazione delle armi illegalmente vendute e detenute è tra le più alte al mondo.
Il conflitto politico e le conseguenti violenze in Zimbabwe sono state definite da Giampaolo Calchi Novati “una competizione che non mima la guerra ma è una guerra condotta con i mezzi della politica” (5), nella quale a contendersi il potere sono il vecchio dittatore, che - ormai lontani gli anni in cui era il leader dell’indipendenza - rappresenta soltanto il clan che ha gestito il potere a proprio vantaggio in questi decenni, e un capo dell’opposizione su cui grava forte il sospetto di essere solo “l’intermediario interessato degli agrari bianchi”. La questione della proprietà della terra, irrisolta da quando il paese era gestito da un regime razzista bianco e si chiamava Rhodesia del Sud, continua a essere quella da cui dipendono i destini del paese: Mugabe la agita per mobilitare le masse a proprio vantaggio, ma neppure l’opposizione, se dovesse prendere il potere, toccherebbe questo nodo, con grande sollievo delle potenze straniere, dalla Gran Bretagna agli Stati uniti, che strillano per la “trasparenza delle elezioni” nella speranza di vedere questa opposizione farsi carico di garantire gli interessi degli agrari, delle esportazioni agricole e dei finanziatori stranieri. Intanto il governo sudafricano, ufficialmente mediatore per limitare il conflitto tra le parti in Zimbabwe, non fa mancare a  Mugabe l’appoggio diplomatico e rifornisce regolarmente la dittatura delle armi con cui perseguitare quell’opposizione, come del resto fanno Cina, Brasile e gli Emirati arabi (6).

CONTINUANO A PREVALERE GLI INTERESSI DELLE GRANDI POTENZE…
L’Africa quindi resta il continente della spartizione: tra gruppi politici, tra potentati militari a volte autocostituitisi in improbabili eserciti di liberazione di qualcosa, quando invece hanno solo l’obiettivo del saccheggio, tra imprese di vari paesi africani e soprattutto non africani, tra le strategie militari globali intrecciate e a volte contrapposte della “lotta al terrorismo globale” degli Usa o della riaffermazione di un ruolo mondiale per la Francia, tra le potenze emergenti assetate di materie e mercati: Cina, India, Brasile, Indonesia.
Gli Stati uniti non hanno ancora deciso bene dove piazzare il nuovo comando dell’Africom e che ruolo dargli. Fino al 2007 nelle strategie militari statunitensi il continente era suddiviso tra il comando europeo, quello Asia-Medio Oriente e quello Asia-Pacifico, ma vi erano già sul continente dodici uffici di assistenza militare che seguivano diversi programmi di addestramento e logistica (7). Il nuovo comando, che dovrebbe essere operativo entro il 2008, avrebbe per missione, secondo il presidente Bush, “promuovere lo sviluppo la sanità, l’educazione, le democrazia e la crescita economica in Africa” (8). Compiti ben bizzarri per un comando militare.
La Francia, mentre sul piano globale con la presidenza Sarkozy si avvicina sempre più alle posizioni diplomatiche degli Usa, in Africa ha radicalizzato il pragmatismo della propria presenza: come ha recentemente dichiarato il segretario di stato alla cooperazione Alain Joyandet, la presenza francese deve servire innanzitutto gli interessi commerciali della Francia (con una dichiarazione che ricorda da vicino le direttive impartite alle ambasciate italiane dal precedente governo Berlusconi): “Vogliamo certo aiutare gli africani”, ha dichiarato Joyandet, “ma a patto che questo ci porti qualcosa” (9).
La Cina prosegue alacremente la politica dei contratti commerciali a raffica con tutti i paesi africani possibili, per accaparrarsi quote di risorse soprattutto del sottosuolo (e in primo luogo il petrolio di cui ha sempre più bisogno) e reperire mercati per i propri settori strategici: il tessile (che ha finito di distruggere con i suoi prezzi stracciati quel poco di produzione locale che restava sul continente) e gli appalti per le imprese di costruzione. Il recente accordo-mostro con la Repubblica democratica del Congo (3.500 chilometri di strade e altrettanti di ferrovia, 31 ospedali, 145 centri sanitari, scuole ecc. in cambio di dieci milioni di tonnellate di rame e 200.000 di cobalto) è solo l’ultimo della serie. Naturalmente le imprese cinesi non si comportano poi diversamente da quelle occidentali cui fanno concorrenza sul piano del rispetto dell’ambiente o dei diritti del lavoro.
Persino la Russia, ufficialmente assente dal continente dalla scomparsa dell’Unione sovietica, si sta rifacendo avanti per rientrare nel proficuo mercato in cui l’Urss era grande attore: quello delle armi. Nuovi contratti sono già stati firmati con quel vecchio cliente di Mosca che è la Libia (che a sua volta dissemina le armi sul continente) e simili trattative sono in corso con l’Algeria. In entrambi i casi armi in cambio di energia.

