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articolo della rivista numero 149
Un paese paradigmatico
di Angeles Maestro*
*del Movimento contro la guerra, Madrid.
Lotta di classe nel cuore delle tenebre
Un pesante silenzio circonda l’Africa, per i grandi media, rotto sporadicamente per parlare di carestie, siccità, profughi, mortalità per infezioni, guerre “tribali” incomprensibili. Neppure la crescente presenza di immigrati africani nei paesi Ue produce un’informazione degna di tale nome sulla situazione dei paesi subsahariani, sulla loro storia, sugli interessi in gioco e, soprattutto, nulla che metta in relazione l’emigrazione con l’instaurarsi nei paesi di provenienza di imprese multinazionali degli stessi paesi in cui vengono a cercare lavoro.
In questo lavoro si analizza a grandi linee la situazione della Nigeria, paese paradigmatico, dove si giocano elementi strategici dell’imperialismo in Africa, da cui arriva il 25% dell’immigrazione africana in Ue, che possiede riserve naturali ingenti e di ogni tipo, dove le imprese di vari paesi si ripartiscono il bottino di petrolio e derivati e soprattutto con una lunga e dura storia di lotta e resistenza popolare.
La Repubblica federale della Nigeria, formata da 36 stati con 131.500.000 abitanti è il paese più popoloso dell’Africa, un quinto della popolazione del continente, con un elevato tasso di crescita (2,8% annuo) che porterà al raddoppio della popolazione nel 2050. È tra i trenta paesi con l’indice di sviluppo umano più basso: malgrado un Pil pro capite relativamente alto (1.154dollari), la speranza di vita alla nascita è infatti di soli 43,3 anni.
DISTRUZIONE DELL’ECONOMIA…
La Nigeria, considerata nell’ultima relazione della Banca mondiale uno dei venti paesi più poveri del mondo (per la Banca mondiale), è la seconda potenza economica del continente, dietro al Sudafrica.
È il sesto maggior esportatore di petrolio del mondo con una produzione di 2,451 milioni di barili al giorno e riserve certe per 36.000 milioni di barili. Petrolio e gas costituiscono il 97,3% delle sue esportazioni.
Il 70,8% della popolazione vive con meno di 1 dollaro al giorno e il 92,4% con meno di due.
Nel 1958 data d’inizio dello sfruttamento petrolifero del paese, che ironicamente quasi coincide con la sua indipendenza dalla Gran Bretagna del 1960, comincia il dramma dei popoli della Nigeria, in particolare di quelli del delta del Niger.
Fino a quando la produzione di idrocarburi non ha raggiunto il massimo, negli anni Settanta, il paese aveva un’agricoltura prospera, localizzata esattamente nelle fertili terre del delta del Niger, che assicurava non solo l’autosufficienza alimentare, ma costituiva la voce principale nelle esportazioni.
L’industria petrolifera ha fatto sparire le terre coltivabili. Si calcola che un quarto delle terre fertili è stato reso inutilizzabile dal riversamento di sostanze tossiche, che ha distrutto le zone agricole e la maggior parte dei 23 sistemi fluviali e di mangrovie del delta.
Attualmente la produzione agricola è trascurata dalle politiche governative e malgrado il 70% sia destinato al consumo interno, la Nigeria importa la maggior parte degli alimenti di cui ha bisogno. Un terzo del riso, elemento base della dieta, è importato e il suo prezzo è salito negli ultimi anni del 30% divenendo inaccessibile per la stragrande maggioranza della popolazione. Secondo stime della Fao nel 2001 solo il 20% della popolazione aveva l’alimentazione garantita. Il fallimento dell’agricoltura ha implicato anche la perdita di posti di lavoro, lo svuotarsi dei villaggi e la fuga dei giovani verso le periferie delle città o, quando è possibile, all’estero.
Le imprese petrolifere e la politica corrotta dei governi che si sono succeduti nel paese hanno contaminato terra e acqua rendendole inutilizzabili. La Nigeria è da quarant’anni il paese del mondo dove si bruciano all’aperto la maggior quantità di gas in uscita dai pozzi petroliferi: la combustione giornaliera di questi gas equivale al 40% del consumo totale di tutta l’Africa ed è uno dei principali contributi all’effetto serra causa del riscaldamento del pianeta.
