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articolo della rivista numero 150
Il baricentro della geopolitica internazionale
di Giampaolo R. Capisani
Focalizzare l’evoluzione geopolitica dell’Asia centrale ex sovietica dall’inizio degli anni Novanta significa anzitutto assumere alcuni prerequisiti.
Nel 1991, cioè l’anno in cui tutti i paesi già aderenti all’Urss accedevano all’indipendenza, si verificava la prima “guerra del Golfo”. Dodici anni dopo, nel marzo 2003, la “guerra al terrorismo” giungeva a lambire i confini meridionali di tre paesi centro-asiatici (Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan) confinanti con l’Afghanistan dei talebani; l’intervento militare “della coalizione internazionale” si estendeva poi all’Irak (quindi all’area mediorientale); da allora Washington non ha fatto che accrescere anche la pressione sull’Iran, con il suo mix di trattative e/o minacce che a volte è parso rivestire i caratteri di un’escalation. In altri termini, Medio Oriente e Asia centrale sono le due aree venute a trovarsi al centro delle principali operazioni militari della cosiddetta “guerra permanente”, costituendo così il nuovo “baricentro” della maggiore contesa geostrategica internazionale oggi esistente.
CENTRALITÀ GEOPOLITICA E GEOECONOMICA
Da un certo punto di vista si tratta di un dèja vu, della riedizione su scala più vasta di quel “grande gioco” ottocentesco che aveva visto scontrarsi localmente l’impero zarista nella sua “spinta ai mari caldi” e quelli vittoriano e ottomano per il suo contenimento. La risistemazione territoriale successiva al primo conflitto mondiale, conseguente anche all’affermarsi degli idrocarburi come fonte energetica, aveva poi ridisegnato gli equilibri territoriali. Nel secondo dopoguerra, tuttavia, il nuovo baricentro internazionale era divenuto europeo; negli anni della “Guerra fredda” l’apice della contraddizione culminò con la “cortina di ferro” nell’Europa orientale. Per potere apprezzare questa evoluzione epocale sarà sufficiente prendere atto dei nuovi compiti che la Nato si è data, o più semplicemente verificare la nuova dislocazione delle sue basi militari - cui non è estraneo il progettato allargamento della base di Vicenza. Ciò permette di comprendere come sia proprio nel centro del continente asiatico che si condensano le principali contraddizioni internazionali.
Un secondo aspetto di carattere geoeconomico rende l’Asia centrale particolarmente disputata tra Russia, Cina e Stati uniti (senza escludere l’Unione europea, il Pakistan, l’India) ed è rappresentato dalla presenza nel sottosuolo di consistenti ricchezze, prioritariamente giacimenti d’idrocarburi, duramente contese sia sul piano degli accordi di sfruttamento, sia su quello delle vie di evacuazione verso i paesi consumatori e dei conseguenti risvolti economici.
Non ha cessato di svilupparsi da oltre un decennio la polemica in merito alla consistenza di tali giacimenti, gli ultimi scoperti in ordine di tempo su scala mondiale (Kashagan, ad esempio, è l’ultimo supergiant scoperto negli ultimi trent’anni) e per di più con il vantaggio di appartenere a paesi non aderenti all’Opec. Benché da questo punto di vista la situazione appaia fluida, la Cina sembra sempre più presente nella regione e altrimenti non potrebbe essere, per un paese che consuma circa 7 milioni di barili di greggio al giorno…
Orbene, dopo avere acquisito sia la centralità geopolitica che quella geoeconomica dell’intera regione, sarà più semplice esaminare la situazione di ciascun paese dell’Asia centrale post sovietica.
