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articolo della rivista numero 149

Tra equilibri e instabilità

Intervista di Gianluca Paciucci a Oscar Marchisio

La questione tibetana e i problemi della Cina odierna

Oscar Marchisio è consulente aziendale, sociologo, professore a contratto presso l'Università di Urbino, autore di diverse opere tra cui il recente Ipermarx (Bologna, Socialmente ed., 2007, pp. 155). È un ottimo conoscitore della Cina, con cui ha continui rapporti di lavoro (per alcuni canali cinesi sta preparando un documentario sull'Italia). Ha amabilmente accettato di rispondere ad alcune domande di “Guerre&Pace”.

SCONTRO DIRETTO TRA TIBETANI
Partiamo dai fatti che hanno scatenato le recenti repressioni: cosa è accaduto e sta realmente accadendo in Tibet?
Credo che la lettura più appropriata sia quella di interpretare i fatti come uno scontro diretto tra i tibetani, oggetto e vittima dello sviluppo portato dalla Cina modernizzatrice, e gli han, il gruppo etnico di gran lunga maggioritario nell'impero cinese la cui immigrazione nel Tibet è stata massicciamente incentivata negli ultimi tempi. Gli scontri  violenti delle settimane passate sono stati una reazione allo squilibrio nell'attribuzione dei fondi e dei privilegi: una snazionalizzazione della regione che è stata contrastata dai tibetani. Gli eventi sono nati e si sono sviluppati all'interno del Tibet stesso, senza che la dirigenza storica in esilio, con in testa il Dalai Lama, ne fosse inizialmente coinvolta: anzi, il Dalai Lama stesso pare scavalcato, in una situazione che potrebbe ricordare quella, durante la Resistenza, dei vari governi in esilio, attendisti e moderati, e le forze partigiane sul campo, propense a una radicalizzazione del conflitto. È probabile che le richieste dei tibetani residenti in Cina siano già adesso, e lo diventino sempre più, forti ed estremistiche, rispetto a quelle di autonomia avanzate dalla dirigenza in esilio.

Perché le manifestazioni si sono svolte proprio nei giorni dell'accensione della fiaccola olimpica? Al di là di quanto tu dici, mi sembra evidente il legame con le Olimpiadi di Pechino.
Sicuramente in modo “strumentale”, non dando necessariamente al termine un significato negativo, le forze che agiscono dentro il Tibet hanno pensato di utilizzare il grande megafono spettacolare delle Olimpiadi per poter meglio far conoscere la loro causa. C'è da dire che la dirigenza cinese ha pensato questi Giochi olimpici come un fattore di forte coesione nazionalistica in una fase in cui lo sviluppo del “socialismo di mercato” ha prodotto enormi sconvolgimenti a livello sociale e politico, per cui si rendeva necessario un rafforzamento, a livello interno, dell'orgoglio nazionalistico sotto la guida del Partito comunista cinese (Pcc). In Ipermarx ho scritto che le Olimpiadi “sono il teatro entro cui la nuova Cina comunica a sé stessa di esistere”. E infatti di quanto sta succedendo all'estero - polemiche attorno al caso Tibet, possibili boicottaggi, “assalti” alla fiaccola olimpica ecc. - non vi è quasi percezione in Cina, e non solo per censura ma per reale consenso all'evento, e quindi per il fastidio nei confronti di qualunque cosa possa rovinarlo. La commissione olimpica cinese ha ridotto gli spazi per i turisti stranieri al 40% negli stadi e nei circuiti olimpici: sono i cinesi i reali destinatari dell'evento.

TIBET, TAIWAN E XINJIANG
Quali sono le altre linee di frattura interne dell'impero cinese?
Occorre ricordarne essenzialmente due: innanzitutto sono passate sotto silenzio le recenti elezioni a Taiwan lo scorso 22 marzo, che hanno visto la vittoria del Partito nazionalista filocinese, gli eredi del Kuomintang, sugli indipendentisti, e subito, nell'ambito del Far East summit l'11 aprile il vicepresidente di Taiwan ha incontrato Hu Jintao, il presidente cinese, cosa che non era mai accaduto dal 1949: questo in qualche modo rafforza la posizione del governo della Cina popolare perché allude a un chiaro riconoscimento implicito del suo ruolo, della sua forza, della sua autorità. Stessa cosa, peraltro, si può dire della posizione del Dalai Lama: Taiwan e Tibet potrebbero essere inserite, se l'evoluzione sarà positiva e senza ulteriori precipitazioni autoritarie, in una sorta di Commonwealth cinese, con tante importanti realtà autonome, all'interno di un mercato comune e del riconoscimento politico del potere di Pechino. Anche la formula di “uno stato due sistemi” adottata per Hong Kong potrebbe insegnare qualcosa: in fondo Hong Kong ha mantenuto una sua forte autonomia (lì, ad esempio, la chiesa cattolica apostolica romana esiste e opera liberamente, cosa che non accade nel resto della Cina). Se per il Tibet e Taiwan siamo ancora all'interno di situazioni politiche classiche, diversa è la situazione di un'altra area - e questa è una seconda linea di frattura -, quella dello Xinjiang in cui vive la minoranza musulmana degli Uiguri che hanno attuato una serie continua di attentati sia nella loro regione sia nel resto della Cina, e che rappresentano un problema concreto, per ora ancora marginale, ma che emergerà in tempi non lontani come segmento dell'altra crisi che taglia da ovest a est tutta l'Asia, dall'Iraq/Iran all'Afghanistan, a tutte le repubbliche asiatiche ex sovietiche allo Xinjiang cinese.

