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articolo della rivista numero 149
Il Vertice di Bucarest
Piero Maestri
L’incontro della Nato dello scorso aprile ha segnato un clima nuovo nelle relazioni tra Usa ed Europa.
Piccoli passi sull’allargamento e rilancio sullo scudo antimissile e nell’operazione afghana
Il vertice dei capi di stato e di governo della Nato che si è tenuto a Bucarest all’inizio dello scorso aprile era considerato particolarmente importante perché si sarebbero affrontati temi e problemi cruciali legati al funzionamento e alle operazione dell’Alleanza: questioni specifiche, come la missione in Afghanistan, il progressivo allargamento verso i paesi dell’est europeo o il progetto di difesa antimissilistica, ma anche in generale lo stato e la prospettiva delle relazione tra Stati uniti, Unione europea e paesi europei della Nato (soprattutto nel campo delle capacità militari e della “difesa europea”).
L’attenzione dei principali quotidiani nei giorni del vertice si è poi quasi esclusivamente concentrata sulla questione della procedura di ingresso nella Nato di Ucraina e Georgia, che il presidente statunitense avrebbe voluto avviare immediatamente: per conseguire questo obiettivo aveva infatti messo in moto una forte pressione e una rumorosa campagna mediatica. La presunta “sconfitta” del presidente Usa su questo punto ha ulteriormente posto l’accento giornalistico su questa parte del vertice, facendo passare in secondo piano le decisioni assunte sugli altri temi in discussione.
IL COMPROMESSO SULL’ALLARGAMENTO
La forte insistenza statunitense per avviare le procedure di ingresso di Ucraina e Georgia non erano condivise dai paesi europei, in particolare Francia e Germania, preoccupate da un ulteriore peggioramento delle relazioni con la Russia di Putin e dalle tensioni presenti in quei paesi, che entrerebbero direttamente nell’area della Nato. Oltretutto i continui allargamenti verso paesi molto più disponibili nei confronti degli Usa modificano i rapporti di forza e l’equilibrio dell’Alleanza e per questo i principali paesi europei preferiscono procedere in maniera più cauta.
Alla fine il comunicato finale del vertice (1) “saluta le aspirazioni euro-atlantiche di Ucraina e Georgia a diventare membri della Nato. Concordiamo oggi che questi paesi diventeranno membri della Nato”. In concreto significa che non è stato deciso di rendere immediatamente operativo il “Membership Action Plan” (Map), il programma di assistenza al processo di riforma delle forze armate e delle istituzioni politiche ed economiche che precede l’ingresso nell’Alleanza, rimandando la decisione al meeting dei ministri degli Esteri del prossimo dicembre.
Intanto vengono “invitate” a far parte della Nato Croazia e Albania, mentre continua a rimanere fuori dalla porta la Macedonia, a causa dell’opposizione greca.
Questa conclusione è stata letta da molti come uno “schiaffo” a Bush, viste le sue proposte (definite “avventate” da più di un’analista). In realtà si è trattato di un temporaneo stop, che viene ampiamente “compensato” dal successo ottenuto dallo stesso presidente Usa su altri terreni fondamentali.
UNO SCUDO PER LA NATO
In primo luogo la decisione del vertice di approvare il sistema di difesa antimissilistica voluto dagli Usa. Sempre nel comunicato finale si legge: “… riconosciamo il contributo sostanziale alla protezione degli Alleati da missili balistici a lungo raggio che sarà fornito dal programmato schieramento di un sistema statunitense di difesa missilistica basato in Europa. Stiamo ricercando le modalità per connettere questa capacità con gli attuali impegni di difesa missilistica della Nato per fare in modo che costituisca una parte integrale di ogni futura architettura di difesa missilistica della Nato”. Per questo verranno studiati i meccanismi per estendere la “copertura” anche ai paesi della Nato oggi esclusi (Turchia, Grecia, Romania e Bulgaria).
