ARCHIVIO
articolo della rivista numero 148
L’ideologia dell’eurodifesa
di Achille Lodovisi
L’ influenza economica, politica e culturale del complesso militare-industriale sulle istituzioni democratiche europee
Pubblichiamo alcune parti dell'Annuario Armi-Disarmo Giorgio La Pira dedicato alla produzione militare con aggiornamenti sulle spese militari e sul commercio di armamenti. L'Annuario, curato da Chiara Bonaiuti, Debora Dameri e Achille Lodovisi per Ires Toscana e per la Regione Toscana, verrà
pubblicato da Jaca Book e sarà disponibile a partire da aprile.
Molto si è discusso sul difficile rapporto tra le esigenze dei governi e degli apparati militari-industriali nazionali e quelle della Nato e della embrionale Politica europea di sicurezza comune/ Politica europea di sicurezza e difesa (Pesc/Pesd). A ben vedere, tuttavia, la questione fondamentale che si colloca a monte di tutto non è stata affrontata con rigore e trasparenza. Il nodo irrisolto si può riassumere in tre quesiti: esistono e quali sono le minacce rivolte contro i paesi europei? Con quali politiche e mezzi si devono affrontare? Al servizio di quali interessi si devono porre tali mezzi?
Non è questa la sede per sviscerare i temi di un dibattito complesso e sovente confuso, ma è viceversa importante registrare le posizioni sull’argomento espresse proprio dall’Eda (Agenzia europea per la Difesa) in un documento d’impostazione iniziale reso pubblico nell’ottobre del 2006, contenente considerazioni interessanti anche sul versante delle politiche di allocazione delle risorse pubbliche nel settore della Difesa.
Il rapporto è stato commissionato nel novembre 2005 dal Comitato ministeriale di Direzione dell’Eda ed è stato redatto in collaborazione con l’Istituto di Studi per la sicurezza dell’Ue di Parigi, il Comitato militare dell’Ue, l’Allied Command Transformation della Nato, l’Associazione europea delle industrie dell’aerospazio e della difesa, i ministri della Difesa dei paesi membri dell’Ue e vari tecnici ed esperti in materia. La delineazione degli scenari prende in considerazione un ventennio, ipotizzando il contesto globale e la situazione dell’Europa sino al 2025. Raggiunto tale termine cronologico, si può prevedere che la realtà mondiale sarà contraddistinta da una maggiore interdipendenza, ma al tempo stesso verrà segnata da una crescente disuguaglianza e da notevoli squilibri, a meno che il processo di globalizzazione economica non si fermi o regredisca. Il documento ammette che l’avanzare delle dinamiche di espansione globale del mercato produrrà dei vincitori e degli sconfitti, con buona pace della visione che vede nella globalizzazione una possibile opportunità di miglioramento delle condizioni economiche, sociali e politiche delle popolazioni più povere del mondo.
LA VULNERABILITà EUROPEA
Cina e India saranno le potenze economiche emergenti e occuperanno il secondo e il terzo posto tra le economie mondiali dopo gli Stati uniti. Un’Europa demograficamente vecchia (età media della popolazione 45 anni), con un modesto tasso di crescita economica e un vantaggio tecnologico in aree chiave come quelle delle bio e nanotecnologie e dell’Information Technology in via di rapida erosione, pur restando una delle regioni più stabili e prospere si troverà ad affrontare alcune sfide che riguarderanno anche la Pesc/Pesd. Il vecchio continente sarà circondato dalle popolazioni africane in forte crescita “nonostante l’Aids”, con un’età media di 22 anni, spinte a inurbarsi a causa dell’avanzante processo di desertificazione e in larghissima parte prive di qualsiasi speranza di trovare un’occupazione. Tutto ciò genererà disperazione, disastri umanitari e una fortissima pressione migratoria che provocherà tensioni e conflitti.
Un panorama per molti aspetti analogo si potrà riscontrare anche nei confronti di un’altra regione limitrofa all’Europa: il Medio Oriente. Qui ai fattori socio-demografici, che tuttavia non sono qualitativamente e quantitativamente raffrontabili con lo scenario africano, si aggiungerà la vulnerabilità europea in campo energetico, caratterizzata dalla quasi totale dipendenza dalle forniture provenienti da altre parti del mondo (90% per il petrolio e 80% per il gas naturale), particolarmente dal Nord Africa e dal Vicino Oriente. I caratteri di questa debolezza non risiederanno tanto nell’accesso agli idrocarburi, bensì nella capacità delle grandi imprese dell’energia e degli stati di effettuare investimenti in tempo utile per evitare pressioni enormi costantemente esercitate sulle forniture e aumenti incontrollabili dei prezzi. Questo equivale, per riflesso, a ritenere che la possibilità di controllo del ciclo e del mercato dell’energia sia la chiave di volta per uscire dalla crisi, senza lasciare spazio alle decisioni autonome dei paesi produttori ed entrando in competizione aspra e diretta con gli altri grandi consumatori (Cina e India in primo luogo). La chiosa finale che il documento appone all’analisi delle minacce esterne gravanti sull’Europa del 2025 non lascia adito a dubbi: “In questo e in altri modi, gli interessi europei in materia di sicurezza potrebbero essere sfidati da tensioni crescenti non solo nelle aree vicine ma anche in altre parti del mondo”.
