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articolo della rivista numero 148

Uno “stato d’eccezione”


di Giampaolo R. Capisani

La nascita del Kosovo, ennesima violazione della legalità internazionale, e i suoi effetti sulla politica di Mosca e sulle province separatiste ex sovietiche

“È la peggiore delle soluzioni, con l’eccezione di tutte le altre”.
(Winston Churchill)

Prishtina - 17 febbraio 2008 ore 15,49 - Viene “unilateralmente” proclamata l’indipendenza del Kosovo; il “Boulevard Bill-Klinton” (bizzarria della toponomastica balcanica) è gremito e strabocca di kosovari festanti, tra mortaretti, spari a salve, canti di gioia, bandiere statunitensi e albanesi con l’aquila bicefala (?). Le bandiere ufficiali, quelle del nuovo stato, che come da bando di concorso “reflect the aspirations of the people of Kosovo for integration into European and Euro-Atlantic institutions”, con in giallo la cartina del Kosovo e le sei stelle (cioè le sei etnie ufficialmente riconosciute nel paese) in campo blu, spiccavano invece per la loro assenza. Comunque sia, come da comunicato ufficiale, le tonalità dei colori “nazionali” (giallo e blu) saranno rigorosamente identiche a quelle del vessillo della Bosnia Erzegovina e quindi… a quelle della bandiera dell’Unione europea. Scene di gioia a priori condivisibili, se questa vicenda chiudesse con definitiva certezza una lunga e dolorosa fase storica, contrassegnata da decenni di mutua oppressione, da pulizie etniche e da decine di migliaia di morti, in primo luogo civili. In altri termini, se questo evento non fosse che l’ultimo sussulto, il requiem finale della “dissoluzione” jugoslava; potrebbe tuttavia accadere, però, che l’indipendenza del Kosovo rappresenti piuttosto l’ennesimo episodio, l’inaugurazione di una fase inedita dell’instabilità balcanica, aggravata dalla  creazione di un “prototipo giuridico” internazionale.

Quali precedenti, quale futuro?
Anche la stampa internazionale sembra interrogarsi sul futuro. Inizialmente è parsa cristallizzarsi attorno a tifoserie filo anti-indipendentiste, in seguito ha invece per lo più assunto una posizione attendista e riflessiva, che insiste piuttosto sulle conseguenze ancora incognite che questo precedente genera sul piano del diritto internazionale (cioè della sua violazione) e pertanto sul significato dell’effettiva posta in gioco, che già da oggi appare di grande rilievo. Qualcuno ha evocato la “grande Albania”, ricordando la presenza albanofona nel nord della Grecia (Ciameria), nel Montenegro, nella valle di Presevo (Serbia meridionale) e in Macedonia (dove corrisponde a circa il 20-30% della popolazione) e ha citato i “moti” albanesi di Tetovo del 1999 e del 2001. Soprattutto la stampa italiana ha dimenticato di rievocare il fatto che questi territori hanno già fatto parte dell’Impero italiano, poiché l’Albania venne occupata nel 1939 e dalla primavera del 1941 l’Italia fascista annettè anche l’intero Kosovo-Metohija, la Ciameria, la vallata di Presevo, la Macedonia occidentale e con forma diversa anche il Montenegro. Addirittura l’amministrazione fascista rimase stupita, di fronte ai pogrom anti-slavi, ebrei e tzigani che le milizie kosovaro-albanesi dei Vulnetari o dei Balli Kombaetar vi conducevano e che, dopo il 1943, vennero proseguiti dalla Divisione SS “Skanderbeg” (vedasi le ricerche di Hugo Wolf o George Thompson).

Una violazione, fra le tante...

