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articolo della rivista numero 147

Sparigliare le carte


di Michele Nardelli

L’esito della vicenda Kosovo, dato per scontato, ritengo che avrebbe potuto invece essere evitato. Personalmente non sono né a favore, né contro: non credo che il referendum sull’autodeterminazione del Kosovo aiuti nel pensare un futuro per quel pezzo di regione che, non dimentichiamolo, sta nel cuore dell’Europa. La cosa che mi preoccupa è che negli otto anni dalla fine della guerra in Kosovo e in Serbia ci sarebbe stato tutto il tempo per trovare una soluzione condivisa, e invece non è stata cercata.

ASCOLTARE LE PARTI
Davanti a una situazione di conflitto la prima cosa da fare è quella di ascoltare le ragioni delle parti, anche quando queste non sono esattamente quelle che vorremmo perché inquinate da fattori preoccupanti dal punto di vista della criminalità.
Personalmente ho cominciato a fare cooperazione in Bosnia-Erzegovina andando a stringere la mano a Milomir Stakic, che era sindaco di Prijedor nel 1992 e poi nel 1996, condannato all’ergastolo come criminale di guerra dal tribunale dell’Aja per avere sulla coscienza migliaia di vite umane. Io ho fatto la scelta - quando in Italia si tendeva ad andare, che so, a Tuzla o a Sarajevo perché li era rimasta qualche forma di convivenza - di andare nella tana del lupo, di andare a costruire un progetto di cooperazione dove sembrava impossibile.
Ho fatto fatica a relazionarmi con questo soggetto perché non è facile entrare in comunicazione con chi sai che ha le mani sporche di sangue, ma per me è stato un insegnamento straordinariamente rilevante di come si possono evolvere positivamente le dinamiche dei conflitti. Sono andato a stringere la mano a un criminale di guerra per sentire le sue ragioni, esperienza che mi rimarrà dentro per tutta la vita perché lì ho cominciato a capire qualcosa di quello che era accaduto in Jugoslavia negli anni Novanta, cioè che la guerra non era stata etnica, che l’etnia non c’entrava nulla con quello che era accaduto ma che si trattava invece di una guerra post moderna, una guerra d’affari, che riguarda e sta dentro le dinamiche della globalizzazione dell’economia e della finanziarizzazione dell’economia.
Accenno a ciò perché ritengo che sia utile, interessante andare a sentire le ragioni delle parti e in qualche modo prendersene carico, assumerle su di sé come atteggiamento non violento, anche quando abbiamo a che fare con criminali di guerra. Ciò non significa che queste persone non debbano essere condannate per i reati compiuti, ma voglio sottolineare l’atteggiamento,  perché io credo che così dovrebbe fare chi si pone un problema di prospettiva di pace per quel territorio e di superamento della situazione di conflitto, perché il conflitto c’è e non è stato scatenato dalla Nato, era preesistente - non possiamo negarlo - ma l’intervento della Nato e della comunità internazionale non ha certo aiutato e anzi ha aggravato la situazione, così come avvenne già in Bosnia e in Croazia e in Serbia all’inizio degli anni Novanta, quando di fronte alla deflagrazione della vecchia Jugoslavia l’intenzionalità da parte dei paesi europei era quello di trovare il modo di spartirsi il bottino o comunque di creare proprie aree di influenza.

ANDARE OLTRE LA DIMENSIONE NAZIONALE
Bisogna capire quali sono le dinamiche del conflitto. Quindi noi in Kosovo siamo in presenza di un conflitto reale a fronte del fatto che entrambi i contendenti hanno, dal punto di vista del diritto internazionale, le loro ragioni: la Serbia perché rivendica la sovranità sul proprio territorio e perché in Kosovo ci sono le radici della cultura nazionale serba, le popolazioni albanese e kosovara perché rivendicano il diritto all’autodeterminazione, cioè rivendicano la sovranità nel territorio da loro abitato essendone di fatto la stragrande maggioranza, a prescindere dalla pulizia etnica fatta  in seguito all’intervento della Nato nel 1999.
Come si esce da questa partita, da questo conflitto? Io credo che se noi rimaniamo all’interno del paradigma dello stato-nazione non se ne esce e che l’unica possibilità che avevano le parti in conflitto e la comunità internazionale - ma anche coloro che guardano con una certa attenzione a quello che accade in quella regione - di uscire da una situazione di stallo difficilmente risolvibile era quello di fare uno scarto di pensiero che sapesse andare oltre la dimensione nazionale, laddove il concetto di autogoverno non deve assolutamente coincidere più con il concetto di autodeterminazione nazionale dei popoli. Credo che questo sia un nodo di non poco conto.