UN CONFLITTO TRA POTENZE
Tornando al Tibet, hai parlato di motivazioni essenzialmente interne dei recenti fatti: ma pensi che gli Usa e le varie “agenzie” (servizi segreti statali o privati, organi di informazione ecc.) che per essi lavorano non abbiano svolto alcun ruolo?
Come ogni agenzia di questo tipo, non sono certo mancate e non potevano mancare interventi (non quantificabili, a tutt'oggi) e interferenze, ma ridurre tutto a questo mi sembra assai semplificatorio. Ripeto: i rapidi ed enormi sconvolgimenti interni, la forza modernizzatrice cinese, rispetto a un mondo tibetano legato ad altri ritmi e rapporti, e a un'altra spiritualità, non potevano non provocare questi sconquassi, anche senza interventi esterni. Il rapporto con gli Usa e con gli altri paesi occidentali si situa a un altro livello: ormai la sete di energia della Cina ha raggiunto livelli tali che la lotta per l'approvvigionamento energetico (e petrolifero, in modo particolare) potrebbe ricalcare situazioni già viste di scontro tra potenze. Ci sono due dinamiche in corso: da un lato l'interdipendenza tra Usa e Cina è chiara e manifesta (l'indebitamento degli Usa nei confronti della Cina è così enorme che Bush non può più di tanto alzare la voce - lo possono fare i candidati Clinton e Mc Cain), e d'altronde la potenza creditrice, la Cina, ha tutto l'interesse a mantenere in piedi chi le deve i soldi; dall'altro l'espansione cinese, non territoriale ma di crescita e nell'accaparramento dei mercati, non può non confliggere con la potenza imperiale statunitense, e con gli altri paesi industrializzati. In questo senso i due paesi sono, al momento attuale, come due pugili su un ring che si sorreggono a vicenda, pur combattendosi accanitamente. L'area nella quale lo scontro potrebbe trasformarsi in quella “guerra senza limiti” nel campo dell'immaginario, della finanza, dell'informatica, del clima e, soprattutto, in un conflitto armato -secondo le teorie di Qiao Lang e di Wang Xiangsui - potrebbe essere quell'Africa nella quale la Cina ha investito enormemente, azzerando i debiti di molti stati, e intrecciando legami di ferro con Sudan, Nigeria, Angola. La crisi del Darfur va letta anche in quest'ottica.

A questo proposito scrivi in Ipermarx che questo conflitto tra potenze “è ancora più acuto perché si svolge in una fase di riduzione delle risorse, quindi in una fase in cui un capitalismo nascente, bisognoso di energia deve rompere gli assetti attuali tra produttori e consumatori di energia, diventando dunque di fatto un fattore di squilibrio e rottura” (pag. 61).
Certo, e confermo questa lettura, che mi porta anche a considerazioni assai pessimistiche su una possibile accelerazione brutale del conflitto, per ora ancora non armato. Per usare una metafora geologica, è come se la “placca” cinese stesse arrivando a toccare, nella sua espansione, la placca occidentale/statunitense: sulla faglia, che corrisponde al luogo dell'impatto, potrebbero verificarsi cataclismi politico-militari di enormi dimensioni. Aggiungo che il sistema dello sviluppo “auto/petrolio” adottato dalla Cina produrrà in tempi brevissimi altri squilibri: immagina cosa potrà accadere, a livello di corsa alle risorse e a livello ecologico, quando il parco di veicoli della Cina dai 24 milioni di oggi raggiungerà i 150 milioni nel 2020...

