ARCHIVIO
articolo della rivista numero 148
Sinergie possibili fra laicità e autodeterminazione
di Nicoletta Poidimani *
Per molti anni – oserei dire decenni – il termine laicità era quasi caduto in disuso, o appariva soltanto nelle parole di qualche vecchio liberale o radicale.
Quando costituimmo il coordinamento Facciamo Breccia, nell’ottobre del 2005, l’interrogativo che immediatamente ci ponemmo fu quello di riaprire e aggiornare la riflessione sulla laicità, ma coniugando questo concetto all’autodeterminazione – altro termine assai caduto in disuso, ma per molte delle soggettività che andavano fondando il coordinamento, soprattutto femministe e lesbiche-gay-trans, elemento essenziale delle nostre pratiche politiche.
Quale laicità?
Nel frattempo, in questi ultimi due anni, la laicità è emersa come tematica all’ordine del giorno e tutti, soprattutto nella politica istituzionale, hanno incominciato a citarla come formula magica. Con l’effetto di svuotarla ulteriormente di senso, sia nel tentativo di addomesticarla alla logica dell’equidistanza rispettosa fra diverse credenze religiose (le/i non credenti in questa logica rimangono dei paria), sia creando una confusione terminologica per cui laico è diventato il contrario di credente, anziché di chierico. E intanto proprio i chierici & gli atei (ma devoti!) chierichetti hanno approfittato del momento di confusione concettuale per proporne una versione davvero ipocrita: la “sana laicità” ossia, in sostanza, la negazione di ogni istanza laica che non abbia il benestare ecclesiastico. Il che, tradotto in termini pratici (e solo per fare un esempio) è come dire “Vuoi la pillola del giorno dopo? Puoi ottenerla, ma solo con il nulla osta dell’obiettore di coscienza”: una sorta di paradosso di Zenone.
Ora che la laicità è stata riesumata e la ritroviamo in molti programmi e dichiarazioni elettorali è forse il caso di fare un po’ il punto e mettere chiarezza nella confusione che si è creata. Cominciamo col dire che un passaggio laico irrinunciabile è la cancellazione del Concordato. Sottoscritto come accordo fra due stati – l’Italia e il Vaticano – nel 1929 e poi riaggiornato nel 1984, in realtà sancisce i privilegi della chiesa cattolica in Italia e sdogana l’ingerenza del Vaticano nella vita pubblica e in quella politica italiana, riempiendo inoltre le casse ecclesiastiche di soldi delle/i contribuenti con l’inghippo dell’8x1000. Come se non bastassero le munifiche elargizioni dello stato e degli enti locali ad associazioni cattoliche, centri di aiuto alla vita (leggansi antiabortisti), scuole e strutture sanitarie cattoliche, ecc ecc. La lista è lunghissima e preferisco soffermarmi sul focus del mio intervento rimandando, per ogni approfondimento sull’inghippo del Concordato, al sito dell’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti (www.uaar.it/laicita/concordato).
Laicità senza delega
Una rivendicazione di laicità che non abbia in sé le istanze dell’autodeterminazione non potrà che limitarsi ad una richiesta e, quindi, ad una delega alle strutture statuali, a partire da una sorta di ingenuità “primigenia” incapace di vedere le connivenze tra la casta politica e quella ecclesiastica nella difesa reciproca dei privilegi. Quindi la domanda diventa: è possibile una laicità che faccia a meno di questa delega? In sostanza, una laicità che non sia quella classica di stampo liberale ma aggiornata alle esigenze del nostro tempo e di un modo di concepire la politica che sia completamente e radicalmente autonomo dall’“inginocchiatoio” della politica istituzionale in Italia?
Dal mio punto di vista ciò non è solo possibile ma anche auspicabile, e come esempio vorrei portare la proposta concreta elaborata dal collettivo femminista Maistat@zitt@, di cui faccio parte, come cambiamento di strategia in relazione ai continui attacchi all’autodeterminazione delle donne: la campagna Obiettiamo gli obiettori.