In questo modo i paesi europei della Nato accettano la decisione statunitense di costruire basi antimissile in Repubblica Ceca e Polonia, già in fase di realizzazione anche se si scontrano con una forte mobilitazione popolare. E si rendono complici di questa scelta, come già aveva fatto con un forte anticipo il governo Prodi, che aveva a suo tempo firmato un protocollo d’intesa per la partecipazione italiana al progetto (2). Lo scudo diventa quindi a tutti gli effetti un programma della Nato, con tutto quello che ne consegue dal punto di vista politico-militare e, soprattutto, della ripartizione dei costi (ancora una volta gli europei saranno chiamati a pagare progetti statunitensi, come è avvenuto per il caccia F35, anche in quel caso con i governi italiani, da D’Alema a Berlusconi e a Prodi, in obbediente prima fila).
ANCORA E SEMPRE ISAF
Il secondo argomento al centro delle discussione del vertice sul quale gli Stati uniti ottengono un discreto risultato è quello della missione militare Isaf in Afghanistan. Come abbiamo già scritto su queste pagine (vedi “Ripartire da Kabul”, “G&P” n.131), l’operazione militare in Afghanistan rappresenta un banco di prova fondamentale per l’Alleanza atlantica, sia per quanto riguarda i suoi aspetti strettamente politico-militari che per quelli della stessa tenuta dell’alleanza nei rapporti tra i vari paesi membri. Infatti si è diffusa (o si vuole diffondere) la consapevolezza che, come titola l’editoriale del “Corriere della sera” lo scorso 28 aprile, L’occidente non può perdere: la missione in Afghanistan è un disastro sia sul piano militare perché non riesce a sconfiggere la guerriglia talebana; sia sul piano politico, perché il paese è di fatto stato affidato ai “signori della guerra”, fondamentalisti pressappoco quanto i talebani stessi, mentre la popolazione civile subisce le conseguenze della guerra e del mancato intervento di ricostruzione civile e sociale. Malgrado tutto questo gli Stati uniti vogliono aumentare la presenza e la “potenza di fuoco” della Nato, “costringendo” gli alleati ad aumentare i loro contingenti e il loro impegno combattente.
A Bucarest i paesi della Nato hanno concordato su due aspetti: da una parte il maggior impegno in campo politico-civile (e anche per questo al Vertice erano invitai il Segretario dell’Onu e il presidente della Banca mondiale), dall’altro l’aumento dei contingenti militari. Questo riaffermando i principi guida dell’operazione: “un fermo e condiviso impegno a lungo termine; […] un approccio complesso della comunità internazionale che tenga insieme impegno civile e militare; cooperazione e impegno crescenti con i vicini dell’Afghanistan, specialmente il Pakistan” (3).
Dal vertice esce quindi un impegno generale ad aumentare i contingenti e, soprattutto, a “fornire al Comando Isaf il massimo di flessibilità possibile nell’uso della forza”, che significa una maggiore disponibilità al combattimento quando richiesto dal Comando stesso.
In particolare è la Francia a rendersi disponibile a un maggior impegno: il presidente Sarkozy ha infatti annunciato la disponibilità al dispiegamento di un nuovo battaglione (700 uomini) nell’est del paese, il che permetterà ai soldati statunitensi di spostarsi a sud per sostenere lo sforzo combattente del contingente canadese.
UN VERTICE DI TRANSIZIONE
Il protagonismo del presidente francese, a fianco della cancelliera tedesca Merkel, è stato probabilmente il segno più forte del Vertice. E non per i suoi soliti aspetti mediatici, ma perché l’alleanza franco-tedesca sembra aver prodotto un’accelerazione al rafforzamento dei legami tra Unione europea e Nato.
