::: SEZIONI :::

HOME PAGE

SOMMARIO

ARCHIVIO

INDICI

LINKS

CHI SIAMO
------------------------------


 
ARCHIVIO
articolo della rivista numero 148

LA SPESA MILITARE DELLA “FORTEZZA EUROPA”

di Achille Lodovisi

Secondo i dati del Sipri, le spese militari europee sono fortemente concentrate: nel 2006 Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Spagna hanno coperto il 75,1% degli stanziamenti dell’intera Europa occidentale e i loro investimenti per le forze armate sono quasi tre volte e mezzo superiori (348,2%) a quelli di tutti i paesi dell’Europa centrale e orientale. L’evoluzione degli stanziamenti per la Difesa dei cinque paesi nel periodo compreso tra il 1988 e il 2006 mostra come solo la Spagna abbia mantenuto sostanzialmente costante l’ammontare delle spese militari, facendo registrare una lieve flessione tra il 1994 e il 1999.
Nel caso della Germania, viceversa, si può parlare di una consolidata tendenza al ridimensionamento del bilancio della difesa tra il 1988 e il 2006 (-33,4% in termini reali). Tale dinamica trova certamente spiegazione da un lato nella fine della Guerra fredda, dall’altro nella necessità di disporre di risorse da impiegare nel lungo e problematico processo di integrazione dell’ex Germania orientale.

CHI HA AUMENTATO GLI STANZIAMENTI
L’Italia a partire dal 1996 ha aumentato gli stanziamenti sino a portarli a 34,9 miliardi di dollari nel 2004, anno in cui si è registrato un incremento reale del 15,9% rispetto al 1988. La dimensione del bilancio per la Difesa italiano è ritornata a livelli paragonabili a quelli raggiunti negli ultimi anni della Guerra fredda solo nel 2006, quando una contrazione degli investimenti pari al 10,7% rispetto all’anno precedente ha fatto scendere il rapporto tra spese militari e Pil sotto il 2% (1,7%), livello che costituisce la soglia d’ingresso richiesta dalla Nato ai nuovi paesi membri dell’Europa centrale e orientale.
Gran Bretagna e Francia hanno seguito un percorso simile, anche se le loro spese militari nel 2006 non hanno raggiunto i valori fatti registrare tra il 1988 e il 1991.
I fattori generali che hanno influenzato tali andamenti sono essenzialmente tre: il primo è rappresentato dai costi associati al processo di ristrutturazione e trasformazione delle forze armate, della loro struttura e dei loro compiti dopo la fine della Guerra fredda; il secondo dagli incrementi di spesa destinati a finanziare le missioni all’estero; il terzo dalla necessità dei governi di porre sotto controllo il meccanismo di crescita della spesa pubblica per rispettare i parametri del patto europeo di stabilità e crescita.
In Germania quest’ultimo fattore ha fortemente condizionato le scelte in materia di bilancio della Difesa e non ci sono segnali concreti di una prossima inversione di tendenza che porti a una espansione significativa delle spese militari, nonostante il miglioramento della situazione economica generale e la ribadita volontà espressa dal governo di mantenere gli impegni internazionali relativi allo schieramento di truppe in Afghanistan e in altre situazioni di crisi.

