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articolo della rivista numero 150
Una nuova destabilizzazione?
Dallo stretto di Hormuz a quello di Malacca si gioca il risiko
mondiale
di Oscar Marchisio
L’entrata in gioco della Cina e in seconda battuta dell’India sta forse aprendo una nuova fase di destabilizzazione dell’attuale modello di comando, costruito sulla continuità dell’egemonia inglese e poi statunitense. Infatti i “colli di bottiglia”, i “choke points” con cui l’impero britannico controllava i mari sono gli stessi su cui si assesta la flotta statunitense nel dispiegare la sua capacità di pronto intervento nel mondo. Ma in questi “choke points” si articola insieme un forte sovraccarico di tensioni; infatti si assomma nello stesso esiguo “stretto” il passaggio del petrolio e l’esportazione delle merci risultato della nuova delocalizzazione in Asia e in particolare in Cina o in entrambe. Inoltre anche la Cina e l’India sono diventati importatori di petrolio, per cui aumenta la pressione di reti strategiche negli stretti di Malacca e di Hormuz, nel canale di Suez e nel canale di Panama.
GLI “STRETTI” DELLA TENSIONE
Attorno a questi “stretti” si coagulano le tensioni più forti derivate sia dal nuovo assetto industriale “delocalizzato”, sia dal modello capitalistico basato sull’asse petrolio-trasporto. Infatti crescendo il ruolo economico della Cina si acutizza sia una nuova esportazione di manufatti, sia, per il suo crescente mercato interno, un’enorme domanda di energia; tutti e due i processi dilatano il trasporto marittimo delle portacontainers e delle tankers per il petrolio. Non è un caso che i primi porti per traffico containers siano cinesi e non è un caso che la crescita della dimensione delle navi sia sviluppata dai cinesi per aggirare il problema dei “choke points”e superare le limitazioni di questi alla sua crescita attuale e futura. La prima superpetroliera cinese in grado di superare lo stretto di Malacca e usare il passaggio di Lombok è già attiva, dato che lo stretto di Malacca è un passaggio strategico sia per il Giappone che per la Cina sia per l‘importazione di petrolio che per l’esportazione verso l’Europa ed è sensibile e sempre più pericoloso.
Lo stretto di Malacca emerge talmente carico di “merci” e di tensione che è diventato lo scenario favorito della nuova pirateria, molto attiva nella zona tanto da avere il record degli attacchi nel Mar Cinese meridionale, zona molto esposta anche alla tensione fra Cina, Giappone e Usa per il controllo degli accessi a Taiwan.
Tra la tensione dei pirati nello stretto di Malacca, quella diplomatico-militare fra Cina, Vietnam, Filippine, Taiwan per le isole Paracelso e Spratley e quella geopolitica globale fra Usa e Cina per il controllo del corridoio fra Singapore e Busan in questa area, definita dal geografo Yves La coste (Lacoste, 1993, p. 995) come ”il Mediterraneo asiatico”, emergono tutti i problemi derivanti dal ridisegno della divisione del lavoro a livello mondiale, quelli causati dall’approvvigionamento energetico e di conseguenza dai nodi irrisolti della geopolitica mondiale.
Se lo stretto di Hormuz rappresenta, con il passaggio di 14 milioni di barili al giorno, uno dei punti più sensibili del termometro energetico mondiale, lo stretto di Malacca, con il doppio flusso di merci verso l’Ovest e petrolio verso l’Est, rappresenta il sensore della nuovo baricentro del potere “asiatico”. In questo senso i due stretti appaiono come gli scenari dove le diverse forze in campo sono obbligate a giocare direttamente per poter continuare a governare il resto dell’equilibrio o squilibrio globale. Passa da Hormuz non solo più del 15% del consumo giornaliero mondiale di petrolio ma soprattutto vi si scontra il ruolo degli Usa come garanti dell’Oman e degli Emirati arabi uniti con il nuovo ruolo dell’Iran e questo attorciglia attorno alla filiera del petrolio la disputa sicurezza del mare e “terrorismo” con cui viene gestita la partita mondiale da parte dell’amministrazione Bush.