… E INQUINAMENTO MORTALE
Nel 2005 le comunità di tutto il delta hanno presentato al Tribunale federale supremo una denuncia contro l’impresa petrolifera statale (Cnpn) e il consorzio formato dalle maggiori imprese petrolifere del pianeta - l’anglo olandese Shell, le statunitensi ExxonMobil e Chevron Texaco e l’italiana Agip - nella quale si dettaglia come dall’istallazione delle imprese petrolifere sono cominciate morti premature, malattie respiratorie e alcuni tipi di cancro. La denuncia, che contiene la richiesta dell’immediata interruzione della combustione dei gas e il blocco di ulteriori prospezioni petrolifere, non ha avuto alcuna risposta.
Lo scrittore Ken Saro-Wiwa, del popolo ogoni, denunciò tutto ciò nel suo libro pubblicato nel 1992: “Ciò che Shell e Chevron hanno causato al popolo ogoni, alle sue terre e ai suoi fiumi, ai suoi ruscelli, alla sua atmosfera, si può considerare genocidio. L’anima del popolo ogoni sta morendo e io sono il suo testimone”.
Il dramma diventa spaventoso di fronte alla constatazione che in un paese con 5.000 milioni di metri cubi di riserve di gas, e dove se ne bruciano impunemente come residui altamente contaminanti 762 milioni di metri cubi ogni giorno, il 70% della popolazione utilizza la legna per soddisfare la necessità domestica di energia. Se si ricorda che il 92,4% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno, il prezzo di 21 dollari per ogni bombola del gas, disponibile comunque solo nelle città, è assolutamente inaccessibile. Il taglio di alberi per la commercializzazione, unito al consumo di legname come combustibile, fa della Nigeria, secondo la Fao, il paese con il maggior indice di perdita di foresta primaria al mondo: dal 1990 al 2005 ha distrutto il 37,5% dei suoi boschi.
2,25 MILIONI DI EURO ALL’ORA
Protettorato britannico dal 1901 e colonia dal 1914, anche il nome, “Nigeria”, non ha tradizione storica ma fu proposto dal settimanale “Times” nel 1897. L’anglo-olandese Shell si installa nel paese due anni prima dell’indipendenza e questo riflette perfettamente la relazione gerarchica che esercitano le multinazionali petrolifere sui governi che si sono succeduti, militari dopo i colpi di stato, civili dopo elezioni. Sono stati e sono governi infiltrati e corrotti dalle potenze neocoloniali, disponibili a negoziare la svendita delle ricchezze del proprio popolo per permettere a un’esigua oligarchia di nuotare nell’abbondanza mentre la quasi totalità della popolazione affonda nella miseria più assoluta.
Alcuni dati permettono di valutare la situazione di uno dei paesi più corrotti del mondo: solo l’1% della popolazione controlla le ricchezze prodotte dal petrolio e si calcola che da 300.000 a 400.000 milioni di dollari siano stati rubati da governi corrotti dall’indipendenza.
La situazione dello stato di Bayelsa, luogo emblematico della tratta degli schiavi, dove si produce il 25% del petrolio del paese, analizzata recentemente dal giornalista Jean Christophe Servant nell’interessante articolo Au Nigeria, le pétrole de la colère, è illuminante. Il suo governatore, Diepreye Alamieyeseigha, membro del Partito democratico del popolo (Pdp), con uno stipendio ufficiale di 1.000 euro mensili ha acquistato una raffineria di petrolio in Ecuador ed è accusato dalla Commissione nigeriana per la lotta contro i crimini economici e finanziari di aver riciclato circa 11 milioni di euro. Questo stato, con un bilancio annuale di 470 milioni di euro, ha destinato 7 milioni alla costruzione di due residenze ufficiali e 19.330 euro a un Comitato per lo sradicamento della povertà le cui attività sono completamente sconosciute. La Shell dichiara, in enormi cartelloni pubblicitari, di destinare ogni anno 60 milioni di dollari a progetti di sviluppo. Marc Antoine Perouse de Monclos, ricercatore all’Istituto di ricerche per lo sviluppo (Ird), afferma che “le compagnie petrolifere negano l’accesso ai propri archivi e non rispondono a domande compromettenti. Dei 60 milioni di dollari che Shell dice di avere desinato a progetti di sviluppo nel 2000, più di 33 sono stati utilizzati per la costruzione di strade che servono per operazioni di sfruttamento”. La gran parte dei benefici di gas e petrolio se lo prendono le multinazionali straniere. Per illustrare le dimensioni dell’affare basta guardare i dati generali della Shell del secondo trimestre 2007: guadagni per 5.600 milioni di euro, 20% in più dell’anno precedente: esattamente 2,25 milioni di euro all’ora.
