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articolo della rivista numero 150

STATI UNITI

Da un presidente all’altro

La strategia statunitense



di Manlio Dinucci

 

L'unificazione tedesca sotto la Nato, il dissolvimento del Patto di Varsavia, la disgregazione dell'Unione sovietica sono alla base, tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta, di profonde trasformazioni nella situazione internazionale: dalla guerra fredda si passa al dopo guerra fredda e gli Stati uniti, rimasti sulla scena mondiale l'unica superpotenza con una indiscussa superiorità militare, sono alla ricerca di una nuova motivazione e definizione del proprio ruolo politico e strategico.

DURANTE L’AMMINISTRAZIONE DEL REPUBBLICANO GEORGE H. W. BUSH  
La nuova strategia statunitense viene delineata dal presidente George H. W. Bush (1989-1993) nel discorso pronunciato ad Aspen, in Colorado, il 2 agosto 1990, poche ore dopo l'apertura della crisi del Golfo, e codificata nella direttiva  National Security Strategy of the United States, pubblicata dalla Casa bianca nell'agosto 1991, circa sei mesi dopo la fine della guerra del Golfo.
La National Security Strategy of the United States si apre con l'enunciazione degli obiettivi fondamentali della strategia statunitense nel dopo guerra fredda: “L'aspra lotta che ha diviso il mondo per oltre due generazioni è giunta a un termine. Il crollo del dominio sovietico nell'Europa orientale significa che la guerra fredda è terminata, che la sua questione nodale si è risolta. Siamo entrati in una nuova era, il cui profilo sarebbe stato inimmaginabile appena tre anni fa. Questa nuova era offre grande speranza, ma questa speranza deve essere temperata dalla ancor maggiore incertezza che abbiamo di fronte. La guerra del Golfo ci ha ricordato con forza che vi sono ancora nel mondo fonti autonome di turbolenza. La crisi del Golfo ha mostrato ciò di cui è capace oggi la comunità mondiale e, nell'atto stesso di affrontare quella sfida, la comunità mondiale si è rafforzata. Spero che la crisi del Golfo passerà alla storia come il crogiolo del nuovo ordine mondiale. Sta a noi - l'attuale generazione in America e nel mondo - mettere a frutto queste straordinarie possibilità. E nel fare ciò, la leadership statunitense è indispensabile. Dobbiamo lavorare con gli altri, ma dobbiamo anche essere un leader. Nonostante l'emergere di nuovi centri di potere, gli Stati uniti rimangono il solo stato con una forza, una portata e un'influenza in ogni dimensione - politica, economica e militare - realmente globali. Non esiste alcun sostituto alla leadership Usa. La nostra responsabilità, anche nella nuova era, è di importanza cardinale e ineludibile”.
Sei mesi dopo la direttiva presidenziale, un documento proveniente dal Pentagono - Defense Planning Guidance for the Fiscal Years 1994-1999, filtrato attraverso il “New York Times” (8-3-1992), chiarisce ciò che nella direttiva presidenziale doveva restare necessariamente  implicito: “Il nostro primo obiettivo è impedire il riemergere di un nuovo rivale, o sul territorio dell'ex Unione sovietica o altrove, che ponga una minaccia nell'ordine di quella posta precedentemente dall'Unione sovietica. Questa è una considerazione dominante, alla base della nuova strategia regionale della Difesa, la quale  richiede che noi operiamo per impedire che qualsiasi potenza ostile domini una regione le cui risorse sarebbero sufficienti, se controllate strettamente, a generare una potenza globale. Queste regioni comprendono l'Europa occidentale, l'Asia orientale, il territorio dell'ex Unione sovietica e l'Asia sud-occidentale”.