Detto questo, va rilevato che gli analisti più attenti sul piano giuridico hanno subito intuito il pericolo. Del resto qualunque giovane avvocato ha imparato che in sede giuridica le sentenze “fanno giurisprudenza” e solo in questo senso trovano spiegazione almeno tre gravi conseguenze:
1) la netta spaccatura in seno all’Unione europea, con da un lato Parigi, Londra, Berlino, Roma (e Washington) e dall’altro Madrid, Lisbona, Atene, Sofia, Bucarest, Nicosia;
2) l’affermazione esplicita dei ministri europei (tra cui D’Alema) che il Kosovo costituisce un caso sui generis (richiesta della  Spagna, in voice della Presidenza slovena). In effetti la Risoluzione del Consiglio di sicurezza n. 1244 del 10 giugno 1999 (a tutt’oggi non abrogata) autorizzava l’Onu a stabilire una “presenza internazionale civile di un’amministrazione ad interim per il Kosovo che permetta alla popolazione del Kosovo di godere di un’autonomia sostanziale in seno alla Repubblica federale di Jugoslavia” (v. testo integrale su “G&P”, n. 61, luglio 1999);
3) l’atteggiamento duro e risoluto della Federazione russa. Mosca  ha chiesto all’Onu di dichiarare la proclamazione “unilaterale” d’indipendenza di Prishtina come nulla e non avvenuta, poiché ritiene violato il diritto internazionale (cioè la Carta dell’Onu e la Risoluzione 1244). Putin fino dal 15 febbraio definiva questa possibilità come “illegale e immorale” e il 22 dichiarava che “il precedente del Kosovo è un precedente terribile: de facto fa volare in pezzi tutto il sistema delle relazioni sociali esitenti”. Mosca è addirittura giunta al punto di evocare il “ricorso alla forza” con una determinazione a cui nemmeno nel periodo della “guerra fredda” si era assistito, con la sola eccezione, forse, della “crisi dei missili” del 1962. Dmitri Ragozin (rappresentante russo alla Nato) ha dichiarato: “Mosca si riserva il diritto di utilizzare la forza nel caso in cui l’Unione europea adotti una posizione unica, o che la Nato superi il suo mandato in Kosovo”.
Il fatto è che i “precedenti” in merito alla violazione del diritto internazionale sono ormai così numerosi da rappresentare la regola e non l’eccezione: guerra “umanitaria” in Kosovo, utilizzo offensivo di forze Nato, intervento militare in Iraq senza avallo Onu, detenzioni “illegali” a Guantanamo, con relativa e paradossale invocazione dei diritti umani (Birmania, Cina, Mauritania, Ciad, Iran e così via); ma anche solo rimanendo alla cronaca attuale: escalation militare israeliana a Gaza, offensiva turca nel Kurdistan irakeno, operazione colombiana contro le Farc in Ecuador, abbattimento missilistico di satelliti nello spazio, che ne infrange l’inviolabilità militare…

La regola dello “stato d’eccezione”
Appare ormai evidente come ogni evento internazionale si determini alla luce di due considerazioni maggiori: il superamento del principio di sovranità nazionale e l’assunzione di una nuova realtà giuridica internazionale che fa proprio il concetto di “stato di eccezione”. Questo è il punto di vista che anche noi adottiamo, perché unicamente utilizzando questi due utensili teorici riusciamo a delineare una logica esaustiva della complessa realtà attuale, nella quale è inserita anche la vicenda-Kosovo.
In merito alla sovranità nazionale, le cui fondamenta storico-giuridiche erano state gettate con la Pace di Westfalia (1648), all’interno delle quali il modus dello sviluppo capitalista avrebbe potuto pienamente dispiegarsi, con il successivo aggiornamento post-bellico di Versailles e di Yalta, essa  viene oggi sovradeterminata dalla riformulazione della cosiddetta “guerra giusta” (in primis quella tentata da Michael Walzer) e la sua effettualità appare sempre meno valida e destinata all’estinzione. In altri termini, quello che un tempo risultava di esclusiva pertinenza legislativa dei singoli stati, che trasferendo pacchetti di sovranità (all’Ocse, alle Ong, alla Bce, alla Nato ecc.) sono andati sempre più riducendosi come semplici “province” di un territorio unico, costituendosi così in “uno spazio non più limitato da confini”, uno spazio quindi, che in mancanza di approssimazioni migliori, abbiamo definito “imperiale”.
In secondo luogo, in questo spazio ormai unico, vige una “sospensione del diritto” paradossalmente legalizzata (jus-stitium), cui è stato dato il nome di “stato di eccezione”. L’inventore del concetto è stato Karl Schmitt, noto per il suo celebre aforisma: “Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione” (in Teologia Politica, 1922, ed. it. Giuffrè, 1992). Il tema è stato attualizzato da Giorgio Agamben (nella trilogia: Homo Sacer; Stato di eccezione e Quel che resta di Auschwitz) che descrive lo “stato di eccezione” come un vuoto giuridico, che si contrappone allo “stato di diritto” (poiché configura una situazione nella quale il diritto viene sospeso) e in qualche modo occupa una posizione mediana rispetto allo “stato di natura” (poiché assume nei confronti di quest’ultimo un aspetto pre-giuridico). Non solo, lo “stato di eccezione” può divenire “stato di eccezione permanente delle leggi”, condizione in cui l’eccezione diviene la regola. La ridefinizione profonda del diritto internazionale che stiamo vivendo sembra grosso modo testimoniare la validità della teoria.
Che poi il presupposto fondamentale dei testi di Agamben sia il fatto che oggi il rapporto tra diritto e vita (in quanto al diritto è connaturata la violenza) sia immediatamente sulla vita (o meglio sulla nuda vita), e che quindi oggi la “politica” sia diventata “biopolitica”, sarà oggetto di interventi ed approfondimenti che esulano l’economia di questo articolo.
Fatti propri questi presupposti, veniamo al Kosovo.