QUESTIONE DI SICUREZZA NAZIONALE USA
Prima che Stati uniti e Gran Bretagna si impantanassero in Iraq, anche prima dell’11 settembre, le grandi compagnie petrolifere statunitensi Exxon Mobile e Chevron Texaco facevano pressioni sulla Camera dei deputati perché il petrolio africano fosse riconosciuto come priorità geostrategica. Con la vittoria di Bush questa strategia viene adottata dall’amministrazione repubblicana, peraltro senza obiezioni dal Partito democratico: proiezioni recentemente realizzate da “The Petrolium Supply Monthly” dicono che nel 2015 gli Usa importeranno il 25% del petrolio dall’Africa subsahariana.
Oltre alla qualità, il petrolio del golfo di Guinea è vantaggioso perché dal Golfo persico impiega sei settimane a raggiungere gli Usa, dall’Africa occidentale due e, in caso di conflitti, resta direttamente accessibile per le forze navali statunitensi.
La posizione della Nigeria, primo esportatore di crudo del continente, con una produzione che potrebbe arrivare nel 2010 a 4 milioni di barili al giorno - raggiungendo il Messico - con lo sviluppo delle infrastrutture teconologiche e la continua scoperta di nuovi giacimenti marini, è determinante. Possiede riserve e tecnologia per incrementare in modo sostanziale la produzione ben oltre i limiti imposti dalle quote Opec. Le pressioni statunitensi perché la Nigeria abbandoni questa organizzazione - e aumenti la produzione di idrocarburi in funzione delle necessità delle grandi potenze - sono state frequenti e potrebbero essere dietro le campagne che hanno goduto di tanto successo e appoggio nei grandi mezzi di comunicazione come quella sulla lapidazione di Amina.
LA CRESCENTE MILITARIZZAZIONE USA…
Il considerare da parte Usa un’area come prioritaria per la propria sicurezza energetica porta con sé un aumento della presenza militare, tanto più se esiste un concorrente diretto come la Cina, molto potente e che non fa parte dell’alleanza occidentale. La Cina importa dall’Africa già il 25% del petrolio che consuma e mantiene scambi commerciali con quasi tutti i paesi africani - anche in settori particolarmente sensibili come farmaceutico e armamenti - che l’hanno trasformata nel terzo socio economico del continente, relazioni economiche il cui peso si riflette nel fermo appoggio alla candidatura di Nigeria e Sudafrica per un seggio nel consiglio di sicurezza dell’Onu.
Esattamente una settimana dopo la fine del viaggio del presidente cinese Hu Jintao, nel febbraio 2006, in visita a otto paesi africani, gli Stati uniti hanno annunciato la creazione di Africom, che dovrebbe essere operativo a partire da settembre 2008.
Il Comando africano, come gli altri nel mondo, ha come obiettivo essenziale quello di reprimere la lotta popolare per la sovranità sulle ricchezze sfruttate, anche se non disdegna l’importanza di mostrare il proprio potere militare di fronte a potenze concorrenti. Come ovunque, la strategia militare Usa risponde a due grandi principi: assicurare il maggior accesso alle fonti di energia e materie prime essenziali e garantire il controllo degli oleodotti e in genere delle vie di trasporto. In uno scenario di notevole aumento del consumo energetico mondiale, soddisfatto all’80% da idrocarburi e con crescenti difficoltà in Iraq, è probabile che le prossime guerre per il petrolio si svilupperanno in Africa. Gli Stati uniti lo avevano previsto e la presenza militare statunitense in Africa è andata visibilmente aumentando dagli anni Novanta. I compassionevoli obiettivi indicati come ragioni della creazione nel 1996 di Iniziativa di risposta alla crisi africana (Acri) - aiuti umanitari e mantenimento della pace - erano difficilmente compatibili con la biografia del capo delle operazioni, il colonnello Nestor Pino-Marina, un esule cubano che ha partecipato al tentativo di invasione dell’isola alla Baia dei porci, membro delle forze speciali in Vietnam e Laos, organizzatore della controinsurgenza nicaraguense e accusato di traffico di droga per il finanziamento di queste azioni.