L’ITALIA
Per l’Italia l’abbandono della leva con il passaggio a forze armate composte da professionisti e la partecipazione attiva alle missioni ha comportato un incremento dei costi che è stato affrontato, come evidenzia il Sipri, con un bilancio militare vincolato in senso restrittivo dalla necessità di rispettare il rapporto tra deficit dei conti pubblici e Pil, previsto dal patto di stabilità e crescita. Contemporaneamente l’economia italiana ha fatto registrare tassi di crescita inferiori a quelli degli altri paesi europei. L’insieme di questi fattori ha creato una situazione per certi aspetti paradossale. Nel 2007, dopo il ritiro dall’Iraq, il paese ha mantenuto la presenza di 6.790 militari in missione all’estero impegnati soprattutto in Afghanistan, Libano, Kosovo e Bosnia; per tre anni (dal 2003 al 2006) il totale degli effettivi schierati fuori dai confini nazionali ha raggiunto le 11.170 unità. Si tratta di una partecipazione numericamente di tutto rispetto alle operazioni congiunte in ambito Nato, Onu e Ue, che a partire dal 1999 è stata condotta in un contesto caratterizzato da evidenti errori di valutazione concernenti il reale andamento dell’economia, dalla progressiva diminuzione delle risorse a disposizione, dai costi crescenti delle operazioni, dai contrasti politici relativi all’opportunità o meno di destinare le magre disponibilità di bilancio alla modernizzazione delle forze armate e alle missioni militari all’estero, penalizzando altri impieghi nei settori sociali, degli investimenti in infrastrutture o nella pubblica istruzione.
In sintesi, alla metà dell’attuale decennio tutti questi nodi stanno venendo al pettine e la sensazione è quella di essere al cospetto di un paese che ha fatto il “passo più lungo della gamba”. Gli stessi programmi di acquisizione di nuovi sistemi d’arma, su cui si basava il progetto di ammodernamento dello strumento militare per renderlo sempre più adatto a svolgere missioni all’estero in ambito multinazionale, sono stati posticipati o ridimensionati, mentre a partire dal 2005 si è fatto ricorso a finanziamenti straordinari extra budget per assicurare la gestione ordinaria della manutenzione dei mezzi e delle infrastrutture.

LA GRAN BRETAGNA
Uno scenario per certi aspetti analogo si può riscontrare anche in Gran Bretagna, benché in questo caso, grazie a un buon livello di crescita economica, manchino i caratteri di vera e propria emergenza per la finanza pubblica. Il prolungarsi e l’intensificarsi delle operazioni militari condotte dalle truppe britanniche in Afghanistan e Iraq ha fatto salire vertiginosamente le spese; nel frattempo il bilancio dello stato ha dovuto far fronte all’incremento degli stanziamenti per la sanità e per la pubblica istruzione previsti dai programmi governativi che hanno consentito agli esecutivi laburisti di godere di un buon consenso tra l’elettorato. A partire dal 2003, dopo anni di riduzione delle spese militari, l’ammontare del bilancio per le forze armate è tornato a crescere nell’evidente intento di assicurare le risorse sia per i “cannoni” che per il “burro”. Tale svolta non sembra essere stata sufficiente per risolvere i problemi sul campo: per tutto il 2006 e nel 2007, infatti, si sono susseguiti i rapporti e le relazioni che hanno denunciato le carenze dell’equipaggiamento, della logistica e dell’addestramento, nonché gli errori strategici e tattici commessi da vertici politico-militari, la demotivazione e la stanchezza delle truppe al fronte. La situazione critica è stata affrontata dal punto di vista finanziario acquistando beni e servizi dai privati, con contratti del valore di 26 miliardi di sterline (50 miliardi di dollari) distribuiti nei prossimi trent’anni. Tale massiccio ricorso all’outsorcing ha suscitato molte perplessità e polemiche, incentrate sul rischio che una simile scelta comporti la perdita di autonomia e flessibilità nelle scelte di allocazione delle risorse e un aumento dei costi legato alle difficoltà di accollare ai fornitori gli incrementi dei prezzi che si verificano in corso d’opera.
A ben vedere, tuttavia, i problemi di fondo riguardano la sostenibilità di decisioni che hanno impostato la politica militare britannica sull’idea che il paese debba continuare a essere una potenza di rango mondiale, dotata di un apparato militare capace di affrontare con mezzi nucleari e convenzionali eventuali potenze ostili e al tempo stesso in grado di affrontare uno scenario di guerra come quello iracheno o afghano. Se una simile strategia sta ponendo problemi seri agli stessi Stati uniti, è naturale che essa rappresenti una scelta assolutamente insostenibile per un paese come la Gran Bretagna. A Londra, forse più che a Washington, si è smarrito il senso della misura pensando di poter giocare ancora oggi un ruolo imperiale e tale obnubilamento sta accentuando i contrasti e la competizione tra le diverse armi per veder garantito il finanziamento a costosissimi programmi quali l’acquisizione dei 232 velivoli efa Thyhoon, di due grandi portaerei da 65.000 tonnellate, dei 150 aerei Joint Strike Fighter. L’acquisto di tali mezzi, che innegabilmente servono per affrontare uno scontro simmetrico con una potenza rivale, sottraggono di fatto risorse preziose reclamate a gran voce dai capi militari delle forze terrestri, allo scopo di aumentare il numero degli effettivi, migliorando inoltre le condizioni, le paghe e le dotazioni di mezzi degli uomini impegnati nelle guerre asimmetriche dell’Iraq e dell’Afghanistan.