Lo stretto di Hormuz è dunque il luogo fisico dove si enuclea in modo netto lo scontro planetario per il controllo dello spazio mare come garanzia del flusso energetico e in questo senso rappresenta la parte più semplice del conflitto, da una parte la flotta Usa e dall’altra i possibili “ashura”, i barchini veloci carichi di esplosivo guidati da “guardiani della rivoluzione”, mentre lo stretto di Malacca raccoglie un “teatro conflittuale” più strategico e complesso. Sicuramente più articolato e meno diretto il conflitto fra Usa e Cina ma non per questo meno violento.
IL SEA DENIAL CINESE…
Passa dallo stretto di Malacca più dell’80% delle importazioni cinesi di greggio, per cui questa via di transito è diventata per il governo di Pechino troppo sensibile, o meglio, qualsiasi blocco dello stretto porterebbe l’economia cinese alla catastrofe. Inoltre, dato che pur con il veloce processo di ammodernamento la marina cinese non è in grado di difendere le rotte commerciali cinesi, ma con una previsione di 50 sottomarini in attività nel 2010 e di più di 64 grandi unità di superficie la strategia navale cinese “ha una chiara connotazione di guerra asimmetrica sul mare”, come indicato dall’ammiraglio Liu Huaqing lo scopo è di “impedire l’accesso di forze navali superiori alle proprie aree di competenza” (Mastrolia, 2006, p. 63), per cui è il Mar Cinese meridionale lo spazio per la strategia di “sea denial” (interdizione marittima) della marina piuttosto che un “sea control” comprendente anche Malacca. Per questo l’obiettivo del governo cinese è quello di diventare autonomo rispetto a questa “strettoia”, cercando di superare in vario modo sia la dipendenza per l’importazione del greggio, sia la soverchiante presenza della flotta statunitense.
In questa via si delinea sia l’investimento cinese nel porto di Gwadar, in Pakistan, da cui si dirama una pipeline (oleodotto) verso la provincia cinese dello Xinjang, sia la costruzione di superpetroliere in grado di aggirare lo stretto di Malacca passando per quello di Lombok, sia gli investimenti in Thailandia per realizzare pipelines che permettono al greggio proveniente dal Medio Oriente e dall’Africa di non passare da Malacca.
Non solo: dato il buon rapporto con la giunta militare di Myanmar la marina cinese ha installato basi per lo spionaggio elettronico nell’arcipelago delle isole Coco, ma questo non basata certo a controbilanciare l’accordo fra Usa e India per il controllo dell’Oceano indiano.
… E IL SEA CONTROL INDIANO
Proprio il “New Framework for Us - India Defence Relationship” - il patto strategico tra Usa e India che prevede la cooperazione in materia di difesa missilistica, ricerca e sviluppo di tecnologia, addestramento congiunto delle forze armate, collaborazione economica ed energetica - rappresenta un tassello importante per il nuovo ruolo di “sea control “ della marina indiana per garantire la sicurezza da Hormuz sino allo stretto di Malacca, confermando lo squilibrio tra marina cinese e indiana attorno allo stretto di Malacca. La prima si arrocca nel Mar Cinese meridionale, mentre la seconda, alleata con la flotta Usa, ma flirtando anche con quella iraniana, si erige a garante della rotta Golfo persico ed Estremo Oriente, diventando così una vera “blue-water Navy” [….], molto attiva nei rapporti multilaterali, con l’accordo “Milan” con le marine di paesi come Myanmar, Singapore, Indonesia, Vietnam, Thailandia, Malaysia e Australia e con vari accordi bilaterali con Singapore, l’Oman, la marina iraniana e quella francese. In tal modo è la Indian Navy (marina militare indiana) a essere la garante della tranquillità dello stretto di Malacca dove passano le linee di comunicazione marittime essenziali per la Cina sia verso Est per l’energia sia verso Ovest per l’esportazione verso Medio Oriente, Africa ed Europa; in questo si conferma la centralità dello stretto di Malacca e l’importanza dell’Oceano indiano come rotta per l’economia cinese.