Se da un lato il presidente statunitense dichiara che “la costruzione di un’Alleanza atlantica forte ha bisogno anche di una grande capacità di difesa europea” (non andando in realtà oltre quanto già prevede il modello strategico della Nato, che vede nella “Pesd” il “pilastro europeo dell’Alleanza atlantica”), dall’altro Sarkozy ha cominciato le grandi manovre per far rientrare la Francia nel dispositivo militare della Nato. Questo rientro segnerebbe da una parte la definitiva chiusura della relativa “rottura” avvenuta al momento dell’attacco contro l’Iraq nel 2003, dall’altra un rinnovato e ancora più forte impegno militare europeo connesso alla Nato (dove, evidentemente, Francia e Germania avranno un ruolo particolarmente importante). Come ha dichiarato il presidente francese “costruiamo il polo difensivo europeo e noi parallelamente ci riavvicineremo alla Nato”.
Gli Stati uniti, dal canto loro, non hanno fatto mai mistero del bisogno di maggiore coinvolgimento globale dell’Unione europea, almeno sul piano civile-finanziario. In questo momento i progetti statunitensi si incontrano con quelli europei, in particolare franco-tedeschi, e questo potrà dare una ulteriore spinta alla militarizzazione europea. Ma questo richiederà una revisione e un aggiornamento del “concetto strategico” dell’Alleanza, impegno che i paesi membri vorrebbero assumersi nel vertice del prossimo anno, quello del 60° anniversario della nascita, che si dovrebbe svolgere congiuntamente in Francia e Germania. Questo anche per evitare una sovrapposizione di forze (per esempio tra la “Forza di rapido impiego” della Nato e i “Battlegroups” europei).
Intanto si mette l’accento sulla necessità di sviluppare forze “capaci di condurre, su decisione del Consiglio, difesa collettiva e operazioni di risposta alle crisi sul territorio dell’Alleanza e oltre, alla sua periferia e a distanza strategica, con scarso o inesistente sostegno da parte della nazione ospite” (il corsivo è nostro).
DIFESA ITALIANA
E l’Italia? Il governo Prodi ormai decaduto sembra aver avuto un ruolo non di primo piano al vertice. La campagna elettorale non si è particolarmente interessata delle questioni internazionali, se si esclude una breve polemica tra Pdl e Pd, con quest’ultimo che criticava Berlusconi… per aver speso troppo poco per la difesa durante il suo precedente mandato!
Come scrive Giovanni Gasparini,del “Istituto affari internazionali” (think-tank piuttosto influente sul ministero degli Esteri italiano), “l’espressione più immediata della partecipazione italiana alla produzione di sicurezza internazionale risiede nelle missioni di stabilizzazione all’estero; il quadro per il 2008 è già definito dalle decisioni parlamentari di febbraio e sarebbe dannoso per la credibilità del paese non tener fronte a quegli impegni, peraltro votati a larghissima maggioranza. Vi sarà però da decidere la partecipazione a nuove missioni, soprattutto in ambito europeo…” (4). Un invito per niente velato a quanto peraltro già da tempo praticato con il “pensiero unico della difesa”: una politica estera e della difesa “bipartisan”. E per questo, come suggerisce sempre l’ineffabile Gasparini, si potrebbe partire approvando (come avrebbe voluto la presidente della Commissione difesa della Camera Roberta Pinotti, del Pd) “un provvedimento di cui si avverte da tempo la necessità: una legge che regoli la partecipazione delle forze armate alle missioni estere che non rientrano nell’ormai desueta categoria di ‘guerra’”.
Sembra proprio che il “desueto” movimento contro la guerra abbia ancora del lavoro da fare.
NOTE
(1) www.nato.int/docu/pr/2008/p08-049e.html.
(2) Vedi diversi articoli di Manlio Dinucci e Tommaso Di Francesco su “il manifesto” dell’aprile 2007. Alcuni si trovano su www.peacelink.it/disarmo/i/2733.html.
(3) “ISAF’s Strategic Vision”, dichiarazione finale specifica del vertice; www.nato.int/docu/pr/2008/p08-052e.html.
(4) “Per una nuova politica di difesa”, www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=805.