Il principio cardinale su cui si impernia la definizione degli obiettivi strategici da perseguire nella nuova situazione internazionale, enunciato al massimo livello dal presidente degli Stati uniti d'America e con la massima ufficialità, è inequivocabile: nel passaggio dalla guerra fredda al dopo guerra fredda gli Stati uniti devono non ridimensionare ma potenziare la loro leadership e, estendendone la portata dall'Occidente e dai suoi tradizionali alleati all'intera comunità mondiale, renderla globale. Il concetto che gli Stati uniti rimangono “il solo stato con una forza, una portata e un'influenza in ogni dimensione - politica, economica e militare - realmente globali”, che “la leadership statunitense è indispensabile”, che “non esiste alcun sostituto alla leadership Usa” e quindi “la nostra responsabilità, anche nella nuova era, è di importanza cardinale e ineludibile”, impronta ogni indirizzo e decisione di politica estera, definendo allo stesso tempo, in base all'accettazione o meno di tale criterio cardinale, chi sono gli amici e i nemici, chi sono gli alleati più fidati e quelli meno fidati.
Scomparsa quella che durante la guerra fredda veniva considerata la “minaccia globale”, identificata nella potenza militare e nella politica estera dell'Unione sovietica, nel dopo guerra fredda le “minacce regionali” vengono viste a Washington non più come emanazione dell'influenza sovietica, ma come fattori autonomi. Su questi si focalizza la nuova strategia statunitense, senza perdere però di vista la possibilità che gli interessi globali degli Stati uniti possano essere messi in pericolo dal riemergere di una grande potenza rivale.
Si indicano quindi le direttrici della politica estera statunitense: in Europa occidentale, rafforzare la Nato “quale indispensabile forum transatlantico, quale canale dell'influenza e della partecipazione statunitensi negli affari della sicurezza europea”; nell'area dell'ex Urss, “assicurare che nessuna potenza ostile sia in grado di porre sotto il proprio controllo le risorse” spingendo le repubbliche, specialmente Russia e Ucraina, a “smilitarizzare le proprie società, convertire le proprie industrie militari in produzione civile” così che divengano “democrazie pacifiche con economie a base di mercato”, in un mondo dominato militarmente ed economicamente dagli Stati uniti e dall'Occidente; nell'Est europeo, “estendere agli stati dell'Europa centro-orientale impegni sulla sicurezza analoghi a quelli estesi agli stati del Golfo Persico”, dando così agli Stati uniti il diritto di intervenire militarmente; in Medio Oriente e Asia sud-occidentale, “mantenersi attivamente impegnati” al fine di “rimanere la potenza esterna predominante nella regione e preservare l'accesso statunitense al petrolio del Golfo”, ossia mantenere sotto il proprio controllo militare le maggiori riserve petrolifere mondiali; nell'area del Pacifico e dell'Asia orientale, continuare ad assumersi le proprie “responsabilità nel campo della sicurezza” così che la potenza statunitense continui a svolgere la “funzione cardinale nell'equilibrio regionale”, ossia conservi un ruolo politico-militare dominante in quella che costituisce “la principale area commerciale d'oltremare dell'America”; in America latina, fornire “adeguato appoggio” alle “nazioni più gravemente minacciate da forze di guerriglia o narco-terroristi”, che la Casa bianca non a caso abbina nella stessa categoria della delinquenza comune da reprimere con operazioni di polizia.
Da questi documenti ufficiali emergono i fondamenti di quel nuovo ordine mondiale che gli Stati uniti vogliono edificare, traendo il massimo vantaggio dai nuovi rapporti di forza venutisi a determinare con la disgregazione dell'Unione sovietica e il dissolvimento del Patto di Varsavia. Il nuovo ordine mondiale è concepito come un sistema globale incentrato sulla leadership statunitense, all'interno del quale ogni paese deve avere un ruolo funzionale agli interessi statunitensi. Da qui il parametro di una stabilità concepita come conservazione e rafforzamento  dei fattori  su cui poggia la leadership statunitense, e quello di una sicurezza nazionale che, travalicando i confini, ingloba ogni regione del mondo, in quanto ogni regione è in varia misura importante per gli interessi statunitensi. Da qui la giustificazione dell'impiego delle forze armate statunitensi ovunque nel mondo sorgano fattori di instabilità, che possano mettere in pericolo la stabilità funzionale agli interessi e alla leadership globale degli Stati uniti d'America.

