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articolo della rivista numero 150
Una pericolosa partita a scacchi
Intervista di Michel Warshawski a Gilbert Achcar*
Un colloquio sull’attuale situazione in Libano, il coinvolgimento dell’Iran in Iraq e le sue relazioni con Siria ed Hezbollah, la politica estera statunitense nella regione e la possibilità di nuovi attacchi militari israeliani o statunitensi.
MW: partiamo con un aggiornamento sulla situazione in Libano dopo gli scontri a cui abbiamo assistito due settimane fa; che valutazioni dai di questi scontri e chi avrebbe vinto questo round?
GA: cominciamo allora da quest’ultima questione, chi ha vinto. Dal punto di vista militare, e questa non è una sorpresa, è chiaro che Hezbollah e i suoi alleati sono più forti militarmente dei loro avversari. Non è sorprendente perché, da una parte Hezbollah è una forza formidabile, come ha mostrato e provato ripetutamente con la resistenza contro Israele, nella quale è imbattibile; in secondo luogo perché quando la Siria ha ritirato le sue truppe dal Libano dopo esserci rimasta per molto tempo, i suoi alleati sono rimasti ovviamente meglio armati, e con una maggiore efficacia militare: questo vale in particolare per Hezbollah.
Dal punto di vista politico Hezbollah è la principale forza di opposizione e ha imposto le condizioni per le quali ha combattuto dal 2006 dopo la fine dell’aggressione israeliana del Libano: questo vale in particolare per la questione della composizione del governo, sulla quale l’opposizione ha ottenuto di fatto un diritto di veto. Da questo punto di vista l’opposizione questa volta è risultata vincente, anche se si tratta di fatto di un accordo parziale, una tregua che viene vissuta da ognuna delle due parti come un momento di attesa, con lo sguardo rivolto al possibile sviluppo della situazione, sia a livello internazionale che regionale.
Perché in Libano, com’è tradizione, i due livelli sono sempre intrecciati; il paese è sempre stato teatro di una lotta regionale e internazionale: questo vale anche per la guerra civile degli anni ‘70/80, che è stata davvero tale perché le forze combattenti erano locali ma sotto diversi punti di vista – non solamente per la partecipazione delle forze della resistenza palestinesi – si è trattato di un conflitto regionale e internazionale per procura.
Da questo punto di vista tutti in questa regione stanno aspettando di vedere come vanno a finire le elezioni statunitensi, quale sarà la politica mediorientale della prossima amministrazione e quindi come questa influirà sulle relazioni regionali e su quelle interne libanesi. Anche in questo senso si può sostenere si tratti di una tregua e non una soluzione permanente della crisi.
Così questa recente crisi nei prossimi anni potrebbe risultare essere solamente il primo round di un nuovo tipo di guerra in Libano oppure l’inizio di un qualche tipo di accordo regionale – naturalmente per ragioni umanitarie spero che si tratti di questo, ma è troppo presto per dirlo.
(NdR, successivamente la “tregua” ha portato all’elezione del presidente libanese, più volte rimandata. In ogni caso la situazione rimane quella descritta)
MW: possiamo addirittura sostenere che i recenti scontri libanesi siano cominciati a Washington, siano stati “decisi” dall’amministrazione Bush?
GA: non credo che l’amministrazione Bush avesse alcuna intenzione di regolare proprio ora la questione, visti anche i diversi problemi che sta affrontando. Penso invece che la maggioranza parlamentare e governativa libanese non si aspettasse una tale reazione da parte di Hezbollah quando ha preso le decisioni che poi l’hanno scatenata (vedi anche G&P n.148). Decisioni prese dopo un duro dibattito nel governo libanese e sotto la pressione in particolare di Jumblatt, che ha giocato la parte del duro contro Hezbollah – naturalmente in sintonia con l’amministrazione Bush e per compiacerla – anche per testarne la reazione.
MW: ma visti i rapporti di forza decisamente a favore di Hezbollah e dei suoi alleati, da dove viene questo errore di Jumblatt e del governo Hariri? Il loro obiettivo era quello di provocare uno scontro che avrebbe cambiato i rapporti di forza o addirittura si aspettavano un intervento internazionale o qualche tipo di pressione internazionale?