Proprio la struttura dell’Indian Navy, costruita attorno alla portaerei Virata, permette al governo indiano di svolgere una politica sia di “look West” verso Hormuz, sia di “look East” verso Malacca, arrivando a considerare l’Oceano indiano come il proprio “rightful domain” (dominio legittimo) (Ferrante, 2006, pag.76).
Naturalmente è per questo che attorno allo stretto di Malacca si addensano tensioni commerciali e diplomatiche, come espressione di questo conflitto di interessi sino-indiano nel controllo e nella difesa delle proprie linee di comunicazione marittima, dove la Cina appare più esposta avendo una maggior lunghezza delle proprie linee marittime essenziali e l’India una maggior capacità di manovra come controllore dei mari, tanto che il capo di Stato maggiore della Indian Navy ha così sintetizzato la situazione: ”Chi domina l’Oceano indiano domina l’Asia. Nel XXI secolo il destino del mondo sarà deciso sulle sue acque” [e noi siamo la] “India Mahan, la Grande India”(Ferrante, 2006, p.80).
GLI SNODI DELLA NUOVA GEOPOLITICA
Evidente il nervosismo, o meglio, la preoccupazione cinese per lo stretto di Malacca, tappo allo sviluppo cinese, anzi simbolo e sintomo dello squilibrio fra potenza industriale cinese e potere sul mare dove “il carattere assertivo della geopolitica navale indiana (soprattutto in funzione anticinese) non sembra dispiacere agli Stati uniti”(Ferrante, 2006, p. 78).
Pertanto la lettura delle mappe dei due stretti, Hormuz e Malacca, rinvia agli snodi della nuova geopolitica mondiale che pur giocandosi tutta in Asia rivela due diversi livelli di contraddizioni.
Semplice e chiaro il primo, dove tutto si gioca sul Thaqeb, missile anti-nave appena testato dalla marina iraniana come monito e minaccia per i 14 milioni di barili di petrolio, base del tradizionale ciclo energetico del capitalismo attuale; mentre attraverso il secondo si intravede il configurarsi di una discrasia fra ruolo industriale della Cina e sua “rappresentatività” sui mari, ovvero passa dallo stretto della Malacca non solo l’insidia al flusso energetico cinese ma un possibile segno di debolezza nella disputa strategica per l’emergere dell’“attore regionale asiatico”. La Cina manca, per ora, di una capacità strategica di azione come “sea power”, mentre l’India esprime da molti anni questa vocazione, e questa porterà a un “triangolo di contenimento” in funzione anticinese di Stati uniti-Giappone-India o al prefigurarsi di un’inedita alleanza Iran-India-Cina, come alcuni deboli segnali potrebbero indicare?
È risaputo che da una parte ci sono state attività di addestramento della marina indiana a favore di quella iraniana - tanto che durante la visita di Bush in India nel 2005 scoppiò un piccolo incidente diplomatico essendoci navi militari iraniane nella base di Kochi, in base all’accordo di cooperazione tecnico militare fra India e Iran - e dall’altra ci sono state nel dicembre 2005 le prime esercitazioni congiunte con il caccia missilistico cinese Shenzhen e la nave appoggio Weishanhu al comando dell’ammiraglio Han Linzhi, a dimostrazione dell’emergere di un segnale “debole” ma attivo anche in questa inedita e “indicibile” alleanza, sempre segnata dai condizionamenti geopolitici per assicurarsi l’autonomia energetica in una fase di “oil peak” (picco petrolifero).
