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articolo della rivista numero 150
Difesa delle ricchezze naturali
Di fronte alla scarsità mondiale di risorse vitali e alla crescente militarizzazione
del continente le forze armate della regione si preparano per interventi militari dall’esterno
di Sebastian Pellegrino
Il nuovo millennio aveva sorpreso i paesi sudamericani con la tragica crisi dell’economia mondiale, ma la forte domanda di materie prime ha dato alle economie esportatrici della regione uno storico impulso che non sembra ancora essersi esaurito.
Inoltre la preoccupante scarsità di risorse naturali non rinnovabili (come acqua dolce, petrolio, gas naturale, biodiversità e fonti di ossigeno e carbonio) amplifica il ruolo da protagonista che assume il Sud America nell’attuale contesto politico economico mondiale.
Questa parte del continente possiede le principali fonti di risorse naturali non rinnovabili, vitali non solo per le regioni in emergenza alimentare ma anche all’economia reale del blocco egemone per i prossimi decenni. La regione andina e, in gran misura, il Brasile forniscono una parte sostanziale del gas e del petrolio che consuma il mercato statunitense; Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay condividono il territorio dell’Acquifero Guarani una delle maggiori riserve d’acqua dolce non contaminata del mondo con un’enorme potenzialità di produzione di energia elettrica; il territorio amazzonico, con una superficie stimata di circa otto milioni di kmq distribuiti in otto paesi, rappresenta il 44% del territorio sudamericano e ospita l’ecosistema più differenziato del pianeta.
Davanti a tale scenario mondiale e tenendo conto del pressante processo di militarizzazione voluto dall’amministrazione Bush, gran parte dei governi del sud, non allineati al modello di dipendenza dalle strutture del potere globale, sviluppano in collaborazione con le forze armate nuovi concetti di difesa nazionale mentre trattano per organizzare nella regione istanze militari congiunte.
Recentemente il ministro della difesa brasiliano, Jobim ha annunciato che il prossimo sette settembre verrà presentato al presidente Lula il Piano strategico di difesa nazionale progettato per assicuare la sovranità del paese sui campi petroliferi scoperti negli ultimi mesi e ha sottolineato che per garantire la sovranità marittima “si privilegerà l’uso di forze sommergibili” e “50 nuove navi da pattugliamento, alcune dotate di piattaforme per elicotteri che saranno acquistati dalla Francia o dagli Stati uniti”.
Cambio di dottrina
Dalla formazione degli eserciti regolari nel XIX secolo fino ad oggi, i fondamenti e il ruolo delle forze di sicurezza hanno subito profonde trasformazioni in accordo, o disaccordo secondo la congiuntura storica, con i processi politici del sud.
In termini generali dall’incorporazione dei nascenti stati latinoamericani all’economia mondiale come attori della cosiddetta periferia, l’adozione e sussistenza del modello di sviluppo agro-esportatore-minerario esigeva la formazione di forze regolari e professionali capaci di assicurare l’egemonia delle oligarchie latifondiste nel quadro dello stato liberale.
Dalla seconda metà del secolo XX comincia a infiltrarsi nei circoli militari del sud una nuova elaborazione dottrinaria che, progettata dagli ideologi della controinsorgenza statunitensi nel contesto della guerra fredda sfocerà nella versione latinoamericana della lotta contro l’espansionismo del comunismo sovietico: la dottrina della sicurezza nazionale (Dns).
In questo quadro veniva definito il “nuovo nemico” con il quale dovevano confrontarsi le FF.AA. latinoamericane ai fini del dettato strategico statunitense (per perseguire gli obiettivi del dettato srategico statunitense). La costruzione del “nemico interno” materializzata per decenni nell’imposizione dell’istituzione, della forza e dello stile militare nei processi politici regolari e ha determinato che il potere politico fosse detenuto esclusivamente dalle FF.AA. nella maggior parte dei casi vicine a settori della classe borghese dominante e più conservatrice della regione.
Con la fine della guerra fredda, soffocata la “minaccia sovietica” e disseminato il modello di sviluppo neoliberista nel resto del continente, gli Stati uniti sono riusciti a imporre nella regione un insieme di democrazie a bassa intensità sulle quali non era necessario
il controllo per mezzo della forza e per molti anni le FF.AA della regione non hanno avuto obiettivi concreti né un ruolo definito.
Le gravi e profonde conseguenze della liberalizzazione dei mercati nazionali e la restrizione delle funzioni dello stato (in questa parte del mondo) hanno portato, dalla fine degli anni novanta,
alla nascita di governi popolari e progressisti. Ma il vicino del nord aveva già in serbo la sua nuova carta.
Il Plan Colombia, concepito inizialmente nel 1999 dall’amministrazione del presidente colombiano Pastrana e dallo statunitense Clinton si è trasformato nell’avvio del processo di militarizzazione post guerra fredda dell’America latina. Recentemente si è messa in moto Iniciativa Merida (conosciuta anche come Plan Mexico) sorta di continuazione del summenzionato piano destinata a controllare specificamente Messico, America centrale e Caraibi.
Entrambi i piani consistono in \”appoggio” tecnologico e finanziario agli eserciti del sud per l’eliminazione di supposti “collettivi terroristi che minacciano la sicurezza del continente” .
Sconfinamenti
Negli ultimi mesi sono aumentate le denuncie, da parte di vari governi, e voci circa l’ingresso di contingenti militari statunitensi in differenti aree del continente considerate strategiche per le riserve di risorse naturali non rinnovabili.