GA: no, non potevano aspettarsi alcun tipo di intervento internazionale del quale non esisteva alcun segno della volontà e della capacità di realizzarlo. Certo si potrebbe pensare ad un pensiero eccessivamente machiavellico – per cui avrebbero agito in modo tale da creare una trappola nel quale Hezbollah sarebbe cascata, utilizzando le proprie armi in scontri interni e in questo modo rischiando di perdere ogni legittimità di forza legata alla resistenza contro Israele, come si presentano essi stessi…
MW: …e quindi imporre il loro disarmo…
GA: … si. Ma non credo che Jumblatt e soci siano capaci di tale machiavellismo. È probabile che semplicemente non pensassero che Hezbollah avrebbe reagito in maniera così decisa e potente; che si aspettassero una sorta di scontro politico sulle questioni in gioco che avrebbe loro permesso di esporre ancora una volta i loro discorsi (“non possiamo coesistere con le armi di Hezbollah”, “Hezbollah sta violando la sovranità statale” ecc…) - discorsi nei quali Jumblatt è maestro – pensando che Hezbollah avrebbe reagito alle decisioni prese ma senza aspettarsi il violento livello della reazione. L’attacco di Hezbollah ha decisamente modificato il tono e le posizioni della maggioranza governativa e lo stesso Jumblatt da lupo si è trasformato in agnello.
Effettivamente la reazione di Hezbollah è stata di un livello inaspettato e ho già scritto che è stata troppo forte, che in un certo senso era contraria ai loro stessi interessi dal punto di vista politico.
MW: parlando di Hezbollah, come descriveresti o caratterizzeresti la sua strategia oggi in Libano, quali priorità interne e regionali esprime?
GA: ritengo che le priorità di Hezbollah siano difensive e non offensive, contrariamente a quanto sostengono i media che dipingono Hezbollah come artefice di un piano per prendere il controllo del Libano o qualcosa di simile. Non condivido affatto questo punto di vista. Ritengo la loro strategia di tipo difensivo nel senso che Hezbollah ritiene fondamentale la difesa della sua forza e del suo controllo della comunità sciita, sua base sociale ed elettorale: vuole essere e sentirsi sicura in questo aspetto e il suo problema è che la maggioranza governativa – così come Israele e Stati uniti – minacciano questa sicurezza. Questo è per loro evidente a partire dall’approvazione della Risoluzione 1559 dell’Onu voluta nel 2004 dagli Usa per smantellare e disarmare le milizie di Hezbollah. Sanno di essere un obiettivo dell’amministrazione Bush e questo li rende “nervosi” e più aggressivi politicamente di quanto lo fossero in precedenza (in precedenza anche durante il periodo di presenza delle truppe siriane in Libano avevano mantenuto un basso profilo).
MW: … politicamente offensivi per difendersi…
GA: … esattamente. La loro preoccupazione e la loro strategia sono difensive – perché vorrebbero sentirsi sicuri e invece sanno di essere minacciati da Israele, dagli Usa e quindi sono molto irritati con tutte le forze che sostengono l’amministrazione Bush in Libano e che trasmettono loro quella minaccia.
Se la loro strategia è difensiva, allo stesso tempo sono però alleati del regime siriano, che invece in Libano non ha una posizione difensiva. Uno degli aspetti negativi della reazione alle decisioni governative e degli scontri recenti è che non sono stati opera solamente di Hezbollah, ma sono intervenuti anche Amal e altri gruppi strettamente legati alla Siria. Ci sono forti differenze tra Hezbollah e, ad esempio, Amal, strettamente legata al regime siriano e caratterizzata da una maggiore tendenza “settaria”. Il regime siriano porta avanti una sorta di controffensiva in Libano, preoccupato in particolare dal possibile Tribunale speciale internazionale che indaghi sull’assassinio di Rafiq Hariri. Il problema diventa quindi più complicato, e con tali alleati le dinamiche settarie del confronto rischiano di diventare molto potenti.
MW: settari nel senso di centrati sulle diverse comunità?
GA: precisamente, settario principalmente nel senso di sciiti contro sunniti. E questo è un aspetto diventato ora molto intenso in Libano. Questa è la carta da sempre giocata dagli avversari dell’Iran nel mondo arabo, perché l’influenza iraniana nella regione è cresciuta moltissimo negli ultimi anni – e in un certo senso di questo l’Iran deve essere grato all’amministrazione Bush.