Uno stato senza sistema economico

Anzitutto la realizzazione materiale dell’indipendenza appare come economicamente insostenibile: la Kosova (“Kosove” è la dizione esatta del nuovo stato) è un paese montuoso, esteso all’incirca quanto l’Umbria, racchiuso tra Serbia, Montenegro, Albania, Macedonia e commercialmente fragile poiché sprovvisto di sbocchi portuali. Esso rappresenta l’entità statale più fragile e povera del continente europeo: secondo le stime del Fondo monetario internazionale il suo Pnl pro capite equivaleva nel 2005 a 1.500 Usd (circa 1.000 euro) che, ammettendo l’aleatorietà dei dati disponibili, si situa bene al di sotto della Moldova (2.200 Usd) o della confinante Macedonia (8.400 Usd) o ancora della Bulgaria (11.800 Usd). La ragione è che il paese semplicemente non dispone di un sistema economico: le infrastrutture, così come il tessuto industriale, sono inesistenti; l’essenziale delle entrate è costituita per un terzo dalle rimesse in valuta della diaspora, inviate dai lavoratori emigrati e per il rimanente dall’aiuto internazionale. L’attività produttiva si riduce al settore edilizio e ai servizi di base: ristorazione, trasporti ecc. Le esportazioni consistono nella vendita di ferraglia, mentre l’unico progetto di rilievo in corso di realizzazione è quello di una nuova centrale elettrica a lignite (l’unica risorsa naturale del paese) che non dovrebbe entrare in servizio prima del 2012.
La disoccupazione è stimata circa nel 45% della popolazione attiva. La popolazione ammonta a poco più di un paio di milioni d’individui, per l’87% albanesi; le enclaves serbe raccolgono all’incirca il 10% degli abitanti; le altre componenti, enfaticamente promosse al rango di etnie, meritatesi la dignità della stella sulla bandiera nazionale, non sono che esigue minoranze di bosniaci, tsigani-rom, turchi e gorani (cioè slavi musulmani).

Una consistente “economia parallela”

Vale invece la pena di sottolineare il vigore di una consistente “economia parallela” che, similmente ad altre aree del mondo giuridicamente indefinite, prospera grazie al contrabbando e ai commerci illegali, data la mancanza di un regime doganale. Il Kosovo rappresenta una zona grigia nella quale la corruzione e i traffici di ogni tipo (prioritariamente eroina, ma anche armi e reti di prostituzione) si sono sviluppati, utilizzando inizialmente i reseaux maquisard dell’Uck (Esercito di liberazione del Kosovo), ed è strutturato secondo basi claniche, come del resto la società kosovara. Per questa ragione il piano del mediatore dell’Onu, l’ex presidente finlandese Martti Athisaari, preconizzava nel marzo 2007 un’indipendenza condizionata a una supervisione internazionale; quindi i 16.000 uomini della Kfor (Nato) e quelli della Minuk (Onu), verranno affiancati dall’Eulex (Ue), circa 2.000 tra giudici, doganieri e poliziotti che dovranno anzitutto debellare la corruzione di cui sono vittime i ministeri, la polizia e la giustizia e contrastare la potenza del crimine organizzato: un buon esempio di nation building!
Si tenga conto infine che la “via balcanica” al riconoscimento della “zona grigia”, ad esempio intrapresa da Slovenia e Montenegro, è stata semplicemente quella della legalizzazione del gioco d’azzardo e della prostituzione.