E’ il caso della provincia argentina del Chaco dove si sono registrate esercitazioni militari non giustificate da conflitti; o ancora più preoccupante quello della regione peruviana di Ayacucho dove sono entrati recentemente un migliaio di soldati statunitensi per realizzare presunte attività di aiuto umanitario.
Suscita molto interesse il trasferimento in territorio peruviano o colombiano della base militare Usa attualmente situata a Manta, in Ecuador.
Il ritorno dell’apparato militare statunitense sulla regione si giustifica con la lotta contro un nemico ridisegnato a misura degli interessi del nord egemone. La categoria del “narcoterrorismo” ha rimpiazzato l’antico “nemico rosso” e si profila come il fondamento dottrinario militare per un eventuale intervento nella regione.
Nuove strategie
E’ su questo scenario che si consolida il disegno della nuova consegna (direttiva) militare sudamericana. I governi di Brasile, Venezuela, Argentina, Bolivia ed Ecuador negli ultimi anni hanno proceduto all’elaborazione di un substrato teorico che getti le basi e le alternative riguardo alle nuove sfide che sorgono nella regione. Inoltre tutti gli stati del sud del continente ad eccezione della Colombia, hanno sottoscritto il documento per la creazione del Consiglio sudamericano di difesa.
L’anno passato il governo argentino ha elaborato, in collaborazione con l’esercito, una nuova dottrina militare conosciuta come “Piano esercito argentino 2025”: il progetto di rinnovamento di tattiche e dislocazione di truppe a fronte di eventuali attacchi esterni includerebbe le metodologie di difesa utilizzate nella guerra di guerriglia per contrastare le possibili superiorità tecnologiche dell’eventuale nemico e per garantire l’effettivo trasferimento di truppe nelle zone strategiche.
Il centro degli interessi strategici riguarda le riserve di acqua dolce sotterranea conosciuta come Acquifero Guarani che, nella visione militare, costituiscono la maggior fonte di rischio di conflitto bellico per il paese.
Dal canto loro le FF.AA. brasiliane hanno realizzato il passato 4 giugno nella stazione di Furnas, che distribuisce l’energia della diga di Itapù, un’esercitazione militare denominata “frontiera sicura, paese sovrano” . La simulazione aveva come obiettivo di mettere alla prova l’operatività militare in situazione di occupazione esterna della zona di frontiera con il Paraguay.
Il governo di Lula inoltre ha in progetto l’acquisizione congiunta con FF.AA del Venezuela di nove sottomarini avanzati russi, 24 aerei da combattimento e sistemi missilistici, che garantirebbero ai due paesi un potenziale militare convenzionale di grande livello.
Anche il Venezuela da anni lavora alla ristrutturazione delle FF.AA. Nel 2005 il presidente Hugo Chavez ha promulgato la legge organica delle forze armate nazionali (Lofan) che punta al riorientamento della difesa sulla base della protezione della sovranità territoriale e contemporaneamente spinge alla partecipazione di settori civili alla sicurezza nazionale. Il mandatario venezuelano ha proposto di assegnare lotti di terreno a “unità organizzate di riservisti e contadini per la produzione e l’addestramento”che potrebbero garantire così la crescita della componente civile nel medio termine fino a un milione di effettivi a partire dai circa 150.000 attuali.
Anche lo scenario costituente ecuadoriano mostra i segni della tendenza sudamericana a partire dal rifiuto della presenza militare degli Stati uniti sul territorio del paese andino.
Uno dei passi più importanti dell’Assemblea in materia di sovranità territoriale è il divieto alla costruzione di infrastrutture militari straniere su suolo ecuadoriano. L’articolo 8 infatti dispone che: “l‘Ecuador è territorio di pace. Non è permessa la costruzione di basi militari straniere né di altre istallazioni straniere con propositi militari. Non si possono cedere basi militari nazionali a forze armate o di sicurezza straniere” .
Con questa disposizione si garantisce il quadro legale della decisione del governo di Rafael Correa di non rinnovare agli Stati uniti la licenza permette loro l’uso della base militare di Manta fino al 2009.
Una opportunità storica
I nuovi orientamenti delle FF.AA. del sud del continente sono i primi indizi delle grandi sfide umanitarie e ambientali verso cui si sta dirigendo l’umanità.
Sono proprio le decisioni che a fronte di queste sfide assumeranno i paesi industriali le principali minacce per la regione.
La crescente militarizzazione statunitense nella regione risponde alla necessità di garantire il flusso libero delle forniture di energia e risorse indispensabili ai mercati internazionali, senza che siano oggetto di aggressione da parte di presunti “gruppi narcoterroristi”che secondo la Casa Bianca vorrebbero seminare l’insicurezza nel continente.
Le probabilità che si scatenino in futuro conflitti mondiali (globali? Internazionali?) per le risorse sono molto alte: le alternative per evitarli sono varie e il Sud America sta cercando il cammino dell’unità per prevenire le minacce esterne in preparazione.
L’attuale scenario latinoamericano si presenta come un’opportunità storica per raggiungere finalmente la completa emancipazione rispetto ai blocchi del potere internazionale. La crescita sostenuta delle economie del sud offre un aiuto concreto alle nascenti politiche di difesa e sovranità territoriale a cui va aggiunta la forte spinta all’integrazione regionale che comincia a trascendere il lato strettamente economico.