KAZAKHSTAN
Il produce oggi 2/3 dei 2 milioni di barili al giorno (b/d) di greggio estratti nell’intera regione. Tra il 1999 e il 2005 la produzione petrolifera kazaka è aumentata al ritmo del 15% l’anno grazie all’afflusso d’investimenti esteri che ne hanno fatto uno dei maggiori poli di attrazione delle grandi majors internazionali. Il governo del Kazakhstan si è dato come obiettivo per il 2015 il raggiungimento della quota di 3 milioni di b/d, pari al rango di quinto produttore mondiale. Cruciale a questo scopo risulta essere l’avvio dello sfruttamento del giacimento offshore di Kashagan (quinto al mondo per importanza) le cui condizioni di sfruttamento sono andate complicandosi nel tempo, soprattutto a causa dei problemi legati all’alto tenore di zolfo presente in quel greggio, per cui dai 22 miliardi di euro di costi inizialmente previsti si è passati a 27, poi a 38 e infine a 92,5 miliardi di euro nel 2007, secondo dati di Agip KCO, società che guida il consorzio internazionale che ne ha in carico lo sfruttamento. Così tra il consorzio e il governo kazako è maturato un duro contenzioso e nell’autunno del 2007 quest’ultimo ha approvato una legge che permetteva di rompere gli accordi con società straniere “qualora gli interessi o la sicurezza del paese fossero minacciati”. Il provvedimento ha provocato forti malumori tra gli investitori e scetticismo per un quadro giuridico fino ad allora considerato molto favorevole, ma soprattutto è stato necessario rinegoziare Kashagan tenendo conto dei sovracosti, delle indennità richieste dalle autorità kazake, della data d’inizio dello sfruttamento (slittata dal 2005 al 2015) oltreché della cessione di una quota del consorzio stesso alla KazMunaigaz (la compagnia nazionale kazaka).
La determinazione del Kazakhstan è comprensibile, data la posta in gioco; da Kashagan ci si attendono ben 1,5 milioni dei b/d necessari per il raggiungimento dell’obiettivo stabilito per il 2015, si tenga conto che a tutt’oggi le risorse energetiche hanno assicurato al paese forti tassi di crescita, pari al 9% del Pil nel 2006 e all’8,7% nel 2007 e che nell’ultimo decennio il reddito pro capite kazako è quasi quadruplicato! L’altra faccia della medaglia, tuttavia, è il fatto che nel 2007 le fonti energetiche hanno rappresentato il 70% del valore totale delle esportazioni kazake e che questa situazione ha determinato un grave squilibrio del sistema economico, a detrimento di tutte le attività non petrolifere, fenomeno noto tra gli economisti come “malattia olandese”. Comunque sia, date le attuali quotazioni del barile si comprende anche l’esorbitante entità della cifra che non sta entrando nelle casse del paese.
Il Kazakhstan rappresenta anche un teatro privilegiato per verificare il grande attivismo cinese, che in questa regione si è concentrato sull’energia, sul trading e sulle materie prime; il Kazakhstan è un buon produttore di acciaio e carbone, con un settore siderurgico e minerario vetusto ma solido, e che può disporre di quasi un quarto dell’uranio mondiale.
Nel 2005, quando la China National Offshore Oil Corporation (Cnooc) si offrì per l’acquisto della californiana Unocal, il Senato statunitense pose il suo veto e Pechino reagì acquisendo per 4,2 miliardi di dollari la canadese PetroKazakhstan (secondo produttore straniero nel paese) che divenne parte del primo gruppo petrolifero cinese, la China National Petroleum corporation (Cnpc), mentre fin dal 1997 altre società cinesi avevano ottenuto licenze di sfruttamento dei giacimenti di Aqtobe e Uzen; ma, ancor più importante, sta proseguendo la realizzazione dell’oleodotto (costo previsto di ben 7,6 miliardi di euro) che collegherà Atasu ad Alashansu.
Il vicino cinese, inoltre, ha saputo imporsi come partner privilegiato del Kazakhstan, con cui, dopo avere risolto le dispute territoriali del periodo sovietico, condivide la lotta contro il separatismo uiguro e l’islamismo radicale; più ampiamente questi principi e quello di una partnership energetica sono stati fondatori del Gruppo di Shangai, dove oltre ai cinque paesi centroasiatici ex sovietici siedono anche Pechino e Mosca.