LA FRANCIA
Il panorama appare leggermente diverso nel caso della Francia: nel 2006, per il quinto anno consecutivo, le spese militari sono cresciute del 2,2% a prezzi correnti (dato Iiss), e dello 0,4% a prezzi costanti 2005 (dato Sipri). Le risorse stanziate sono state destinate soprattutto ai piani di acquisizione di nuovi sistemi d’arma come i caccia multiruolo Rafale, gli elicotteri as665 Tiger e nh90 e i carri armati Leclerc, tutti mezzi prodotti dall’industria nazionale o da consorzi in cui quest’ultima detiene importanti quote di partecipazione. I grandi progetti di ricerca e sviluppo, tra cui figurano quelli riguardanti la costruzione di una seconda portaerei (in collaborazione con la Gran Bretagna) e del velivolo senza pilota (uav) Neuron, hanno ricevuto rispettivamente 700 e 638 milioni di euro, anche se il primo potrebbe essere cancellato dal nuovo governo. In questi ultimi anni, la gestione delle spese militari francesi appare dunque incentrata soprattutto sull’obiettivo del consolidamento dell’industria bellica nazionale mediante le commesse interne, per raggiungere il quale, senza venire meno ai parametri del patto di stabilità e crescita, si è scelto di diminuire le spese riguardanti le voci di bilancio non direttamente interessate ai piani di acquisizione degli armamenti.

L”ANOMALIA” ITALIANA
[Per quanto riguarda l’Italia, se ci basiamo sulle stime annualmente diffuse dall’Agenzia europea per la Difesa (Eda) vediamo che] l’incidenza delle spese per il personale sul totale degli stanziamenti per l’anno 2006 raggiunge il 78%, a fronte di una media del 51,5% per gli altri grandi paesi europei, mentre per quanto riguarda gli investimenti in equipaggiamenti e sistemi d’arma, l’Italia spende l’8,8% del bilancio contro il 20,27% in media di Gran Bretagna, Francia, Germania e Spagna. Tali dati dimostrano quanto le forze armate italiane siano lontane da quel modello di strumento militare sostenuto dall’ex segretario alla Difesa statunitense Donald Rumsfeld, e caratterizzato dall’impiego massiccio della tecnologia in sostituzione della forza lavoro militare. I conflitti in Iraq e Afghanistan hanno tuttavia clamorosamente smentito sul campo l’efficacia di una simile concezione della struttura e dei metodi operativi delle forze armate, facendo emergere prepotentemente la necessità di poter contare principalmente sul “fattore umano”, magari sostenuto da un apparato tecnologico appositamente sviluppato. Queste considerazioni non intendono sostenere che le forze armate italiane siano all’avanguardia nell’affrontare i conflitti incentrati sull’occupazione di un paese e sulle operazioni antiguerriglia. La questione sul tappeto è un’altra: lo strumento militare italiano è ancora in fase di trasformazione rispetto al modello degli anni della Guerra fredda e altrettanto si può dire, seppure in misura diversa, per le forze armate dei maggiori paesi europei. Il cambiamento è molto complesso e sta incontrando diversi ostacoli che non si limitano alle sole necessità di mantenere il controllo sulla spesa pubblica, ma afferiscono in larga misura a problemi di carattere politico.
Achille Lodovisi

 

 


 

 

Copyright 1993/2003 Guerre&Pace
. Mensile di informazione internazionale alternativa
Ed. e propr. Associazione G&P. Stampa La grafica Nuova, v. Somalia 8, Torino.
Autorizz. Trib. Milano n. 55 del 13/2/1993. Dir. resp. Walter Peruzzi