DURANTE L’AMMINISTRAZIONE DEL DEMOCRATICO WILLIAM J. CLINTON
Le direttrici politico-strategiche, elaborate e applicate durante l’amministrazione del repubblicano George H.W. Bush, vengono seguite e applicate senza soluzione di continuità durante l’amministrazione del democratico William J. Clinton (1993-2001).
Nella National Security Strategy of Engagement and Enlargement, pubblicata dalla Casa bianca nel febbraio 1996,  si afferma che “la forza militare resta un elemento indispensabile della nostra potenza nazionale: le forze armate statunitensi sono fondamentali per il successo della nostra strategia”. Si sottolinea quindi che gli Stati uniti posseggono “ineguagliabili capacità militari: essi sono l’unica nazione in grado di condurre efficaci operazioni militari su vasta scala a grande distanza dei propri confini”. Poiché “il bisogno di leadership Usa all’estero resta più forte che mai”, compito primario delle forze armate statunitensi è quello di “essere dispiegate o stazionate in regioni chiave oltremare” allo scopo di “promuovere gli interessi strategici statunitensi”.
Nella National Security Strategy for A New Century, pubblicata dalla Casa bianca nel maggio 1997, l’obiettivo perseguito viene enunciato ancora in modo più esplicito: “Dobbiamo essere preparati e intenzionati a usare tutti gli appropriati strumenti della nostra potenza nazionale per influenzare le azioni degli altri stati e dei soggetti non-statali”. Tale concetto viene ulteriormente chiarito nella National Security Strategy for A New Century, pubblicata dalla Casa bianca nel dicembre 1999: “Gli Stati uniti devono esercitare la loro leadership all’estero se vogliono essere sicuri all’interno”. Per esercitare la “leadership globale”, devono “destinare le risorse necessarie ai settori militare e diplomatico e a quello dell’intelligence”. In particolare, essi devono essere in grado di “combattere e vincere due guerre maggiori, condotte simultaneamente in due distanti teatri bellici”. Tale capacità - si sottolinea – “rassicura i nostri amici e alleati e accresce il potere attrattivo delle coalizioni con gli Stati uniti”.   
Ci si riferisce qui in primo luogo all’Alleanza atlantica. Con la fine della guerra fredda e il dissolvimento del Patto di Varsavia e della stessa Unione sovietica è infatti venuta meno la motivazione della “minaccia sovietica” che fino ad allora aveva tenuta coesa la Nato sotto l’indiscussa leadership statunitense: vi è quindi il pericolo che gli alleati europei facciano scelte divergenti o addirittura ritengano inutile la Nato nella nuova situazione geopolitica creatasi nella regione europea. Da qui la necessità per Washington di ridefinire non solo la strategia dell’Alleanza, ma il suo stesso ruolo.
Il “nuovo concetto strategico” viene ufficializzato durante l’amministrazione Clinton, quando, mentre è in corso la  guerra contro la Iugoslavia, viene convocato a Washington, il 23-25 aprile 1999, il vertice della Nato: da alleanza che, in base all’articolo 5 del trattato del 4 aprile 1949, impegna i paesi membri ad assistere anche con la forza armata il paese membro che sia attaccato nell’area nord-atlantica, la Nato viene trasformata in alleanza che, in base al nuovo “concetto strategico”, impegna i paesi membri anche a “condurre operazioni di risposta alle crisi non previste dall’articolo 5, al di fuori del territorio dell’Alleanza”. A scanso di equivoci, il presidente Clinton chiarisce che gli alleati nord-atlantici “riaffermano la loro prontezza ad affrontare, in appropriate circostanze, conflitti regionali al di là del territorio dei membri della Nato”. Alla domanda di quale sia l’area geografica in cui la Nato è pronta a intervenire, il presidente si rifiuta di specificare a quale distanza la Nato intende proiettare la propria forza, dicendo che “non è questione di geografia”.
 