MW: e questo è il motivo della profonda irritazione saudita verso l’amministrazione statunitense…
GA: non è un segreto per nessuno che i sauditi non sono molto soddisfatti dell’operato dell’amministrazione Usa. L’amministrazione di Bush padre aveva caratteristiche conservatrici più tradizionali ed era pesantemente connessa alle lobby petrolifere per cui teneva maggiormente in considerazione il punto di vista saudita sui progetti di stabilizzazione della regione, mentre l’amministrazione attuale ha semplicemente ignorato ogni tipo di alleato – persino Francia e Germania – e ha avuto effetti destabilizzanti nell’intera regione, il che rappresenta una preoccupazione per i dirigenti sauditi (preoccupazioni legittime visto che essi stessi rappresentano un governo completamente illegittimo e vedono ogni destabilizzazione regionale come una minaccia per la loro stessa stabilità). Per esempio sono preoccupati dal fatto che al-Qaeda abbia reclutato un ampio numero di militanti in Arabia saudita, come ha dimostrato anche l’alto numero di persone arrestate negli scorsi mesi dalla polizia saudita. Per questo il solo argomento che riescono a trovare per contrastare la crescente influenza iraniana nella regione, specialmente dopo l’invasione statunitense dell’Iraq, è quello dello scontro settario e nazionale – quello dell’esistenza di un “complotto sciita” contro gli arabi sunniti, cercando di presentare Hezbollah semplicemente come un soggetto di questo complotto.
MW: affrontiamo allora la questione della relazione tra Hezbollah e l’Iran. Hezbollah è stato presentato dai cosiddetti esperti come un agente della politica regionale iraniana: sei d’accordo con questa interpretazione?
GA: parlare di “agente” iraniano è una formula riduzionista, simile a quanto avveniva con i partiti comunisti: per esempio quello italiano era semplicemente dipinto come agente dell’Unione sovietica, mentre aveva una propria agenda e preoccupazioni di cui Mosca doveva tener conto, come alleati.
La relazione tra Hezbollah e l’Iran non è molto differente; è una relazione molto stretta, questo è un fatto molto evidente e trasparente ed è chiaro che Hezbollah dipende in gran parte dal finanziamento e dal pieno sostegno iraniano. Questo non significa che sia Teheran a dettare la politica di Hezbollah, che viene invece discussa con l’Iran anche sul piano dottrinario e teorico. Questo perché Hezbollah condivide – Nasrallah lo ha rivendicato anche nei suoi ultimi discorsi – la concezione del “velayat-e faqih”, cioè la teoria khomeinista del ruolo politico della “guida suprema” e delle alte sfere del clero. Hezbollah è fedele a questa concezione, rappresentata oggi da Khamenei, ma non è l’Iran a dettare comportamenti e iniziative di Hezbollah.
Hezbollah dipende dagli iraniani, ma questi sono abbastanza intelligenti da imporre a Hezbollah comportamenti che non vorrebbe prendere e questa ha una propria agenda libanese, per quanto strettamente legata a quella iraniana.
MW: abbiamo sentito dell’esistenza di tensioni e differenti tra le diverse correnti della leadership iraniana….
GA: anche questo è una parte del quadro. Generalmente ci si riferisce all’Iran come se fosse un blocco monolitico, ma non è così. È chiaro che la vita politica iraniana è soggetta a restrizioni e limitazioni decise dal regime; ma all’interno di questo ci sono diverse correnti che si scontrano e le elezioni in Iran sono “vere” elezioni nel senso che sono una competizione tra differenti attori all’interno del regime…
MW: … differenti fazioni e differenti strategie….
GA: probabilmente le differenze non riguardano le strategie, quanto il modo con cui raggiungere gli obiettivi che hanno in comune come membri dello stesso regime, gli interessi che condividono – come avviene per le diverse fazioni all’interno di una stessa classe sociale. Lo stesso avviene in Iran e con i suoi alleati. Ci sono forze come Hezbollah o alcuni gruppi in Iraq che sono strettamente legati a differenti fazioni all’interno regime.
In Iraq questo è molto più evidente. Prendiamo le principali organizzazioni fondamentaliste sciite, alcune di loro fanno parte del governo che collabora con gli Stati uniti e altre, come le forze di Moqtada al-Sadr, portano avanti una radicale opposizione allo stesso governo e all’occupazione Usa. Ma entrambe mantengono la loro relazione con l’Iran…
MW: come spieghi che l’Iran potrebbe modificare i rapporti di forza in Iraq creando una situazione nella quale le forze filo iraniane che ora collaborano con l’occupazione Usa potrebbero passare all’opposizione e alla resistenza contro questa occupazione. Come spieghi l’autolimitazione iraniana in campo iracheno….