Le origini dell’Uck

Pure apparendo paradossale, la nascita sui rilievi montuosi della Drenica dell’Uck si deve a un gruppo d’intellettuali albanesi di lontana origine marxista-leninista (o meglio enverista), frutto della rottura con la Jugoslavia (1948) e della rivendicazione delle terre “albanofone”, condotta da Enver Hoxha.
L’attuale primo ministro Kosovaro Hashim Thaci, il cui nome di battaglia era “Serpente”, aveva già verso la metà degli anni Novanta guidato diversi attacchi mortali contro distaccamenti di polizia serbi, per i quali nel 1997 venne condannato in contumacia a 22 anni di prigione. Nel 1999 per volere dall’allora segretario di stato Madeleine Albright, viene nominato a capo della delegazione kosovara al tavolo di discussione (o ultimatum?) di Rambouillet (6-23 febbraio 1999). Il fallimento delle trattative, determinerà il 24 marzo l’intervento militare della Nato contro la Serbia. La figura di Thaci si affermerà gradualmente su quella del leader pacifista Ibrahim Rugova, la cui politica di “resistenza passiva” aveva mostrato i propri limiti di fronte al regime poliziesco di Milosevic. Nell’aprile 1999 Thaci si autoproclamerà primo ministro di un governo effimero, ma in giugno assisterà alla capitolazione di Belgrado e al ritiro delle forze e dei profughi serbi. Per vincere le elezioni dovrà però aspettare otto anni, cioè il novembre 2007, quando il Pdk (Partito democratico del Kosovo) fondato nel 2000 da ex guerriglieri dell’Uck, in parte riconvertitisi anche nella protezione civile (Tmk), formerà un governo di coalizione (di cui sarà primo ministro) con la Ldk (Lega democratica del Kosovo) di Rugova, un’alleanza resa possibile solo dalla scomparsa di quest’ultimo, con il quale ebbe a intrattenere sempre pessimi rapporti. Grande amico del premier albanese, Sali Berisha, ha recentemente  puntato sul rilancio islamico e chiesto invano alla Conferenza dei paesi islamici di riconoscere la Kosova.

Il “caso” Kosovo e le province separatiste ex sovietiche

Pochi giorni dopo quella che Belgrado definisce “secessione” illegale e che la Ue chiama “indipendenza”, punti di vista opposti che hanno visto scatenarsi una battaglia di esegesi interpretative (è appena il caso di ricordare la profonda differenza che intercorre tra Guerra d’indipendenza -1775/1783- e Guerra di secessione americana -1861/1865-) praticamente tutte le province separatiste ex sovietiche risultavano in ebollizione: l’Ossezia meridionale e l’Abkhazia (v. Crogiolo a stelle e strisce, in “G&P”, n.108, aprile 2004), la Transnistria, il Nagorno-Karabakh… più discretamente Tatarstan e Crimea.
Ad esempio, l’Ossezia meridionale - regione separatista pro russa della Georgia - il 5 marzo ha chiesto alla Russia, all’Onu e all’Unione europea di riconoscere la propria indipendenza, già proclamata nel 1990 ma a tutt’oggi non riconosciuta da alcuno stato. La dichiarazione del parlamento osseto sottolinea il proprio diritto all’autodeterminazione poiché ha deciso di “non vivere più con la Georgia, in seno a un medesimo stato”. Il suo presidente Eduard Kokojty ha poi ribadito: “Chi dice che il Kosovo è un caso unico? Perché la Jugoslavia è crollata? E allora noi? Abbiamo ben più diritti all’indipendenza”. Egli ricorda poi che già il 99% degli osseti utilizza passaporti russi, mentre Gazprom sta costruendo un gasdotto che lo collega alla Federazione russa.
L’Abkhazia, altra repubblica autoproclamata, un tempo georgiana, ha reso noto per voce del suo presidente Serguei Bagapch la medesima rivendicazione. Resasi di fatto indipendente alla fine degli anni Novanta, è in tensione aperta con Tbilis; negli anni ha preferito il rublo al lari (la moneta georgiana), anche perché le pensioni vengono pagate da Mosca. Per questi motivi la Georgia fin da subito ha considerato grave e illegale l’indipendenza del Kosovo.
Sempre nel Caucaso abbiamo poi il territorio del Nagorno-Karabakh, focolaio di un conflitto mai estintosi tra Armenia e Azerbaijan. Oggi Baku teme il riconoscimento della repubblica autoproclamata come conseguenza della Kosova e per protesta ha deciso il ritiro dei 34 uomini che vi aveva inviato nel 1999. Anche la Transnistria, repubblica russofona della Moldova, si prepara a dichiarazioni dello stesso tenore. Mosca, che talvolta ha evocato questa possibilità, non pare oggi disponibile a darvi corso, poiché rappresenterebbe un precedente pericoloso in una zona come quella del Caucaso del sud, (Ciscaucasia) nella quale la tentazione indipendentista è ricorrente (Cecenia, Inguscezia, Kalmukia…).