DURANTE L’AMMINISTRAZIONE DEL REPUBBLICANO GEORGE W. BUSH  
L’offensiva militare e politica lanciata dagli Stati uniti durante l’amministrazione di George W. Bush (2001-2008) viene motivata con l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 a New York e Washington (la cui versione ufficiale non regge alla prova dei fatti). In realtà l’11 settembre imprime un’accelerazione a processi preesistenti, a strategie e politiche già in atto.
Nel Quadrennial Defense Review Report, pubblicato dal dipartimento della Difesa il 30 settembre 2001, appena due settimane e mezza dopo l’11 settembre, si ribadisce il concetto che gli Stati uniti, “come potenza globale hanno importanti interessi geopolitici in tutto il mondo, hanno interessi, responsabilità e impegni che abbracciano il mondo”. Nello stesso rapporto si riafferma il criterio strategico, enunciato quasi dieci anni prima, che gli Stati uniti devono “impedire che qualsiasi potenza ostile domini una regione le cui risorse sarebbero sufficienti, se controllate strettamente, a generare una potenza globale”. “Anche se gli Stati uniti non avranno di fronte nel prossimo futuro un rivale di pari forza”, afferma il Quadrennial Defense Review Report 2001, “esiste la possibilità che potenze regionali sviluppino capacità sufficienti a minacciare la stabilità di regioni cruciali per gli interessi statunitensi”.
Il rapporto, che esce una settimana prima dell’inizio della guerra in Afghanistan, specifica quindi: “L’Asia, in particolare, sta gradualmente emergendo come una regione suscettibile di competizione militare su larga scala. Esiste la possibilità che emerga nella regione un rivale militare con una formidabile base di risorse”. Chiaro è il riferimento alla Cina che, da sola o in coalizione con la Russia ed eventualmente altri paesi, può divenire la potenza globale in grado di sfidare gli Stati uniti. 
Lo stesso rapporto ufficiale del Pentagono dice, quindi, quali sono le vere motivazioni dell’occupazione dell’Afghanistan. L’Asia centrale - che gli Stati uniti cercano di distaccare definitivamente da Mosca, portando nella propria sfera d’influenza le repubbliche ex sovietiche e installandovi proprie basi militari - è un’area di enorme importanza, sia per la sua posizione geostrategica rispetto a Russia, Cina e India, sia per le grosse riserve di petrolio e gas naturale del Caspio (su cui si affacciano Kazakhstan e Turkmenistan), sia per la sua vicinanza alle riserve petrolifere del Golfo.
Per le stesse motivazioni viene occupato subito dopo l’Iraq. Lo scopo strategico emerge chiaramente da un documento pubblicato dal Project for the New American Century, durante l’amministrazione Clinton nel settembre 2000. Esso afferma che, “mentre l’irrisolto conflitto con l’Iraq fornisce l’immediata giustificazione, l’esigenza di mantenere nel Golfo una consistente forza militare Usa trascende la questione del regime di Saddam Hussein”, dato che il Golfo è “una regione di vitale importanza” in cui gli Stati uniti devono avere “un ruolo permanente”. È dunque lo stesso gruppo di potere, che nel gennaio 2001 formerà il nucleo della amministrazione Bush, a dichiarare che il conflitto con il regime di Saddam Hussein non costituisce la questione nodale, ma semplicemente “fornisce l’immediata giustificazione” alla strategia mirante ad assicurare agli Stati uniti “un ruolo permanente” nella “regione di vitale importanza” del Golfo Persico. La strategia di cui George W. Bush diviene esecutore viene decisa, prima che egli sia portato alla presidenza, dal gruppo di “falchi” che assumerà un ruolo dominante nella sua amministrazione.
Viene allo stesso tempo ridefinita la figura del nemico. Il nemico da combattere, dichiara il presidente Bush tre giorni dopo l’11 settembre, è “un nemico differente da quello che abbiamo sempre affrontato, un nemico che si nasconde nell’ombra, che ha attaccato non solo il nostro popolo, ma tutta la gente amante della pace ovunque nel mondo: la libertà e la democrazia sono sotto attacco”. Inizia così la “guerra globale contro il terrorismo”, categoria multiforme entro cui può essere collocato qualsiasi stato o entità non-statale ritenuto pericoloso per gli interessi statunitensi.
Il presidente degli Stati uniti viene autorizzato, in nome della lotta al terrorismo, a condurre una guerra non solo contro organizzazioni o persone ma intere nazioni, la cui colpevolezza viene determinata dal presidente stesso, che emette la sentenza senza processo né possibilità di appello e ne ordina l’immediata esecuzione per mezzo della guerra. “Le forze armate statunitensi”, si sottolinea nel Quadrennial Defense Review Report, “devono mantenere la capacità, sotto la direzione del presidente, di imporre la volontà degli Stati uniti a qualsiasi avversario, inclusi stati ed entità non-statali, cambiare il regime di uno stato avversario od occupare un territorio straniero finché gli obiettivi strategici statunitensi non siano realizzati”.

