::: SEZIONI :::

HOME PAGE

SOMMARIO

ARCHIVIO

INDICI

LINKS

CHI SIAMO
------------------------------


 
ARCHIVIO
articolo della rivista numero 147

“Sicurezza” e “interessi vitali”


di Turi Palidda
L’ibridizzazione liberista degli affari militaro-polizieschi

La trasformazione dei problemi o conflitti politico-sociali in affari di polizia o militari è un fatto assai noto nella storia dello stato moderno in tutti i paesi. In Italia, basti pensare alla guerra al banditismo in Romagna e soprattutto nel Sud come affermazione violenta delle scelte economiche e sociali dello stato unitario a beneficio dei grandi proprietari terrieri e della borghesia industriale o ancora alla repressione violenta dei fasci siciliani e poi delle rivolte popolari per il pane con i colpi di cannone e di fucili dell’esercito di Crispi e Bava Beccaris.

PRATICHE POLIZIESCHE SEMPRE PIÙ MILITARI
L’illusione liberal-democratica di una progressiva pacificazione dopo la seconda guerra mondiale aveva indotto alcuni a pensare che l’opzione militaresca fosse destinata a sparire a favore delle negoziazioni pacifiche, della diplomazia e quindi dello sviluppo dello stato di diritto democratico. Invece, lo sviluppo neoliberale ha innescato un processo neoconservatore noto come Rma (Revolution in Military Affairs) a cui corrisponde anche la rivoluzione negli affari di polizia. L’asimmetria fra potere e lavoratori e fra ricchezza e povertà s’è sempre più accresciuta e ha alimentato la pretesa dei dominanti di imporre le loro scelte con la violenza. La libertà di massimizzare i profitti passa infatti attraverso l’erosione se non l’eliminazione dei diritti dei lavoratori e delle popolazioni (“basta lacci e lacciuoli”, basta contratti, basta libertà democratiche). Dal livello micro-sociologico (il caporale che impone con la forza le sue condizioni di superfruttamento, il padrone di casa quelle dell’affitto al nero, le varie polizie mobilitate per la “tolleranza zero”) al livello macropolitico (si pensi al G8 di Genova) sino al livello globale (la guerra permanente in Palestina, in Iraq, in Afghanistan e altrove ma anche la guerra alle migrazioni) si è innescato un vero e proprio continuum delle pratiche militaro-poliziesche.
Il supporto mediatico di tale processo gioca sull’esasperazione delle paure, delle minacce e della pericolosità dei nemici di turno: tutto diventa guerra ... all’insicurezza urbana, ai malesseri e problemi (gli ultrà, la monnezza, l’inquinamento, il bullismo, il degrado ecc.), alla delinquenza dei clandestini, al terrorismo. L’Occidente, l’Unione europea, le “nostre case”, la nostra democrazia, i nostri diritti, il nostro benessere (?) vanno difesi con ogni mezzo, ogni sacrificio anche delle libertà personali, è indiscutibile. Chi mette in dubbio l’aumento di poteri e finanziamenti alle forze militari e alle polizie, ai controlli postmoderni è contro la democrazia e contro i diritti umani, è un amico dei pedofili, dei terroristi, dei trafficanti di esseri umani, delle mafie, dei rom e clandestini assassini ... o degli abortisti. Mediazioni? Diplomazia? Prevenzione sociale? Sono bestemmie! Basta con gli infingimenti! La tortura è indispensabile! La pena di morte? Discutiamone solo se si parla di abolire la legge sull’aborto. Gli Ogm? Chi li sradica è un terrorista e deve essere sottoposto al prelevamento coatto del Dna (si fa già in alcuni paesi). I graffiti ? Sono attentati alla qualità della vita e al patrimonio! I graffitari vanno perseguiti e puniti con la massima severità! (non sfuggiranno ai nuovi sistemi di videosorveglianza).