Nel 2002, in piena voragine antiterrorista, l’Acri si è trasformato nell’Acota (Contingente africano per l’assistenza alle operazioni di addestramento), si è dotata di truppe con armamenti offensivi e ha iniziato un’intensa attività di formazione militare di quadri militari in 44 paesi africani, trasferimento di tecnologia degli armamenti e realizzazione di esercitazioni congiunte. Lo spettacolare aumento dell’intervento militare Usa in Africa è culminato nella creazione di una nuova struttura militare, l’Usafricom, Comando militare unificato delle forze armate Usa in Africa, con l’obiettivo di riorganizzare e centralizzare le risorse esistenti e “coordinare e rafforzare la capacità operativa dei vari paesi africani”.
A partire dall’entrata in funzione di Africom tutta l’Africa e le sue isole si troveranno sotto il suo controllo, tranne l’Egitto che resterà sotto il diretto controllo di Uscentcom [….]“vista la stretta connessione con lo scenario mediorientale”.
… CON CONTINUE PROVE DI FORZA
Dopo la designazione come capo di Africom del generale William E. Ward, afroamericano, l’attività militare si è messa in moto. Tredici paesi (Algeria, Burkina Faso, Canada, Chad, Francia, Marocco, Mauritania, Niger, Nigeria, Paesi bassi, Regno unito, Stati uniti e Tunisia) hanno realizzato dal 20 agosto a metà settembre gigantesche manovre militari (Flinlock 2007) nei dintorni di Bamako (Mali).
Secondo analisti africani queste manovre a comando statunitensi e destinate, si suppone, a coordinare gli sforzi contro il terrorismo e il contrabbando, vengono considerate una prova di forza destinata a eliminare le reticenze dei paesi africani a marcare il passo dell’Africom. Fino a questo momento gli Usa hanno subito l’umiliazione del ripetuto rifiuto di Botswana, Zambia, Algeria, Libia e Marocco a installare nel loro territorio la sede del Comando africano. Particolarmente forte è stata la risposta del ministro degli Esteri algerino che nel marzo 2007 ha dichiarato che il suo paese non permetterà di stabilire basi militari straniere nel proprio territorio in quanto incompatibili con la sua sovranità e indipendenza. Lo strano e pesante aumento del terrorismo in corso nella ex colonia francese è così caratterizzato secondo il politologo tedesco Werner Ruf, specialista di Algeria e professore all’università di Kassel: “Al Quaeda nel Magreb è stata fondata a gennaio… per me sullo sfondo di tutto c’è l’imminente creazione di Africom… qui si tratta semplicemente e definitivamente di petrolio”.
Nel 2006 sono state realizzate manovre congiunte tra eserciti africani, marines Usa e 18.000 effettivi delle forze di intervento rapido della Nato, che stanno ora realizzando la circumnavigazione dell’Africa con l’obiettivo dichiarato di conoscere la situazione marittima e saggiare i sistemi di intervento rapido, particolarmente nel golfo di Guinea “dove ci sono paesi, come la Nigeria, in cui si sono verificati sequestri di dipendenti di compagnie petrolifere straniere”.
RESISTENZA POPOLARE, MALGRADO TUTTO
La storia della Nigeria è quella della lotta delle sue popolazioni. La lotta contro le compagnie petrolifere che vampirizzano le sue risorse e distruggono il suo suolo, il suo mare e la sua aria ha rotto la barriera del silenzio dei mezzi di comunicazione internazionali con le denunce del Movimento per la sopravvivenza del popolo ogoni (Mosop), organizzazione creata nel 1991 e diretta dall’illustre scrittore Ken Saro Wiwa che ha portato avanti una lotta pacifica per i diritti sociali ed ecologici del suo popolo e ha presentato denuncie contro Shell e Chevron in diversi tribunali per i diritti umani e l’ambiente.
Ken Saro Wiwa è stato impiccato con otto compagni nel novembre 1995 in esecuzione della sentenza di un tribunale designato dal governo militare in un processo contestato internazionalmente che ha portato all’espulsione della Nigeria dal Commonwealth.