Ma il governo kazako ha saputo destreggiarsi abilmente anche su altri scenari: ha rigettato le ricorrenti critiche per la mancanza di democrazia (rielezione alla presidenza di Nazarbaev nel dicembre 2005 per altri sette anni); nel dicembre 2006 a Bruxelles si è impegnato a collaborare con la Ue (progetto Nabucco) e infine ha mostrato condiscendenza verso Washington. Ha aperto lo spazio agli aerei della coalizione in Afghanistan nel 2001 e mantiene in Iraq un contingente simbolico di una quarantina di uomini. In cambio gli Stati uniti hanno deciso d’investire 115 milioni di euro per la modernizzazione delle infrastrutture dei guardacoste della flotta caspica kazaka nel quadro del “Caspian Guard”, formalmente per impedire i traffici illeciti nel Caspio ma in realtà perché questo mare interno possiede un ampio rilievo costiero di pertinenza iraniana…
UZBEKISTAN
L’Uzbekistan ha invece decisamente invertito il suo orientamento politico a partire dal 2005, dopo avere scelto negli anni Novanta la via di uno smarcamento da Mosca, quella di una politica “dalle mani libere”, cullando le proprie velleità di potenza regionale grazie all’adesione al Guam (in funzione anti Csi) guardando all’Occidente e divenendo il referente regionale privilegiato di Washington, che ne ha fatto un perno dell’iniziativa militare in Afghanistan, tramite la concessione della base di Karsi-Khanabad (nel sud del paese).
L’episodio determinante si è verificato il 13 maggio 2005, con la violenta repressione (187 morti secondo le autorità, oltre 500 secondo alcune ong) del tentativo insurrezionale presunto islamista noto come massacro di Andijan - da queste colonne (vedi “G&P” n. 103/104) abbiamo già descritto la vitalità locale dell’islamismo radicale e delle sue istanze politiche, cioè il Movimento islamico dell’Uzbekistan e Hizb ut-Tahrir (Partito della liberazione), e i ricorrenti attentati contro Karimov (come le sei autobombe a Tashkent nel febbraio del 1999) - vicenda con la quale il regime dello stesso Karimov sembra avere imboccato una via ancora più autoritaria e antioccidentalista.
Il governo uzbeko ha deciso di non dare corso alla richiesta di apertura di un’inchiesta internazionale da parte degli Stati uniti e dell’Unione Europea e ha invece giudicato una provocazione l’accoglimento di alcune decine di uzbeki sfuggiti all’arresto. Le critiche ai fatti di Andijan hanno indotto una crisi, al termine della quale le truppe Usa hanno dovuto abbandonare la base di Karsi-Khanabad e l’Uzbekistan ha subito per diversi mesi le sanzioni decise dalla Ue. Tashkent ha così deciso di rinforzare i legami con Russia e Cina e come forma di ritorsione ha adottato una legge dal carattere retroattivo che aboliva il regime fiscale privilegiato per le società straniere operanti sul suo territorio. Così la filiale uzbeka del gruppo aurifero statunitense Newmont Mining ha dichiarato fallimento, dopo la richiesta di 37 milioni di euro di tasse arretrate; pochi mesi dopo la stessa sorte è toccata alla britannica Oxus Gold PLC, cui era stato ingiunto il versamento di 169,8 milioni di euro. La scommessa di Tahskent non sembra così azzardata: la sua ingente produzione di cotone può rivolgersi al tessile cinese, l’oro (di cui è un discreto produttore) gravita sui mille euro l’oncia, le sue riserve di gas naturale (le terze dell’area ex sovietica dopo Russia e Turkmenistan) e la sua produzione annua di quasi 60 miliardi di metri cubi sono ambite da diversi paesi confinanti.
TAGIKISTAN
Il Tagikistan è stato un paese protagonista di una strategia d’uscita da una sanguinosa guerra civile (durata dal 1992 al 1997) che sembra avere avuto successo, basata sulla separazione dei poteri tra le principali etnie e clan del paese. Tuttavia, in virtù della sua lunga linea confinaria con l’Afghanistan e della sua accentuata montuosità, è una delle più importanti vie di evacuazione verso il Nord dell’oppio afghano, con evidenti risvolti sull’attività criminale del paese. Tale assetto geografico ha favorito l’insediamento di una base dell’aereonautica francese (Mirage F1 e 2000) per le operazioni in Afghanistan, ma anche Mosca vi mantiene un contingente di 5.000 uomini.
Date le condizioni demografiche e sociali del paese, la sua popolazione giovanile è molto numerosa ma è pressoché condannata alla migrazione, anche clandestina, verso la Russia o altri paesi. Il fenomeno è tale per cui le rimesse dei lavoratori migranti, circa 600 milioni di euro, equivalgono quasi al budget dello stato, pari a 700 milioni.