GA:l’Iran sta giocando un ruolo molto intelligente in Iraq e allo stesso tempo molto rischioso. Penso condividano la scelta dei loro alleati che partecipano al governo e il loro punto di vista secondo il quale non sono in una posizione tale da controllare militarmente il paese senza gli Stati uniti, perché il collasso del regime di Saddam Hussein ha portato ad una larghissima diffusione di armi, distribuite anche prima del collasso, e le forze arabo-sunnite (baathiste o meno) in Iraq hanno mezzi più forti di quelle sciite.
Nel caso di scontri la situazione produrrebbe, nel migliore dei casi, una sorte di caotica e prolungata guerra civile che rappresenterebbe un problema e anche per l’Iran, che di questo è preoccupato.
Gli alleati iracheni dell’Iran hanno bisogno di tempo per costruire uno stato che possa essere controllato attraverso la regola maggioritaria, perché gli sciiti sono la maggioranza in Iraq, stimata intorno al 60-65%.
L’Iran è più interessato ad avere un Iraq relativamente stabile, controllato dai suoi alleati che una caotica guerra civile. Quindi cercano di sfruttare l’attuale presenza di truppe occidentali, sapendo che comunque gli Stati uniti non sono in grado di controllare politicamente l’Iraq, e allo stesso tempo di evitare che gli Usa riescano a stabilizzare la loro occupazione del paese, la loro presenza di lunga durata in Iraq. Se consideriamo il cosiddetto “Accordo sulla sicurezza” che gli Stati uniti cercano di far firmare alla controparte irachena, l’Iran si è apertamente dichiarato contrario ad esso, ha avviato una campagna contro tale accordo e conseguentemente gli alleati nel governo iracheno, in particolare Hakim e delo Sciri, hanno improvvisamente cambiato posizione dicendosi contrari all’accordo con gli Usa.
Questo è il punto: l’Iran utilizza la presenza Usa in Iraq per guadagnare tempo e aiutare i suoi alleati a costruire il loro potere politico dentro lo stato fino a quando saranno in grado di dare il benservito all’occupazione statunitense, cioè di chiedere alle truppe di andarsene. Non hanno ancora raggiunto questo punto, ma ci sono vicini.
MW: intanto i Neocons a Washington come a Tel Aviv parlano di colpire militarmente l’Iran. Pensi stiano seriamente prendendo in considerazione questa ipotesi?
GA: questi folli soggetti devono in genere essere presi seriamente: quando un pazzo possiede un arma e ci gioca deve essere preso sul serio. Sono abbastanza irresponsabili da prendere davvero queste iniziative irrazionali, lo hanno mostrato e provato diverse volte: hanno preso decisioni irrazionali in passato e possono farlo ancora, anche se sono frenati da quello che potrebbe succedere – perché nessuno può nemmeno sognare, nemmeno tra di loro, un’invasione dell’Iran, qualcosa che gli Usa non sono nelle condizioni di fare oggigiorno, prima di tutto perché non hanno abbastanza soldati. D’altronde è già evidente in Iraq, la cui occupazione soffre di diversi problemi.
Quello che non possiamo escludere sono attacchi militari specifici, per i quali hanno piani già pronti in Israele e negli Usa. In particolare Israele o Stati uniti devono essere presi davvero sul serio quando dichiarano che l’arma nucleare è una “linea rossa” per l’Iran e che sono pronti ad attacchi militari per prevenire un Iran nucleare dal punto di vista militare. Sono molto seri su questo perché rappresenta una minaccia all’egemonia regionale, e potrebbe portare cambiamenti qualitativi nei rapporti di forza (balance): Israele è davvero molto attento a preservare il proprio monopolio di potenza nucleare nella regione, che è il principale vantaggio militare israeliano e per questo sono disposti ad andare molto lontano per mantenere tale monopolio.
Ora il rapporto dell’Intelligence National Agency statunitense che ritiene che l’Iran non sia vicino ad ottenere il nucleare, raffredda i propositi specialmente dell’amministrazione Bush, ma anche per Israele sarebbe difficile giustificare qualsiasi tipo di azione militare se non sono spalleggiati dagli Usa e non ha legittimazione negli Usa. Non siamo alle porte di un attacco, ma è un piano che può essere messo in pratica una volta che ritengano esista una “pistola fumante” (come dicono loro) nucleare in Iran: in quel caso, quando davvero considereranno seriamente di trovarsi in tale situazione, un attacco sarà veramente possibile.