Le mobilitazioni, dalla sua detenzione nella primavera del 1994, sono state molto partecipate e sanguinose e la Shell ha richiesto in varie occasioni l’intervento della famigerata Forza mobile di polizia, che ha più volte sparato sulla folla e venduto armi al dittatore Abacha durante l’embargo internazionale decretato dopo l’esecuzione criminale. Il direttore generale della Shell in Nigeria, Naemeka Achebe, ha spiegato così l’appoggio della sua compagnia alla dittatura militare: “Per un impresa commerciale che si propone di realizzare investimenti è necessario un ambiente stabile… le dittature lo offrono”.
I MOVIMENTI ARMATI…
In Nigeria la commozione per l’assassinio collettivo ha dato luogo alla nascita di diversi movimenti armati che godono dell’appoggio popolare e che hanno come obiettivo principale gli attacchi alle imprese del petrolio. Da quando è entrato in azione nel 2005 si è particolarmente segnalato il Movimento per l’emancipazione del delta del Niger (Mend), che ha assunto le rivendicazioni del Mosop. Appartenente all’etnia Ijaw, il suo obiettivo dichiarato è strappare alle compagnie il controllo degli idrocarburi e ottenere riparazione per i disastri ambientali prodotti. Nel gennaio 2006 membri del Mend assalirono un’istallazione della Shell e sequestrarono quattro dipendenti con le seguenti richieste: la liberazione dei dirigenti del movimento, 1.500 milioni di dollari come indennizzo per la contaminazione del delta e il versamento del 50% dei guadagni delle compagnie petrolifere per lo sviluppo dei poverissimi villaggi della regione. Non furono presi in considerazione e in febbraio hanno realizzato nuovi sequestri, bombardato gli oleodotti, un gasdotto e il terminale di carico costringendo la Shell a interrompere la produzione (quasi mezzo milione di barili al giorno).
Lo scorso mese di agosto il settimanale britannico “The Observer”, in un amplio articolo sulla situazione della Nigeria, analizzava le attività del Mend nella sua breve esistenza pubblicando un’intervista con un dirigente che terminava in questo modo: “La prima tappa non è stata altro che una fase di rodaggio dei materiali; presto la violenza vera calerà sul delta. Stiamo aspettando l’ordine e non perderemo un minuto… quando un nigeriano si mette in marcia non c’è nulla che possa fermarlo”.
Questa situazione di tensione in Nigeria, che è alla base dell’escalation militare Usa e Ue in Africa, ha spinto le grandi compagnie a sfruttare le riserve di petrolio in mare anche se il prezzo di estrazione al barile, che sale da due dollari a sette, spinge a continuare lo sfruttamento dei giacimenti di terra, qualunque cosa accada.
… E IL MOVIMENTO SINDACALE
L’altra dimensione della lotta popolare è il movimento sindacale, che è stato capace di organizzare notevolissimi scioperi generali sempre più imponenti per partecipazione e determinazione da quando il Fondo monetario internazionale ha imposto, oltre a varie privatizzazioni, la deregolamentazione dei prezzi dei combustibili che ha fatto tremare i mercati internazionali.
Dal 1999 si sono succedute lotte operaie e mobilitazioni convocate dal Congresso nigeriano del lavoro (Ncl) - 5 milioni di iscritti - contro la spettacolare crescita del prezzo del gasolio per uso domestico, passato da 20 a 100 nairas tra il 1999 e il 2004. Lo sciopero generale del luglio 2003, dopo l’annuncio di un aumento del 50% del gasolio, si chiuse con un bilancio di 14 lavoratori ammazzati dalla polizia durante le manifestazioni.
Nuovi scioperi generali si sono succeduti nel 2004, dopo la decisione della Shell di licenziare in massa lavoratori nigeriani, nell’ambito di una grande ristrutturazione da 6,5 miliardi di dollari, per sostituirli con meno molesti lavoratori stranieri e alzare la produzione a un milione e mezzo di barili al giorno. Altri scioperi si sono avuti nel 2005, 2006 e 2007, l’ultimo nello scorso giugno causato da un ulteriore aumento del gasolio dovuto all’aumento delle imposte e alla vendita di due delle quattro raffinerie statali a imprese straniere.