Il “caso” Kosovo e il conflitto energetico
Abbiamo già descritto (in Il conflitto energetico, in “G&P”, n.136, febbraio 2007) l’insediarsi di un conflitto energetico di rilievo tra la Russia e un certo numero di paesi europei, che sostenuti da Washington condividono una visione “euro-atlantista” (la Nuova Europa americana). Tale confronto si sviluppa sulla base di progetti diversi e alternativi di pipelines che dalle aree di produzione devono raggiungere l’Europa. Per Mosca, oltre ad aspetti tattici come la partecipazione alla distribuzione diretta del gas ad alcuni industriali europei, la strategia-guida è quella di aggirare i paesi nei quali transitano attualmente i gasdotti, ormai inaffidabili a causa delle ricorrenti dispute che li oppongono a Mosca, provocando “guerre del gas” e shortage nei paesi europei: Stati baltici e Polonia sul versante nord, Ucraina e Bielorussia su quello sud.
Questa logica viene perseguita con i progetti North Stream (da Vyborg, a nord di San Pietroburgo a Greifswald in Germania) e South Stream. In merito a quest’ultimo, inizialmente Mosca pensava a un potenziamento del russo-turco Blue Stream nel mar Nero, ma ora sembra orientata a un nuovo tragitto da Beregovaja a Varna (Bulgaria) che poi si dirama verso nord-ovest (Serbia, Ungheria, Austria) e verso sud, via Grecia e il canale di Otranto e raggiunge l’Italia (non a caso nella strategia del Cremlino i partner chiave sono italiani, cioè Eni e Snamprogetti). L’obiettivo è quello di superare il progetto Nabucco, fortemente voluto da Washington e avallato dalla Ue, che però oltre a costi esorbitanti non offre garanzie sugli approvvigionamenti d’idrocarburi transcaspici.
La Kosova rappresenta l’occasione per accelerare questa variante. Alla fine di gennaio, Gazprom aveva acquisito il monopolio petrolifero serbo Nis (Naftna Industrija Srbija). Il 26 febbraio la visita ufficiale a Belgrado di Vladimir Putin e Dmitri Medvedev (il futuro presidente russo) è stata l’occasione per rinnovare la tradizionale alleanza, oltre alla comune avversione al nuovo status del Kosovo (“la Nato non può sfidare l’Onu”), ma anche quella di sottoscrivere accordi di rilievo. Infatti il presidente (pro europeista) Boris Tadic firmava un (pragmatico?) memorandum d’intesa sulla creazione di una società mista tra la compagnia di stato serba Srbijagas e Gazprom, un protocollo di cooperazione che prevede, tra l’altro, un trentennale accordo di transito e partecipazione di Belgrado al gasdotto South Stream.
Se a questo aggiungiamo che un accordo-gemello era stato concluso solo una settimana prima con la Bulgaria e che l’adesione al South Stream del monopolio ungherese Mol è acquisito da tempo, il cerchio si chiude… e il progetto Nabucco muore così, ancora prima di nascere.

 


 

 

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