INTRECCIO TRA FINANZA, TECNOLOGIA E AFFARI MILITARI
Com’è noto la rivoluzione neoconservatrice vuole essere la sintesi dell’intreccio fra rivoluzione finanziaria, rivoluzione tecnologica e quella negli affari militari (1).
Lo sviluppo delle nuove pratiche militaro-poliziesche su scala locale e globale comincia alla fine degli anni Settanta quando gli Stati uniti decidono di non tollerare più le pretese di indipendenza o di autonomia dei loro subalterni o dei loro ex servi. Dal punto di vista tecnico si parla allora di considerare come nemici principali non solo l’Urss ma anche le rivendicazioni provenienti dai Sud; si crea quindi un dispositivo e un orientamento in grado di praticare guerre “infra-strategiche”, o a “bassa intensità”, o locali ecc. In altri termini, la cosiddetta guerra alle narcomafie o agli ex servi addetti ai lavori sporchi come Noriega o Sindona e lo Ior di Marcingus - per ristabilire la supremazia Usa - non si fanno certo con i vecchi arnesi militari ma con dispositivo e forze ibridi, cioè un mix fra servizi segreti dotati di tecnologie postmoderne, militari che sono anche capaci di lavorare come sbirri e poliziotti che sanno passare alle azioni militari. Ci si ricordi anche del riciclaggio sempre più importante di agenti e frazioni dei servizi segreti nelle guerre finanziarie o industriali - si pensi ai sicari economici come Perkins e all’affare Telecom (2) -, ma anche delle nuove tecniche di guerra psicologica e nella comunicazione (vedi creazione di media e ong embedded a fianco delle potenti agenzie di polizie private o contractors addetti al lavoro sporco, che non si lascia più a prestatori di servizio a rischio di autonomizzazione quali erano diventate le mafie).

MILITARIZZARE PER “COPRIRE” LE ATTIVITÀ ECONOMICHE
Uno degli aspetti più trascurati nella controinformazione e nelle analisi delle pratiche militaro-poliziesche di questi ultimi trent’anni è in particolare il nesso sempre più stretto fra le effettive motivazioni di queste pratiche e gli affari economici. Le guerre vere e proprie e quindi le missioni militari all’estero non si fanno solo per conquistare il controllo di territori indispensabili alle lobbies del petrolio o di altre risorse naturali o perché è l’unico modo di consumare i prodotti dell’industria militare o ancora per sperimentarne di nuovi così come nuove tecnologie da trasferire poi nel mercato civile (tutta la panoplia dei sistemi di sicurezza, controlli postmoderni, comunicazione, armi “intelligenti” e armi di distruzione di massa). Si tratta anche, e spesso soprattutto, di impegni che sono indispensabili per “coprire” le molteplici delocalizzazioni delle attività economiche dei paesi dominanti nei paesi terzi. Per esempio, se l’Italia non fa la guerra alla Serbia, non va in Iraq, in Afghanistan e altrove come chiedono gli Stati uniti e gli alleati dei paesi del G7, le attività economiche italiane disperse in tutte il mondo rischiano di morire (dagli attentati a impianti, canali di trasporto ecc. ai sequestri di personale italiano come in Niger, azioni che possono essere fatte da “guerriglieri” o “terroristi” lasciati fare se non istigati dai servizi degli alleati/nemici).
In altre parole, la globalizzazione economica dell’economia impone i costi delle attività militaro-poliziesche e pseudo-umanitarie su scala mondiale, altrimenti si perdono spazi di azione e di mercato, compresi ovviamente quelli direttamente legati alle joint-ventures, alla produzione e commercializzazione dell’industria militare (se l’Italia non va in Afghanistan o in Libano gli Usa tagliano i rapporti in questo settore). E quest’industria non produce più solo armi e sistemi d’arma sempre più sofisticati ma anche la panoplia dei dispositivi dei controlli postmoderni destinati sia alla sicurezza urbana, sia al controllo della produttività anche immateriale, sia al marketing (3). È quindi anche per questo che l’ibridizzazione militaro-poliziesca e l’escalation delle sue pratiche è diventato il business del XXI secolo non solo per logiche puramente militari o di polizia.
Il termine "sicurezza" ha quindi acquisito un senso totalizzante: gli "interessi vitali" dell’Occidente e di ogni paese dominante spaziano dalle minacce interne a quelle esterne; la gamma dei nemici dei paesi ricchi somma a quelli tradizionali/abituali sempre più nuovi (mafie, terrorismi, narcotraffico, migrazioni clandestine, guerra delle comunicazioni, guerra finanziaria, insicurezza urbana, rivolte giovanili ecc.).