La trasformazione dei conflitti nell’era dell’informazione
Par dunque di capire che lo studio individui nelle pressioni migratorie provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente e nella lotta per l’accaparramento delle risorse energetiche le due principali sfide portate alla sicurezza dei paesi europei nei prossimi due decenni.
Sul fronte interno, invece, il compito dei pianificatori della politica di difesa sarà reso sempre più difficile e sottoposto a vincoli dall’azione di tre dinamiche. La prima, collegata all’invecchiamento della popolazione e alla modesta crescita economica con tassi di disoccupazione elevati, attiverà un conflitto sempre più aspro in merito all’allocazione delle risorse pubbliche tra gli stanziamenti per la previdenza e la protezione sociale e le spese militari (cannoni versus pensioni, sanità, sussidi di disoccupazione e protezione sociale). La seconda riguarderà la percezione del problema della difesa e della sicurezza da parte dei cittadini europei. Essi saranno sempre più contrari a lunghi e costosi interventi di proiezione di potenza, il cui scopo sarà quello di occupare e stabilizzare paesi lontani in nome di interessi legati a progetti globali di dominio economico e politico, il tutto senza ottenere una vittoria che ponga fine chiaramente alla situazione conflittuale. Crescerà invece, con l’espandersi del disagio economico e sociale, la preoccupazione per lo stato della sicurezza interna e i contribuenti potrebbero premere per aumentare gli stanziamenti in questo settore a scapito della Difesa. La terza, infine, è costituita dall’”effetto Cnn” - ovvero dalla capacità dei network dell’informazione di seguire e controllare lo svolgimento delle missioni - e dalla crescente attenzione concessa dalle opinioni pubbliche alle problematiche riguardanti la legittimità, il rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani connesse agli interventi militari all’estero.
Per affrontare questo scenario si dovrà tenere nella dovuta considerazione la trasformazione in atto nella natura dei conflitti, evoluzione che porta a definire la guerra come una combinazione tra il lavoro di raccolta, interpretazione e utilizzo delle informazioni e l’impiego dell’energia cinetica (potenza di fuoco, velocità ecc.). Queste saranno le caratteristiche degli scontri asimmetrici che segneranno il passaggio dall’età industriale all’era dell’informazione. In futuro, una simile trasformazione costringerà le forze armate europee ad applicare la loro potenza in contesti opachi simili a quelli iracheni o afghani. Le dotazioni delle truppe saranno basate su tecnologie già oggi conosciute (microelettronica, telerilevamento satellitare, sistemi di comunicazione, nanotecnologie), i cui avanzamenti saranno integrati e sfruttati per mettere a punto nuovi equipaggiamenti, realizzando sovente un aggiornamento continuo dei sistemi esistenti piuttosto che avviare programmi d’armamento ex novo.
commistione tra il civile e il militare
Ma la novità di rilievo, che già oggi si delinea, risiede nell’affermazione della ricerca e dell’industria
civile come motore dell’innovazione nel settore della produzione di sistemi a uso militare. Tempi brevi nell’applicazione delle nuove tecnologie, costi contenuti, efficacia, flessibilità e utilità concreta dei ritrovati caratterizzano le dinamiche innovative dell’industria civile, e proprio per questo esse guideranno tale trasformazione, rendendo sempre più indefinibile il confine tra ricerca e innovazione tecnologica civile e militare.
Lo scenario preconizzato dal documento dell’Eda mette così in discussione uno degli articoli di fede maggiormente propugnati dai sostenitori dell’industria bellica tradizionale: la capacità di quest’ultima di sviluppare nuove conoscenze e di applicarle con successo, riuscendo a imporre i propri modelli tecnologici. Ma una simile manifestazione di fiducia nelle potenzialità delle tecnologie a uso duale viene accampata per uno scopo ben preciso. L’Unione europea, infatti, difficilmente a breve e medio termine potrà impiegare risorse di bilancio per acquisire sistemi d’arma destinati a equipaggiare uno strumento militare europeo che non esiste. Proprio la doppia natura civile e militare di molte tecnologie e campi di ricerca, viceversa, consente di sbloccare immediatamente il meccanismo dei finanziamenti che vengono ufficialmente giustificati con la necessità di promuovere l’avanzamento tecnologico nei settori civili, facendo di tutto per occultare o sfumare le ricadute militari dei progetti.