Si tratta di una campagna che è stata anche assunta dall’assemblea nazionale delle femministe e lesbiche tenutasi a Roma il 23-24 febbraio scorsi e sta già prendendo piede in varie città italiane. Ne riporto lo stralcio in cui sono citati i passeggi pratici (1):
[…] Alle donne che intendono difendere e affermare il diritto all’autodeterminazione proponiamo di:
- costituirci come soggetti politici che esigono la pubblicizzazione e l’affissione pubblica negli ospedali e nei consultori delle liste del personale sanitario che fa obiezione;
- cominciare a raccogliere città per città, ospedale per ospedale, consultorio per consultorio tutte le informazioni che già si hanno, facendo una prima lista dei nominativi che si posseggono;
- promuovere il boicottaggio in toto di tutti i reparti e di tutte le prestazioni (analisi del sangue, visite, ecc) degli ospedali in cui ci sono più obiettori;
- creare un sito dedicato a questo dove raccogliere informazioni. […]
In sostanza, si tratta di esercitare pressioni – tramite comitati locali, ma anche con richieste individuali – affinché le direzioni sanitarie delle Asl e degli ospedali rendano pubblica la lista del personale obiettore – poiché l’obiezione di coscienza è un atto pubblico, che non riguarda la sfera della privacy – in modo che ciascuna donna possa decidere a chi affidare il proprio corpo e la propria salute sessuale e riproduttiva nel momento in cui ha necessità di prestazioni ostetrico-ginecologiche – siano anche una visita di controllo o un pap-test – sostenendo, al contempo, il personale sanitario non obiettore e gli ospedali che continuano a garantire l’interruzione volontaria di gravidanza. Ciò significa uscire dalla difensiva, attaccando frontalmente il sistema-obiezione, per smascherare la logica clientelare che regge questo sistema e delegittimare chi cerca di imporre alle donne scelte non volute – spesso più per ragioni personali e di carriera che non di “coscienza”. Pensiamo sia fondamentale anche in questo caso autodeterminarci, scegliendo di non delegare a nessuno la garanzia dei nostri diritti e prendendo in mano la nostra salute.
L’inganno delle “questioni eticamente sensibili”
Nella campagna Obiettiamo gli obiettori il nesso fra laicità ed autodeterminazione scaturisce dalla consapevolezza che la formula magica della “difesa della 194” è al contempo una pratica di delega e anche una mistificazione: non per caso di “piena applicazione della legge” ne parlano in tante/i, da certo femminismo istituzionale o para-istituzionale ai vescovi, a Ferrara&C., ecc. Insomma, è una formula invocata da una parte e dall’altra, ma per una ragione molto semplice: le condizioni per negare l’autodeterminazione delle donne delegandola allo stato, riconoscendo il diritto all’obiezione di coscienza e sdoganando la presenza degli antiabortisti nei consultori stanno proprio in alcuni articoli della 194. Si tratterebbe, quindi di devaticanizzare quella legge, ma finché in Italia non ci sarà una sinistra in grado di alzarsi dall’inginocchiatoio il rischio che venga ulteriormente peggiorata rivedendola è reale. Le avvisaglie ci sono tutte e oggi si manifestano nell’ossessivo e rinnovato proliferare di parole maschili su una scelta che riguarda esclusivamente le donne, nel farne una questione “eticamente sensibile” – quando in realtà si tratta di affare privato delle donne e non di una tematica su cui preti&chierichetti&C. si possono arrogare alcun diritto di parola. Ma anche e soprattutto nelle continue “prove tecniche di devastazione” a livello di istituzioni regionali: dall’obbligo di seppellimento dei feti abortiti, agli “atti d’indirizzo” sugli aborti terapeutici, a tante altre iniziative marginali ma continuative di alcuni consigli regionali, con in testa quello lombardo. Insomma, prendiamo atto che ci troviamo davanti ad un inincessante stalking nei confronti delle donne che vogliono decidere di sé, della propria eventuale maternità e del proprio futuro e che si ritrovano ad essere espropriate del proprio corpo e della propria capacità generativa fino a diventare quel “luogo pubblico” di cui parlava Barbara Duden nel suo intramontabile Il corpo della donna come luogo pubblico – Sull’abuso del concetto di vita (Bollati Boringhieri, 1991).