MENTRE LE POPOLAZIONO RIMANGONO SEMPRE POVERE
Continua a mancare tra le voci di coloro i quali vogliono indirizzare i destini del continente, in questa fase di presunta crescita, una sola voce: quella delle popolazioni, ancora fuori dai processi decisionali. Nonostante ormai quasi vent’anni di conferenze nazionali, svolte democratiche e “libere” elezioni, Robert Mugabe, Muhammar Gheddafi, Osni Mubarak, Zine Ben Alì, Omar Bongo, Denis Sassu Nguesso, Blaise Compaoré, Lansana Conté, Paul Kagame, Yoweri Museveni, Paul Biya, Omar El Bashir, Meles Zenawi e altri dinosauri sono ancora tutti al loro posto mentre in Togo il defunto Eyadéma è stato (“democraticamente”) sostituito dal figlio. In Guinea Conakry, dove una pacifica rivolta di massa è riuscita all’inizio del 2007 a imporre alla dittatura radicali cambiamenti e un nuovo governo, la gestione di questa transizione sta vanificando le speranze: il governo del cambiamento è stato sostituito a maggio 2008 con uno più appetibile per il vecchio dittatore e i partner commerciali. Il nodo del contendere sono neanche a dirlo i contratti minerari (il paese è grande produttore di bauxite) e stanno riprendendo allarmanti scoppi di violenza. In Liberia la fuoriuscita dalla guerra ha portato al potere una classe politica che ha immediatamente ripreso la politica di totale assoggettamento agli interessi del “tutore” storico del paese: Washington. È l’unico paese che si è dichiarato entusiasta di accogliere l’eventuale sede dell’Africom.
In assenza di processi democratici è evidente che gli indici di sviluppo umano del continente non progrediscano come quelli del Pil o delle esportazioni e la distanza che può esserci tra i primi e i secondi è ben rappresentata dalla “maledizione del petrolio” che colpisce la Nigeria, il Ciad, l’Angola, il Congo Brazzaville, il Sudan e altri: più cresce la produzione (e quindi il Pil e gli altri indicatori che tanto piacciono agli economisti) più cresce la distanza tra pochi speculatori legati alle imprese, ai governi e agli eserciti e la massa della popolazione che vede solo danni ambientali e benzina o gasolio a prezzi inavvicinabili. Una maledizione che si ripete per le altre risorse.
L’Africa dichiara oggi finite le sue guerre ma spesso non è vero. Dichiararlo serve a premere per essere accolta sempre più nei processi commerciali globali, di cui profittano minoranze. Fuori dal continente molti interessati amici premono perché cadano le barriere doganali non solo per i prodotti esteri in Africa (che a volte la fanno già da padrone sui mercati interni) ma anche per i prodotti africani nei mercati dei paesi sviluppati: che si compri più petrolio, più minerali, più prodotti agricoli e forestali dall’Africa, così aiuteremo il continente a crescere, sostengono con il cuore in mano coloro che poi spesso sovvenzionano le produzioni agricole statunitensi o europee. Ma quei prodotti sono africani spesso solo perché sfruttano suolo, sottosuolo, acqua, foreste e manodopera africane. I profitti privati e le rendite pubbliche delle esportazioni finiscono fuori dall’Africa o nelle tasche delle elite locali e il famoso effetto di “trickle down” (10) della ricchezza verso il basso dato per certo dai testi di economia poi non si verifica mai. E sarebbe strano il contrario: togliendo la terra e le altre risorse all’agricoltura finalizzata al consumo interno per destinarle al tè, al caffè, al cacao o ai biocarburanti è ben difficile che si riesca a dar da mangiare alle persone.
Poco di nuovo, quindi in Africa. Il continente si sta solo allineando, con o senza guerre, a ciò che succede nel resto del mondo: pochi ricchi sempre più ricchi e tanti poveri sempre più poveri. Ogni tanto la Banca mondiale o qualche agenzia delle Nazioni unite, l’Usaid o la Commissione europea dichiarano che bisogna sforzarsi di raggiungere gli “obiettivi del millennio” in termini di lotta alla povertà, educazione, acqua, salute, e lasciano cadere sul continente qualche fondo per lo sviluppo o contro l’Aids. Che per lo più finisce nelle tasche di poche imprese e consulting globali.

NOTE
(1) Ripubblicato in “Internazionale”, 29-5-2008.
(2) Si veda C. Braeckman, Manovre speculative nel Katanga in ricostruzione, in “Le Monde Diplomatique/il manifesto”, luglio 2008.
(3) Cfr. A. Sciortino, L’Africa in guerra, Milano 2008.
(4) La commissione parlamentare incaricata della revisione di 61 contratti minerari ne ha definiti 39 da rinegoziare seriamente e 22 da annullare. Nessuno ha superato l’esame.
(5) “il manifesto”, 25-6-2008.
(6) Mail and Guardian, giugno 2008.
(7) La Trans-sahara Counter Terrorism Partnership (Tunisia, Algeria, Marocco, Mauritania, Senegal, Mali, Niger, Ciad, Nigeria) è la più impegnativa in termini finanziari; La African Contingency Operations Training and assistance forma truppe scelte in oltre 20 paesi; a questi si aggiungono sostegni logistici sulla sicurezza marittima e aerea.
(9) Intervista a “Libération”, 24-6-2008.
(10) “del gocciolamento”, letteralmente: teoria di Webster secondo cui i benefici finanziari alle grandi imprese si rifletterebbero a loro volta sulle imprese più piccole e sui consumatori.

 

 

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