Sulla scorta di queste considerazioni, la gestione delle crisi da parte dei responsabili della Pesc/Pesd dovrà poter contare su uno strumento militare multinazionale, flessibile, capace di affrontare spedizioni a lungo raggio (sostenute da una rete logistica di basi e servizi di tutto rispetto), in teatri d’operazione difficili. Il suo obiettivo non sarà la vittoria, nel senso tradizionale del termine, bensì la stabilità e l’equilibrio degli interessi, da raggiungere mediante l’applicazione di una sinergia costante tra gli strumenti civili e militari del potere, al fine di poter esercitare un’influenza a tutto campo. Come si può notare, l’establishment europeo del settore politico e industriale della difesa ritiene che nei prossimi due decenni le forze armate dei paesi dell’Ue affronteranno unicamente conflitti di tipo asimmetrico, funzionali a una logica di controllo di aree instabili in cui sono messi a repentaglio gli interessi economici e l’influenza esercitata dall’Europa.
Per incrementare le spese militari
Tale prospettiva si accorda con “l’imperativo dell’economia della difesa di consolidare la domanda sul mercato europeo degli equipaggiamenti militari”, incrementando le spese destinate alle acquisizioni di mezzi e servizi e alla ricerca e sviluppo, ma anche attingendo al di fuori del bilancio dei ministeri della Difesa le risorse necessarie per finanziare le proiezioni di potenza. Naturalmente dovrebbero essere ridimensionate le spese per il personale, ma a tal riguardo il documento sottolinea come la professionalizzazione delle forze armate, unita alle difficoltà di reclutamento causate dal declino demografico e alla necessità di disporre di molti uomini per presidiare le aree e i paesi occupati, manterranno elevati gli stanziamenti nonostante un crescente ricorso all’outsourcing, all’automazione dei processi e dei sistemi, alla riduzione delle unità dotate di sistemi d’arma che non sono adatti ad affrontare i nuovi scenari di conflitto (unità corazzate e squadriglie aeree), e all’impiego dei riservisti.
Una volta portato a termine un simile processo di trasformazione dei criteri di allocazione delle risorse e ottenuto un sostanzioso aumento delle disponibilità finanziarie, la base tecnologica e produttiva della difesa europea dovrebbe essere in grado di sostenere la competizione sul mercato mondiale, affrontando gli Stati Uniti (1) e gli altri grandi produttori ed esportatori di armamenti. In buona sostanza, la richiesta avanzata nel documento dell’Eda è quella di un sostanzioso e selettivo incremento delle spese militari nei paesi dell’Ue. Fin qui nulla di strano, vista la natura e gli scopi dell’Agenzia. Ciò che sorprende e lascia veramente interdetti per la pochezza e la superficialità delle analisi è proprio il quadro geostrategico e geopolitico del futuro paventato per giustificare l’aumento dei bilanci per la Difesa. Nel lavoro analitico, infatti, al di là della qualità non eccelsa dei dati presentati a sostegno delle tesi, spicca l’assenza completa di qualsiasi dubbio sulla evoluzione delle dinamiche sottese all’individuazione delle minacce.
Pericoli reali?
È pur vero che ci si trova al cospetto di un documento iniziale e sommario i cui limiti sono da ascrivere al “basso livello di codificazione” e alla “opacità” della Pesc/Pesd, ma già oggi sappiamo, ad esempio, che il processo di invecchiamento della popolazione europea non è così generalizzato e inevitabile. Non si fa nessun cenno, infatti, alla crescita della popolazione legata all’integrazione degli immigrati, né si ragiona seriamente sulle conseguenze che tale processo potrebbe avere sull’idea e l’organizzazione della difesa europea. Riguardo alla fatale stagnazione economica, è appena il caso di ricordare come in Europa esistano sin d’ora sia le conoscenze, sia le risorse necessarie per un rilancio degli investimenti e delle attività produttive, basato su programmi che mettano al primo posto il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, l’aumento della consapevolezza e coesione sociale, la salvaguardia dell’ambiente, lo sviluppo delle fonti energetiche alternative agli idrocarburi, la trasformazione dei sistemi urbani, produttivi ed energetici in senso ecologico. Non si comprende poi sulla base di quali potenziali pericoli per la sovranità e la libertà dei popoli europei complesse questioni di carattere sociale, demografico ed economico possano essere assimilate alla categoria delle minacce da affrontare con la politica di difesa e gli strumenti militari.