La complicità dell’esercito e della polizia con le compagnie petrolifere, che dal canto loro mantengono i propri eserciti paramilitari, è parte della storia della Nigeria. Nel febbraio del 2005, durante una manifestazione pacifica di circa 300 persone per denunciare le promesse disattese della statunitense Chevron, a Escravos l’esercito sparò contro i manifestanti dal terminale della compagnia, uccidendo un manifestante e ferendone 30. Due settimane dopo l’esercito assalì Odioma, comunità dell’etnia ijaw da cui proviene il Mend, uccidendo 17 persone e distruggendo l’80% delle abitazioni, con il pretesto di catturare membri di un gruppo paramilitare della Shell ma senza arrestarne nessuno. Non ci sono risultati per l’inchiesta giudiziaria ordinata dal governatore dello stato.
LA PERSECUZIONE DEI MIGRANTI
Le grandi potenze della Nato conoscono bene i disastri che il loro nuovo ordine genera. Nell’aprile 1999, mentre la Jugoslavia era devastata dai bombardamenti della Nato, l’alleanza celebrava il suo congresso a Washington. Lì si sono prense le decisioni che hanno inaugurato la scalata degli interventi offensivi, adattando alla guerra globale permanente questo prezioso strumento che organizza militarmente gli imperialismi europeo e statunitense sotto l’egemonia di quest’ultimo e si è identificata, tra le quattro principali minacce all’“ordine mondiale” che possono giustificare un intervento militare, la seguente: “I movimenti migratori di massa sono considerati una grave minaccia per la stabilità della regione ed essere un pericolo per le frontiere degli stessi paesi della Nato”.
La Nigeria fornisce un quarto degli immigrati nell’Ue; da lì arrivano la maggior parte delle persone che viaggiano sulle canoe verso le isole Canarie, un cammino incerto che suppongono porti maggiori speranze che non il futuro che li attende nei loro paesi. Il viaggio rappresenta oggettivamente un rischio di morte maggiore della roulette russa: muore una persona ogni tre. Si calcola che circa 7.000 siano morti nel 2006 nelle acque dell’Atlantico, che sta diventando una fossa comune. L’allargamento ingiustificato del tragitto nel tentativo di sfuggire alle fregate e agli aerei militari del Frontex (agenzia Ue per il controllo delle frontiere), agli elicotteri e pattuglie della guardia civile e alle frequenti manovre militari di Nato e marina statunitense aumenta vertiginosamente il livello di rischio, ma se vengono intercettati in acque internazionali vengono obbligati a tornare indietro: una condanna a morte certa.
I governi dei paesi che innalzano sinistri muri, come a Ceuta e Melilla, o organizzano la caccia di povere imbarcazioni per impedire agli emigranti di entrare sono esattamente gli stessi le cui imprese mostrano guadagni sfacciati provenienti da quei paesi da cui fuggono disperatamente gli abitanti da loro sfruttati. Le persone che malgrado tutto riescono ad arrivare vive vengono confinate nei centri di internamento per stranieri, dove le condizioni di vita degradano a misura dell’aumento delle presenze, centri caratterizzati da minor trasparenza delle carceri, rotta solo da denuncie sanitarie, per abusi sessuali, cattiva alimentazione, mancanza di garanzie dei diritti legali e in generale assenza di una normativa che regoli e difenda dagli abusi e dalle arbitrarietà. Si chiude così il cerchio che condanna alla morte e al sottosviluppo milioni di nigeriani e di tutti i popoli dei paesi con grandi risorse naturali agognate dalle grandi multinazionali dell’imperialismo europeo e statunitense i cui interessi sono protetti dal rischio di insurrezioni popolari da potentissime alleanze militari. Il sistema si appoggia su governanti corrotti fino al delirio e su stati che esistono solo per reprimere.
I dati riportati in questo lavoro parlano della situazione della Nigeria ma si ripropongono, con maggior o minor intensità, in tutti i paese della periferia del sistema, esprimendo il grado attuale di sviluppo dell’imperialismo e le conseguenze sulle popolazioni e riflettendo la situazione odierna della lotta di classe.
Davanti alla tragedia umana che esprimono non contano discorsi morali o lamenti. È necessario e urgente rafforzare il grado di informazione, lotta e coordinamento tra organizzazioni politiche e sindacali di tutti i paesi, tra la classe operaia dei paesi imperiali e dei paesi sfruttati.
Da: www.rebellion.org. Trad. e rid. di Marina Vallatta.