LA PARTITA CINA-USA
Da Grotius che nel 1609 scrisse il testo Mare Liberum, per difendere in realtà il ruolo della Compagnia olandese delle Indie orientali contestato dai portoghesi, sino ad Alfred Thayer Mahan, teorico statunitense del “potere sul mare”, sempre la nazione egemone rivendica piena “libertà del mare” e questo dominio del “territorio acqueo” permette e rafforza l’egemonia complessiva della nazione vincente. Così è stato per l’Olanda, poi per la Gran Bretagna e ora per gli Stati uniti e in tutti e tre i passaggi l’egemonia sui mari è stata decisiva per consolidare “il blocco olandese nel XVII secolo, il blocco britannico nel XVIII secolo e il blocco statunitense nel XX secolo” (Arrighi, Silver, 2003, p. 27), così che “il vantaggio economico del vincitore aumenta proprio grazie al conflitto e il nuovo ordine interstatale postbellico è destinato ad accrescere di più quel vantaggio e a proteggerlo dall’erosione”(Wallerstein, 1984, p.39).
Per ciò è evidente come l’attuale situazione di tensione negli stretti di Hormuz e di Malacca sia il sensore della crisi dell’egemonia statunitense e del ribollire di un nuovo ridisegno delle potenze mondiali. Tale movimento tellurico è mosso da due logiche diverse: la prima di puro scontro fra grandi utenti del petrolio e fornitori, tipico Usa-Iran; la seconda, più complessa, riguarda la logica della delocalizzazione della valorizzazione industriale, tipico Usa-Cina. In questo doppio chiasmo, che vede a un vertice sempre la potenza attualmente egemone, alcune volte la Cina appare oggettivamente alleata con gli Usa nel definire le relazioni fra paesi utenti e paesi fornitori, ma strategicamente il nuovo livello di potere industriale della Cina richiede di base un’autonomia energetica che potrebbe scontrarsi alle fondamenta con il circuito di potere sul mare, cioè con le rotte dell’energia della potenza egemone.
Secondo gli studiosi del Maritime Institute of Malaysia “una guerra aperta fra Cina e Stati uniti negli stretti di Malacca può sembrare remota” ma “non si possono escludere tensioni fra le due potenze nel caso che la Cina dovesse percepire dei tentativi di contenere la propria crescita” (Mini, 2006, p.31) ed effettivamente il “gioco indiano” come guardiano delle rotte potrebbe essere un vero disturbo alla dinamica geopolitica cinese. Sarebbe la prima volta che una potenza “terrestre”, molto “terragna”, apre uno squilibrio con la potenza egemone giocando sui mari e sugli stretti una partita tutta costruita sulla terra e sulla dinamica industriale, la prima volta con uno scenario da “crisi energetica mondiale”.
Si evince con la partita Cina-Usa uno scenario che tocca alle radici non l’egemonia sui mari ma la genetica del capitalismo fondato sull’auto-petrolio; per questo lo scontro fra Bush e gli islamici e tutto nello stesso campo è conservatore, mentre la contraddizione Cina-Usa è fondamentale e forse irrisolvibile.
Dunque lo stretto di Hormuz è tattica, è conflitto all’interno dello stesso schieramento, non modifica l’assetto di potere basato sul ciclo auto-petrolio, mentre lo stretto di Malacca, dove si incontrano e scontrano Cina e Usa, obbliga a una “rivoluzione” del capitalismo stesso o alla sua crisi.


Cartina dello Stretto di Hormuz. Le frecce blu demarcano lo Schema di Separazione del Traffico


Mappa della Malaysia.
Bibliografia:
G.Arrighi, B.J.Silver, Caos e governo del mondo, Paravia Bruno Mondadori, Milano, 2003
E.Ferrante, “L’India è grande ! :così nasce una potenza oceanica”, in Limes, n° 4, 2006
Y. Lacoste, Dictionnaire de Géopolitique, Flammarion, Paris, 1993
N.Mastrolia, “La grande muraglia d’acqua salata”, in Limes, n°4,2006
F.Mini, “La legge truffa eccita la sfida Cina-Stati Uniti”, in Limes, n°4,2006
I.Wallerstein, The politics of World-Economy : the States, the Movements, and the Civilizations, Cambridge University Press, Cambridge, 1984