Quanto al pericolo costituito dai popoli emarginati dal processo di globalizzazione, è appena il caso di far notare come l’impegno politico, economico e culturale volto a far sì che queste popolazioni non siano e non si considerino degli sconfitti rappresenterebbe la miglior strategia preventiva delle tensioni e dei conflitti, la cui applicazione porterebbe vantaggi evidenti a tutti.
Il peso delle lobbies
In questo rapporto dell’Eda non vi è poi traccia di una riflessione approfondita sulle lezioni, già ampiamente note, impartite dalle guerre in Iraq e Afghanistan, fatto questo che accentua la carenza di acume critico del documento. L’argomentare è invece oltremodo chiaro quando si tratta di chiedere a gran voce l’aumento delle spese militari a livello nazionale e soprattutto europeo. È qui il caso di ricordare come tra coloro che hanno partecipato alla stesura del rapporto Eda figurino membri delle lobbies e di quei gruppi di pressione e consulenza che agiscono nelle sedi istituzionali europee e all’interno degli organismi politici decisionali dell’Ue al fine di ottenere il conseguimento degli obiettivi politici ed economici dell’industria a produzione militare: tutto ciò a palese dimostrazione di quanto sia radicata ed efficace la “funzione di traino” delle grandi imprese del settore rispetto alla politica. All’origine di tale costante opera di convincimento e condizionamento sta anche la consapevolezza dei grandi gruppi industriali del settore di non poter sostenere la propria crescita dimensionale, le dinamiche di internazionalizzazione delle attività e le relazioni con i mercati finanziari confidando esclusivamente sui bilanci nazionali.
Tra i 15.000 lobbisti di professione attivi nelle sedi europee, l’influente manipolo che cura gli interessi degli oligopoli armieri è particolarmente attivo. La sua azione ha avuto e continua ad avere un peso notevole nell’orientare la Pesc/Pesd: in futuro è certo che continueranno le pressioni sul livello decisionale politico per ottenere l’avallo normativo e il sostegno di bilancio al processo di espansione e consolidamento del complesso militare-industriale-finanziario europeo. Tutto ciò è avvenuto e avverrà in maniera sfuggente e nascosta, cercando di occultare la reale portata dei processi in atto dietro generiche affermazioni di principio veicolate dai mezzi di comunicazione di massa. La stessa natura della Pesc/Pesd facilita e faciliterà le dinamiche descritte poc’anzi; essa infatti “si trova ormai chiaramente al punto di intersezione fra la sfera solitamente nazionale e la sfera propriamente europea (e, a volte, globale). Si stenta insomma a identificare e isolare l’ambito preciso in cui le decisioni sono prese ed eseguite, il tipo di modalità effettivamente utilizzate, il ‘modello’ applicato o da applicare ... La Pesc/Pesd, inoltre, si è venuta a situare in una zona grigia del paesaggio istituzionale europeo: tutto sommato, infatti, finisce per sottrarsi allo scrutinio e al controllo sia della Corte di giustizia europea ..., sia del Parlamento di Strasburgo - che ha solo poteri molto indiretti in materia di bilancio (una delle ragioni per cui, fra l’altro, le operazioni militari vengono finanziate del tutto al di fuori del bilancio comunitario) e la cui sotto-commissione Sicurezza e Difesa può tutt’al più organizzare audizioni con i responsabili del crisis management Ue -, sia, infine, degli stessi Parlamenti nazionali”.
Questo territorio di frontiera, dal profilo incerto e grigio è ancora oggi scosso da un’ulteriore contraddizione costituita dalla resistenza opposta ai processi di integrazione europea da parte delle politiche della difesa adottate dai grandi paesi come la Gran Bretagna, la Francia e la Germania.
Il monito lanciato all’inizio degli anni Sessanta dal presidente Eisenhower contro l’eccessiva e indebita influenza economica, politica e culturale esercitata dal complesso militare-industriale sulle istituzioni democratiche statunitensi è oggi quanto mai attuale anche in Europa.
NOTA
(1) La battaglia tra le due sponde dell’Atlantico già si preannuncia assai aspra. Prova ne sia lo scontro in atto tra la statunitense Boeing e il consorzio tra l’europea Eads e l’americana Northrop Grumman per aggiudicarsi uno dei contratti più importanti di questi anni: la fornitura al Pentagono di 179 aerei per il rifornimento in volo. Nonostante il mezzo proposto dalla Boeing sia inferiore rispetto a quello derivato dall’Airbus a330 sostenuto dal consorzio, il mondo politico statunitense appoggia compatto la prima azienda e non vede di buon occhio gli avversari proprio per la presenza della europea Eads, ritenuta un’impresa inopportunamente sostenuta e finanziata da potenze straniere; cfr.
This time it’s war, The Economist, 2-2-2008 (
www.economist.com/research/articlesBySubject/)