MW: veniamo alla questione dei negoziati tra il regime siriano e Israele. Pensi ci sia dietro qualcosa di serio oppure è un’invenzione mediatica, specialmente in Israele per distrarre l’attenzione dallo scandalo che riguarda il primo ministro Olmert?
GA: penso sia nell’interesse del governo israeliano cercare un accordo con il regime siriano. Israele ha sempre pensato alle frontiere siriane come le più pacifiche (peaceful) e tranquille. Se c’è un soggetto in medioriente che non vuole la caduta del regime siriano è proprio Israele perché per molti versi il regime siriano è una garanzia di stabilità alle frontiere israeliane e ha dimostrato diverse volte di giocare in Libano un ruolo che oggettivamente aiutava anche gli interessi israeliani, a cominciare dal 1976…
MW: significa che una parte dell’accordo con la Siria intende indebolire i legami di questa con Hezbollah in Libano…
GA: naturalmente. Sanno bene che se le linee di trasporto tra l’Iran ed Hezbollah che passano attraverso la Siria fossero tagliate, cioè se le armi e i mezzi militari che Hezbollah riceve attraverso la Siria non arrivassero più, Hezbollah sarebbe fortemente indebolito. Sanno che comunque la Siria ha una forte influenza su Hezbollah e credono che sia la sola forza che possa agire: ne Israele ne Washington sono in grado di fare nulla contro Hezbollah in Libano, almeno non senza pagarne un alto prezzo, come abbiamo visto nel tentativo israeliano del 2006 (ovviamente ci sono stati principalmente alti costi per il Libano – ma anche Israele ha pagata un alto costo politico e strategico).
La carta più razionale che possono giocare è quella di trovare un accordo con il regime siriano e sanno che questo regime già più volte in passato è stato pronto a sottoscrivere tali accordi. Nel 1976 il regime siriano si è rivoltato contro le forze della sinistra libanese e palestinese in Libano che fino a quel momento aveva sostenuto: in seguito ad un accordo con Washington le forze siriane entrarono in Libano e si scontrarono con esse. E questo si è ripetuto in altre forme due anni dopo l’invasione israeliana del Libano del 1982. Israele sa che questo è un regime con il quale è possibile “fare affari” perché non segue alcun principio, come è dimostrato anche dalla scelta siriana di appoggiare la guerra statunitense contro l’Iraq nel 1990/1991.
Questi precedenti dimostrano come sia sensato dal punto di vista israeliano, ma anche statunitense, cercare qualche compromesso negoziale con la Siria. Se si legge il rapporto Baker-Hamilton del bipartisan “Iraq study group”, chiamato a valutare la politica dell’amministrazione Bush in Iraq, una delle principali raccomandazioni era quella di dialogare con la Siria e Teheran perché non è possibile risolvere la questione solamente attraverso mezzi militari.
La principale differenza tra Washington e Israele è che quest’ultimo vorrebbe dialogare con la Siria con l’obiettivo di disconnettere la Siria dall’Iran; Israele non vuole vedere un’amministrazione statunitense trovare accordi o una sorte di appeasment con l’Iran.
MW: una parte della banda Neocon, la piccola gang che ancora rimane attorno a George W. Bush, non condivide e non è soddisfatta dalla connection israelo-siriana, essendo la Siria ancora considerata parte del “asse del male” …
GA: l’amministrazione Bush è un’”anatra zoppa” e per questo il governo Olmert può aprire negoziati con la Siria; sanno che chiunque vinca le elezioni statunitensi dovrà tornerà a quel tipo di consenso bipartisan in politica estera espresso dal rapporto Baker-Hamilton. Sanno che la questione del dialogo con la Siria sarebbe approvata da qualsiasi nuova amministrazione Usa.
MW: quale pensi sarà la politica della nuova amministrazione Usa in medioriente: qualcosa di simile a quanto espresso da Baker-Hamilton, cioè il tentativo di ottenere risultati attraverso negoziati e non cercando di risolvere le questioni attraverso la guerra, raffreddando quindi anche la strategia aggressiva israeliana?