UNA LINEA DI CONTINUITÀ NELLA POLITICA DI GUERRA
In base a questa strategia, le amministrazioni succedutesi dalla fine della guerra fredda, indipendentemente dal loro segno politico, hanno continuato a potenziare la macchina bellica statunitense, anche nel settore delle forze nucleari. Il budget del dipartimento della Difesa,  aumentato di circa il 75% dal 2001, supera nell’anno fiscale 2009 i 515 miliardi di dollari, cui si aggiungono  almeno 70 miliardi per le guerre in Iraq e Afghanistan. Tale spesa, calcolata al netto dell’inflazione, è la più alta mai registrata dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi. Essa ammonta a quasi la metà della spesa militare mondiale. Ma non è tutto: aggiungendo le altre spese di carattere militare, essa sale a quasi 800 miliardi di dollari, un quarto dell’intero bilancio federale.
Ciò permette agli Stati uniti di “dispiegare rapidamente forze e assicurare una nuova presenza militare globale per affrontare le sfide del XXI secolo”. A tale scopo è in atto il “riallineamento” delle oltre 800 basi e altri siti militari che gli Usa hanno all’estero, così da avere una “maggiore flessibilità strategica”. Rientra in tale quadro il riallineamento delle basi Usa in Europa verso sud e verso est. Esse costituiscono i Forward Operating Sites (siti operativi avanzati) che, “mantenuti in caldo con una limitata presenza militare statunitense a carattere rotatorio”, sono rapidamente “espandibili” per operazioni militari su larga scala in una vasta area comprendente, oltre all’Europa orientale, il Mediterraneo, il Medio Oriente e l’Africa. Nel mirino dei poteri forti che controllano l’amministrazione statunitense, qualunque sia il suo segno politico, c’è ora l’Iran.
Altro frutto della politica bipartisan portata avanti dalle amministrazioni statunitensi è l’espansione a est della Nato. Essa è iniziata nel 1999, sotto l’amministrazione Clinton, con l’ingresso nella Nato di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, già membri del Patto di Varsavia. Ma è stata l’amministrazione di George W. Bush, nei due mandati, la principale artefice dell’operazione. Nel 2004 la Nato ha inglobato  Estonia, Lettonia e Lituania (già parte dell’Urss); Bulgaria, Romania, Slovacchia (già membri del Patto di Varsavia); Slovenia (già parte della Iugoslava). Nel 2008, il vertice di Bucarest ha deciso l’ingresso di Albania e Croazia e, tra breve, quello dell’ex repubblica iugoslava di Macedonia. Successivamente dovrebbero entrare Ucraina e Georgia (già parte dell’Urss), Bosnia-Erzegovina e Montenegro (già parte della Iugoslavia). Ciò viene recepito dalla Russia come una minaccia nei propri confronti.
Si aggiunge a questo il piano statunitense di estendere all’Europa lo “scudo” anti-missili. Il piano prevede l’installazione dei primi 10 missili intercettori in Polonia e di una stazione radar nella Repubblica ceca. Il sistema è lontano dall’essere affidabile, ma se un giorno gli Stati uniti riuscissero a realizzare uno “scudo” affidabile, sarebbero in grado di lanciare un first strike contro un paese dotato anch’esso di armi nucleari, fidando sulla capacità dello “scudo” di neutralizzare o attenuare gli effetti di una rappresaglia. È chiaro che quelle previste nella Repubblica ceca e in Polonia sono solo le prime di una serie di installazioni radar e missilistiche che il Pentagono vuole dislocare in Europa. Per questo la Russia si sta opponendo e sta preparando contromisure militari. L’Europa ritorna così in prima linea in quella che rischia di divenire una nuova guerra fredda, diversa ma non meno pericolosa della precedente. Ma è proprio questo che vogliono a Washington. Solo mantenendo uno stato di tensione gli Stati uniti possono giustificare la loro presenza militare in Europa.

 

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