Il governo tagiko spera nel consolidamento degli alti corsi petroliferi, che rende profittevoli progetti altrimenti impensabili (come ad esempio gli scisti bituminosi in Canada) e scommette sul grande potenziale idroelettrico inespresso di cui può disporre. L’essenziale della sua produzione elettrica proviene oggi dalla diga del Nurek; pochi anni fa era stato concluso un accordo con il colosso russo Rusal per la realizazione di una seconda diga a Roghun e per la modernizzazione della gigantesca fabbrica di alluminio Talco (che da sola impiega 12.000 operai e rappresenta la metà delle esportazioni tagike). Nell’estate 2007, tenuto conto dell’attendismo e delle continue dilazioni di Rusal, il governo tagiko ha denunciato l’accordo ed è alla ricerca di un nuovo partner. Il governo uzbeko ha espresso la propria soddisfazione, poiché la prospettiva del potenziamento di Talco avrebbe comportato una minore disponibilità idrica a valle, cioè in Uzbekistan, che è tra i maggiori produttori mondiali di cotone, coltivazione a forte consumo idrico.
KIRGHIZSTAN
L’evoluzione geopolitica e interna del Kirghizstan è parsa a un certo punto evolvere nella direzione pro occidentalista, all’insegna di una di quelle “rivoluzioni arancioni” (come in Ucraina e in Georgia) che a Bishkek è stata soprannominata “rivoluzione dei tulipani”. Dal marzo 2005, mese in cui il presidente Askar Akaev si è rifugiato a Mosca, il paese fatica a trovare una stabilità, in una difficile alchimia di compromessi tra un presidente espressione dei clan del Sud e un primo ministro che invece rappresenta quelli del Nord. Simile al Tagikistan per la montuosità, esso non condivide un confine con l’Afghanistan, che si trova però a meno di 200 chlometri: per questo è stato scelto da Washington per insediarvi una base militare a Manas (che ha recentemente accolto parte del materiale di Khanabad) mentre a pochi chilometri di distanza (Kant) si trova quella russa. Altri caratteri accomunano il paese al Tagikistan e cioè i problemi interni dovuti alla corruzione e legati ai traffici, anzitutto di droga: diversi uomini d’affari e quattro deputati sono stati assassinati negli ultimi anni, tra i quali uno dei maggiori finanziatori della “rivoluzione”, Baiaman Erkimbaev, pare per una contesa legata al traffico di stupefacenti. Inoltre anche qui esiste un ottima potenzialità idroelettrica (oltre a qualche miniera aurifera e di carbone). Il 27 aprile 2007 Russia, Kazakhstan e Kirghizstan hanno siglato la realizzazione di due grossi impianti idroelettrici del costo stimato in due miliardi di euro.
TURKMENISTAN
Tra i maggiori produttori mondiali di gas naturale (riserve pari a 2.800 miliardi di metri cubi), con una media estrattiva decennale di oltre 70 miliardi di mq/anno che avrebbero teoricamente dovuto arricchire una popolazione di poco più di 5 milioni di abitanti, il Turkmenistan ha cercato dall’indipendenza di valorizzare questa sua risorsa, giocandola di volta in volta con la diplomazia occidentale, cinese, turca e iraniana. Il fatto è che l’essenziale della produzione prende la via della Russia (tramite l’unico gasdotto esistente appartenente a Gazprom) che a sua volta lo rivende all’Ucraina e all’Europa. La crisi delle forniture tra Kiev e Mosca del gennaio 2006 è stata determinata in parte anche dalle rivendicazioni del Tagikistan. Il paese è proverbiale per il suo isolamento, con un regime ubuesco avente a capo un dittatore megalomane detto Turkmenbashi (padre dei turkmeni) che aveva già annunciato l’uscita dalla Csi; ma il 21 dicembre 2006 Separmurad Niazov (questo è il suo nome) è morto improvvisamente e tumulato nel suo mausoleo. Il nuovo presidente, Gurbanguly Berdymukhammedov, ha cercato di rompere l’isolamento: ha negoziato nuove tariffe con Gazprom e il potenziamento del gasdotto esistente, si è dichiarato disponibile a collaborare con la Ue sul Nabucco e ha invitato la società cinese Cnpc nello sfruttamento del giacimento di Lolotan (7 miliardi di riserve provate) che con un nuovo gasdotto dovrebbe essere collegato alla Cina.