Il rapporto Baker-Hamilton è una combinazione di misure politiche e militari, “dobbiamo prendere tutte le misure possibili con l’obiettivo di rafforzare la nostra presenza in Iraq a lungo termine”. Per esempio la politica dell’amministrazione Bush che si è concretizzata nella “surge” (aumento delle truppe e nuovo controllo militare del territorio) va nella direzione delle raccomandazioni contenute nel piano Baker-Hamilton. Molti sostengono che Bush avrebbe contraddetto tali linee ma non è così. In Iraq si stanno comportando in modo conforme a quanto previsto in quel piano e alle sue raccomandazioni. Quello che invece non stanno facendo e che era previsto nelle raccomandazioni è dialogare seriamente con Iran e Siria, ma questa è un’amministrazione composta da troppi “falchi” per farlo, ma hanno imboccato una strada politicamente senza uscita.
Quello che invece è cominciato e che qualsiasi amministrazione farebbe sono i forti passi per quella che si potrebbe definire “irachizzazione” dell’impegno militare statunitense in Iraq, principalmente attraverso il contributo delle tribù sunnite che sono state (e sono tuttora) armate e finanziate da Washington. Hanno costituito il cosiddetto “Consiglio del risveglio” formato da tribù sunnite corrotte e armate dall’occupazione statunitense e queste persone giocano un ruolo fondamentale per affrontare e colpire al-Qaeda in Iraq e altri nemici dell’occupazione statunitense. In un certo senso hanno ottenuto qualcosa in tempi recenti e vogliono andare avanti su questa strada ma allo stesso tempo sanno che non possono controllare l’Iraq contro l’Iran: non è possibile, non funzionerebbe. Per questo Baker, che è un uomo della lobby petrolifera, conosce bene il valore strategico di quell’area per gli interessi che rappresenta e sa che si deve operare in maniera attenta, non irrazionale come è avvenuto finora. Sa che per assicurarsi il controllo sull’area gli Usa devono pagare il prezzo di qualche tipo di compromesso e concessione nei confronti del regime iraniano per avere in cambio una qualche forma di collaborazione, affinché il regime iraniano accetti la loro presenza. Questo è quello su cui dovrebbero puntare. Altrimenti avrebbero bisogno che vincesse la cosiddetta ala pragmatica del regime iraniano, il che non è probabile avvenga nel prossimo periodo.
MW: allo stesso tempo ci sono voci all’interno di Israele ma anche nell’amministrazione Usa che chiedono attacchi in Libano e, attraverso il Libano, contro la Siria e forse la Siria stessa direttamente, come ultimo atto nei pochi mesi che rimangono all’amministrazione Bush e prima che venga il tempo del piano Baker-Hamilton. Pensi ci sia il rischio di un attacco israelo-americano contro l’Iran, magari attraverso il Libano, prima del termine del mandato?
GA: non penso ci saranno attacchi contro l’Iran per le ragioni che indicavo; a meno che non avvenga qualche tipo di grosso “incidente” o non si presenti quello che a Washington o in Israele è considerata una “pistola fumante”…
MW: contro l’Iran “per procura”….
GA: la minaccia più seria è in Libano ma la mia ipotesi è che l’esercito israeliano non voglia ripetere quanto successo nel 2006, quel tipo di operazione e che non lo stia prendendo in considerazione. Vogliono affrontare la minaccia rappresentata da Hezbollah, orientandosi probabilmente verso attacchi mirati soprattutto per cercare di decapitare Hezbollah, sapendo che questo rappresenterebbe un serio colpo al morale dell’organizzazione. L’assassinio di Imad Moughnie, responsabile militare di Hezbollah, deve essere visto sotto quest’ottica. Pensiamo che Nasrallah negli ultimi 18 mesi non è comparso pubblicamente… questa è un segnale della consapevolezza sul tipo di attacco che stanno prendendo in considerazione, mostrando che la leadership di Hezbollah è un obiettivo. Nasrallah in particolare è un obiettivo e Israele non esisterebbe un secondo se avesse la possibilità di ucciderlo.
Questa è l’opzione che viene presa in considerazione piuttosto che una massiccia operazione come quella a cui abbiamo assistito nel 2006.
* intervista realizzata nel maggio 2008. Versione originale in podcast sul sito dell’Alternative Information Center di Gerusalemme/Betlemme, www.alternativenews.org/
Traduzione e adattamento di Piero Maestri