D’altronde negli anni ’70 molte delle donne scese in piazza – e anche finite in galera! – per difendere e sostenere il diritto all’autodeterminazione volevano che l’aborto fosse depenalizzato, essendo all’epoca ancora vigente il codice Rocco, che lo inseriva nei “reati contro la stirpe”. Non chiedevano affatto che venisse normato nei minimi particolari, ingabbiando l’esistenza delle donne tra lo stato – che garantendo controlla – e la chiesa – che controlla negando. Ma oggi si è di nuovo a questo punto e intanto le pratiche di aborto clandestino riprendono o si rinnovano nel fai-da-te col farmaco anti-ulcera Cytotec. Questo sfacelo è una responsabilità dello stato e della chiesa: dell’uno perché non riesce neppure a garantire il minimo sindacale di una sua pur misera legge – cioè che abortire non diventi una via crucis fra consultori, ospedali e obiettori – e dell’altra perché l’arroganza della parola maschile spacciata per teologica diventa criminale nel momento in cui prevale perfino sulla logica del male minore.
Obiettiamo gli obiettori è, quindi, un esempio di sinergia tra laicità e autodeterminazione perché tiene come punto fermo il diritto laico di abortire in modo sicuro e, al contempo, riconosce a noi donne il nostro essere soggetti e non oggetti – di norme o di elucubrazioni maschili e pseudo-teologiche – nelle scelte che ci riguardano in prima persona.
Questa campagna è anche utile per smascherare ciò che si nasconde dietro le cosiddette “questioni eticamente sensibili” – definizione ideologica che in realtà dissimula l’arroganza biopolitica di stato e chiesa nell’accaparrarsi il controllo dei corpi e delle scelte di vita. Basti pensare al modo in cui si è legiferato sulla procreazione medicalmente assistita per produrre l’orrore della legge 40, più simile ad un trattato di morale che ad una garanzia di assistenza sanitaria per la donna che intende usufruire responsabilmente delle tecnologie di fecondazione artificiale. O anche all’eutanasia – cioè al diritto di ciascuna/o di scegliere una morte senza inutili sofferenze – che lo stato italiano ancora considera come “omidicio”, quando in realtà di tratta di un atto di rispetto del personale medico-sanitario nei confronti delle richieste del/la paziente agonizzante. Con un paradosso tipicamente italiano, il nuovo codice deontologico degli infermieri, al momento ancora in fieri, pur dando garanzie sul rifiuto dell’accanimento terapeutico e sul rispetto della volontà espressa dal/la paziente riconosce il diritto all’obiezione di coscienza nel caso si trattasse, per il personale infermieristico, di “una richiesta di attività in contrasto con i principi etici della professione e con i propri valori”. Questa nuova versione codice deontologico dovrebbe entrare in vigore nel 2009 e porta in sé le stesse contraddizioni e ambiguità della legge 194/78. Un’ulteriore dimostrazione di quanto sia importante e urgente scardinare la logica dell’obiezione di coscienza, anche riportando tali questioni “eticamente sensibili” alla loro effettiva realtà: si tratta di scelte individuali sulla propria vita, scelte in cui nessuno – tanto più se non interpellato – può metter becco né imporre sovradeterminazioni moralistiche.
Occorre affermare laicamente l’autonomia dei soggetti e l’“autodifesa della vita” per demistificare la logica moralizzatrice della “difesa della vita” – logica che appare ancor più ipocrita se pensiamo alle guerre infinite cui lo stato italiano partecipa attivamente o alla violenza della monarchia vaticana, che ha cancellato la pena di morte dalla propria Costituzione soltanto nel 2001 e che nell’ottobre del 2007 ha beatificato 498 torturatori franchisti definendoli “martiri”.
(1) L’intero testo della campagna è reperibile in www.vieneprimalagallina.org
* del collettivo Maistat@zitt@ e di Facciamo breccia