Da disordine sociale ad atto di guerra
In tale processo di ibridizzazione militare-poliziesca il governo della sicurezza all'interno dei paesi "democratici" sperimenta caso per caso l’articolazione fra il lasser-faire (che assicura la riproduzione di disordine, allarmismi e quindi giustificazione della “tolleranza zero”) e le pratiche di guerra. L'uso dei "pattuglioni" e la quasi militarizzazione periodica dei territori urbani considerati più problematici, le pratiche violente nei confronti dei rom e degli immigrati, gli scontri con gli ultrà, le violenze in occasione delle manifestazioni contro il G8 a Genova: in tutti questi casi non è stato casuale il ricorso a pratiche militaro-poliziesche e l'uso del termine guerra (contro l'insicurezza, contro l'immigrazione clandestina, contro gli ultrà, contro i sovversivi/noglobal ecc.) con anche l'impiego di reparti sperimentati in situazioni di conflitto armato (l'esempio più significativo è l'impiego al G8 di Genova del Tuscania già rodato in Somalia, dove alcuni suoi membri furono accusati di torture) (4). In altri termini, sia le violenze di strada, sia quelle - comprese le torture - nelle carceri, in caserme, stazioni di carabinieri, commissariati di polizia e cpt (fatti ormai documentati anche in atti giudiziari e in rapporti di Amnesty e altre ong), mostrano che ogni fatto che prima veniva considerato come episodio di disordine sociale diventa una sorta di attacco di un nemico politico a cui le forze di polizia e militari rispondono come a un atto di guerra.
Il governo dell'assetto sociale liberista non è più lo stesso di quello dell'organizzazione politica della società "industriale", quindi, la risposta all'insicurezza e la ricerca della sicurezza non possono più attenersi al paradigma democratico che consiste nell’articolazione fra prevenzione sociale, prevenzione di polizia, repressione e sanzione penale, cioè educazione e rieducazione, recupero di tutte le energie, integrazione e reintegrazione (e anche "riduzione del danno"). La grande destrutturazione innescata dalla fine della modernità ha indebolito o eliminato le istituzioni sociali che assicuravano la gestione del disordine e quindi la ricostruzione anche se temporanea dell'ordine; il governo neoliberale difende uno sviluppo che di fatto aumenta l'instabilità, la flessibilità, la mobilità, l'estrema competitività, su scala locale e mondiale; di fatto non ha alcuna importanza se ci sia o meno aumento dei reati e dei comportamenti devianti (5).

INCERTEZZA-PAURA-BUSINESS SICURITARIO
Il nuovo assetto economico e sociale genera sempre più un'insicurezza fra i subalterni che è nei fatti antitetica a quella dei dominanti angosciati dal timore di perdere il controllo sui primi e quindi la facoltà di imporre quelle condizioni di lavoro e di vita insopportabili di cui si nutre tale sviluppo. Cresce l'area semi-sommersa e sommersa e quindi un universo di lavoratori con sempre meno diritti o di veri e propri "senza-diritti". Come osserva Bauman, l'Unsicherheit si configura come l'insicurezza-incertezza-paura tipica delle persone più colpite dai processi di destrutturazione liberista.
Il rilancio continuo delle paure e del terrore giustificano il sicuritarismo e quindi la delega assoluta al potere e ai dispositivi e forze poliziesche e militari. Parte dei subalterni finisce per credere che la causa dell'insicurezza stia nella criminalità, nell'immigrazione clandestina e che la rassicurazione possa essere garantita da più polizia e più penalità. Le polizie sono proposte come l'unica istituzione attiva dalla quale la popolazione dovrebbe avere soluzioni onnicomprensive e taumaturgiche.
Lo sviluppo liberista non può fare concessioni, non può praticare la negoziazione pacifica che in quanto tale implica riconoscimento di diritti. L’ossessione per il controllo imposta dagli attori forti favorisce l'ascesa straordinaria del business sicuritario. Il sicuritarismo impone anche la conversione poliziesca del trattamento sociale, recluta i suoi embedded fra le ong al pari di come si fa nei teatri di guerra. L'enorme e tentacolare dispositivo sicuritario non serve a prevenire, né a colpire la cosiddetta criminalità diffusa, ma tutta la società è impegnata a pagarne i costi sempre più alti. La tolleranza zero s’è imposta agitando la falsa idea dell'aumento della criminalità urbana, la guerra all'Afghanistan e all'Iraq è stata giustificata con la menzogna e la guerra al nemico globale non riduce le paure e le insicurezze di chi vive in condizioni di sempre più grave incertezza.