FATTORI DI CRISI INTERNA
Non so se tu abbia letto le posizioni di alcuni stimati intellettuali marxisti quali Losurdo, Vattimo e Canfora che, a proposito della repressione cinese in Tibet, affermano si tratti di una manovra anticinese, “versione aggiornata del piano imperialista inglese contro la Cina”, mirante a smembrarla, e che la stampa occidentale ne abbia fornito una versione distorta, accettando la versione dei monaci buddisti. Cosa ne pensi?
La loro posizione mi sembra affrettata e superficiale: è evidente che lo scontro a livello imperiale porta sempre a tentare di inserirsi nelle crisi dello schieramento avverso, e così avranno certamente fatto le potenze occidentali, anche se non so dire in quale misura; ma, ripeto, le ragioni interne dello scontro mi sembrano sufficienti a spiegarne l'insorgenza e la virulenza. Piuttosto occorre andare a cercare altri fattori di crisi interna e in particolare lo scontro in atto dentro al Pcc, maggioritariamente han, e soprattutto nelle regioni finora umiliate e messe in secondo piano dalla preminenza delle élites del partito di Shangai - chi dominava il partito di questa città dominava anche a livello nazionale: Hu Jintao ha ribaltato questa situazione. L'anno scorso il segretario del partito di Shangai, Chen Liangyu, è stato arrestato per malversazioni economiche - si sarebbe appropriato di denaro, all'interno della gestione del fondo pensioni dei dipendenti pubblici di Shangai -, in parte sicuramente vere, ma che sono state utilizzate dai suoi nemici per sbarazzarsi di quella che viene chiamata  la “cricca di Shangai”. Il “boss” del Pcc di Shangai è stato poi condannato a 18 anni.

RESIDUI DI SOCIALISMO

La Cina, se mai lo è stata, non può più definirsi uno stato socialista/comunista, ma forse uno stato capitalista a partito unico: qualche elemento di socialismo, però, vi può essere rintracciato? Ed esiste un'intellettualità critica, la cosiddetta "nuova sinistra”  (1), ad esempio, capace di prendere posizioni autonome sulla crisi tibetana e su altro?

Deng Xiaoping, sicuramente più di Reagan e della Thatcher, può essere ricordato come il liberista per eccellenza degli anni Ottanta: la forza della flessibilità messa in campo, con milioni di uomini e donne spostate dalle campagne alle città, là dove serviva manodopera, è il suo capolavoro, che solo uno stato come quello cinese poteva compiere. Egli conosceva perfettamente le leggi del capitalismo, e le ha applicate in modo così rigoroso da far paura agli stessi inventori del sistema. Il capitalismo al quale egli si è rifatto, non era certo quello temperato nel Novecento dal welfare state, ma quello classico tra Seicento e Settecento, sfrenato, senza limiti. Ora, cosa può esserci di socialismo in tutto questo? Niente.  Ma un elemento deve essere sottolineato: è stata la forza dello stato cinese a sorreggere lo sviluppo recente, la forza della sua anomalia. Dieci anni fa, ai tempi della crisi delle banche del sud-est asiatico, la Cina giocò in borsa cifre colossali e creò la figura di uno stato sovrano che interviene nella finanza, che si intromette, che immette capitali inimmaginabili per qualsiasi altro operatore.
Quanto all'intellettualità critica, essa, già fortemente minoritaria, è quasi del tutto scomparsa, zittita dal ricompattamento etnico che le Olimpiadi hanno prodotto. Cenni di iniziativa operaia, in quell'oceano che è l'immensa classe operaia cinese, si sono visti nello sciopero dei gruisti del porto di Nan Shan, vicino a Shenzhen, e in altri eventi di questo tipo, ma si tratta di poche cose.

Come pensi evolverà la situazione?
Ogni previsione sarebbe azzardata: sopra ho detto di un mio pessimismo, non tanto per la situazione tibetana, quanto per l'inevitabile scontro tra potenze che l'attuale fase di sviluppo cinese comporterà. Da vedere: l'asse India-Cina, e l'orgoglio asiatico, ovvero se la tradizionale ostilità tra le due neopotenze potrà essere annullata da comuni interessi superiori, continentali, asiatici, appunto. L'India flirta con tutti, con gli Stati uniti e con l'Iran nello stesso tempo, e sulla questione tibetana si è mostrata estremamente prudente. Infine, permettimi una battuta, per tornare al tema dei Giochi olimpici. Nei giochi della Grecia classica durante le Olimpiadi si sospendevano i conflitti e gli eventuali belligeranti non potevano partecipare: se rispettassimo questo, allora gli Usa non dovrebbero essere a Pechino...

NOTA
(1) V. anche L. Hook, La nuova sinistra cinese, “G&P”, n.142.

 

 


 

 

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