CRESCONO MILITARIZZAZIONE E DEGRADO
In questo contesto la cosiddetta emergenza monnezza in Campania diventa una questione di ordine pubblico e  conduce quindi alla nomina a commissario straordinario del grande ex capo della polizia (6). Cos’è che ha prodotto questa emergenza ? Come è possibile che da decenni i rifiuti tossici di mezza Europa se non vanno a finire in Somalia e in altre zone disgraziate del mondo (sotto protezione tacita di tali traffici dei militari Nato in missioni di peacekeeping o peaceenforcing -come quelli che conobbe purtroppo Ilaria Alpi) arrivano indisturbati in Campania o in altre parti d’Italia (quarantamila Tir in due anni, secondo le indagini della magistratura - vedi scritti di Ciro Tarantino).
Perché le amministrazioni locali di tutt’Italia - e non solo della Campania, sia di destra che di sinistra - sono così solerti per la “tolleranza zero” mentre hanno trascurato o fatto anche peggio nel campo dell’igiene, della sanità, dei trasporti, delle scuole, della tutela dell’ambiente? Cos’è che spinge sindaci di destra e di sinistra, ministri e grandi opinion maker a considerare indiscutibili e invocare sempre nuove risorse per la sicurezza mentre lasciano nel degrado i servizi pubblici per i cittadini meno abbienti (7)? Sta proprio qui il successo neoconservatore, la sua distruzione non-creativa e violenta.
Secondo il libro verde del ministero delle Finanze i corpi di polizia dello stato contano oggi 334.245 dipendenti e le forze armate 137.342, la percentuale sul Pil di difesa e sicurezza interna è aumentata senza sosta. Questi dati non comprendono polizie municipali e polizie private, che insieme contano circa duecentomila dipendenti. Il governo Prodi ha aumentato le spese per il settore militare (8) e per il comparto sicurezza e ha anche confermato che le assunzioni dei nuovi poliziotti si faranno solo col reclutamento delle persone che hanno già fatto volontariato nelle forze armate, mentre i concorsi pubblici aperti a tutti non si fanno più da almeno un decennio. Si accentua così l’ibrido militare-poliziesco e la probabilità che a una delle prossime occasioni di ordine pubblico ci si trovi davanti ex militari sperimentati in Iraq o Afghanistan (tranne quelli colpiti dall’uranio impoverito).

(1) Vedi Dal Lago e Joxe, in “Conflitti globali”, n.1, 2005.
(2) John Perkins, Confessioni di un sicario dell'economia. La costruzione dell'impero americano nel racconto di un insider, Minimum Fax, Roma 2005; A. Giannuli, in Un mondo di controlli, “Conflitti globali”, 5-2007.
(3) Vedi Un mondo di controlli, “conflittiglobali”, 5-2007 (ivi articoli in particolare di Heilmann, Giannuli, Harcourt, G. Marx, Palidda e Sebesta); Palidda, Missions militaires italiennes à l’étranger: la prolifération des hybrides, “Cultures & Conflits”, 67-2007; Id., Las mutaciones de la gestión pacífica y negociada de la protesta social, in “Revista Contrapoder”, nº 10, 2007, p. 38-58; Id., Hybridisation between formal, informal and criminal, “International Journal of Social Economics”, special issue on the informal economy and organised crime, 2008.
(4) Vedi siti www.supportolegale.org  e www.processig8.org, www.piazzacarlogiuliani.org; www.veritagiustizia.it e il sito di Ilaria Alpi.
(5) Palidda, Mobilità umane, Cortina, 2008; Id., Ossessione sicuritaria e criminalizzazione degli esclusi, in A. Margara, S. Migliori, A. Scandurra, N. Solimano (a cura di), Ordine & Disordine, suppl. a “La Nuova città”, 2007, pp. 67-78
(6) È anche interessante notare che il prefetto De Gennaro sembra candidato a diventare presidente della Fincantieri o di qualche altra grande industria militare seguendo così la prassi ormai abituale secondo la quale ex militari diventano AD in tale settore, fatto peraltro vietato dalla normativa italiana (a proposito di conflitto d’interessi).
(7) Vedi Palidda, Il mercato della paura (I costi della sicurezza), in “Altreconomia”, 86-2007, p.26-27.
(8) Vedi Sbilanciamoci. È da notare il particolare impegno dei parlamentari Ds della Liguria, palesi rappresentanti della lobby dell’industria militare che in tale regione è molto importante e produce a livelli tecnologici assai sofisticati anche per i controlli postmoderni.

 

 


 

 

Copyright 1993/2003 Guerre&Pace
. Mensile di informazione internazionale alternativa
Ed. e propr. Associazione G&P. Stampa La grafica Nuova, v. Somalia 8, Torino.
Autorizz. Trib. Milano n. 55 del 13/2/1993. Dir. resp. Walter Peruzzi