IMMAGINARE UNO STATUS INEDITO
Il 1 gennaio 1994, fuori dai riflettori internazionali, in Chiapas è iniziata una rivolta che ha posto il problema dell’autogoverno e non dell’autodeterminazione nazionale e se noi non usciamo dallo schema novecentesco dello stato-nazione non ne usciamo né in Kosovo, né in Serbia, né in Palestina, né in Chiapas, né in nessun’altra parte del mondo. Noi abbiamo un contesto internazionale che è già post nazionale, perché lo è l’economia, l’informazione, il movimento delle persone, ma continuiamo a ragionare come se nulla fosse accaduto, secondo gli schemi e le categorie interpretative del mondo che sono del secolo passato o di due secoli fa. Ciò non ci fa uscire dalla situazione, a meno che non vogliamo schierarci da una parte o dall’altra, cosa che noi non vogliamo fare, pena la radicalizzazione delle parti.
Come Osservatorio per i Balcani abbiamo cercato di fare, ancora nel 2004, una proposta diversa proponendo di fare del Kosovo la “prima regione europea”, partendo dalla necessità, dall’idea di trovare una modalità attraverso cui sparigliare una situazione altrimenti bloccata. Abbiamo anche definito quali potevano essere le coordinate, i punti di un percorso verso uno status inedito immaginando che quello scarto di pensiero, quella dimensione post nazionale potesse essere l’Europa, perché l’Europa nella sua idea è una dimensione post nazionale. Il problema è che la cultura post nazionale non c’è in Europa, non c’è nei nostri paesi, non ce l’abbiamo probabilmente neanche noi, non c’è sicuramente tra le parti in conflitto e dunque questa proposta sostanzialmente è stata lasciata cadere.

KOSOVO “REGIONE EUROPEA”? UNA SOLUZIONE CONVENIENTE
La risposta che ci veniva solitamente data quando articolavamo questo ragionamento era che non c’era più il tempo per arrivare a una soluzione di questo tipo. In realtà sono passati tre anni nei quali ci sarebbe stato il tempo per ragionare di queste cose. Certo non si sarebbe dovuto far cadere dall’alto questo tipo di soluzione, ma ci sarebbe stata la necessità di fare come in altre situazioni simili, come in Trentino, da cui io arrivo, dove con l’accordo De Gasperi-Gruber che determinò lo statuto per l’autonomia per il Trentino-Sud Tirolo e in particolare per la questione sud tirolese - snodo assolutamente analogo a questo - si riuscì a trovare una soluzione proprio grazie a uno scatto di fantasia della politica, che consistette appunto nello sparigliare le carte, trovare un punto altro che potesse riaprire i giochi.
Questa strada sarebbe stata conveniente per entrambe le parti. Conveniente per gli albanesi in Kosovo, dato che tutte le contraddizioni che si sono sviluppate in questi anni nel paese sono state addebitate alla mancanza dell’indipendenza, usandola come elemento di sfogo per dare una risposta alla difficile situazione in cui versa il Kosovo; dato che una situazione di indipendenza potrebbe anche determinare il fatto che gli aiuti internazionali, che sappiamo quanto contino, diminuiscano perché si rientrerebbe in uno status di relativa normalità, con questa soluzione la componente albanese avrebbe visto la possibilità di continuare in una situazione di protettorato internazionale e quindi di garanzia e di sostegno da parte della comunità internazionale. Conveniente per la Serbia, che non sarebbe stata umiliata come rischia di esserlo dentro questo meccanismo di indipendenza unilaterale. Inoltre sarebbe stata l’occasione per “tirare via” dei confini, anziché aggiungerne di nuovi, nella formazione dell’Europa.

UN GUERRA CONTRO L’EUROPA
La soluzione avrebbe potuto essere anche un’altra, non necessariamente questa, invece dobbiamo registrare che di fronte a un conflitto non si è stati in grado di dare una risposta, di trovare delle vie d’uscita, né da parte della comunità internazionale, né dell’Europa, né del nostro stesso paese, né degli stessi contendenti. Questo ci dice di quanto sia fermo il pensiero e di quanto il conflitto riguardi sostanzialmente proprio l’Europa, non solo perché stiamo parlando geograficamente di Europa, ma perché credo che il nodo dell’Europa si giochi proprio su queste cose.
Due anni fa la commissione internazionale sui Balcani, presieduta da Giuliano Amato, ha detto molto chiaramente nel suo documento finale: il referendum sull’Europa si farà nei Balcani, se non si risolvono le questioni dei Balcani non ci sarà una prospettiva nemmeno per l’Europa, non solo perché questa regione è parte integrante dell’Europa ma perché è evidente che l’Europa avrà una prospettiva di esistere soltanto se sarà un insieme di minoranze in grado di togliere sovranità alla dimensione nazionale e costruire ambiti di governo europeo e locale. Solo dentro questa prospettiva si costruisce l’Europa.
Non a caso, secondo me, la guerra del 1999 è stata non contro la Serbia ma contro l’Europa, così come la guerra in Iraq è stata la guerra contro l’euro, perché, non dimentichiamolo, la seconda guerra del Golfo inizia nel momento in cui Saddam Hussein decide di convertire dal dollaro all’euro i fondi del commercio internazionale in Svizzera; quindi quella non è stata la guerra del petrolio ma la guerra contro l’Europa.
Questa guerra si misura quotidianamente  rispetto al fatto che oggi in Europa si sta giocando una partita pesante tra l’idea dell’Europa come soggetto politico post nazionale, appunto, o l’idea della confederazione degli stati europei dove ciascuno continua a fare quello che vuole nella proliferazione di stati offshore dove chi vince è la criminalità economica organizzata.

PROSPETTIVE
La mia impressione è che la gente sia stanca di guerra  e che dunque non ci sarà guerra a prescindere dal fatto che ci sia l’indipendenza o meno del Kosovo. Non credo nemmeno in un nuovo esodo. Non credo quindi che la proclamazione unilaterale dell’indipendenza produrrà immediatamente conseguenze di tipo violento ne in Kosovo, né in Serbia. Credo che maggiori siano i pericoli per quanto riguarda la Bosnia-Erzegovina. La fragilità degli accordi di Dayton è tale che c’è il rischio che l’effetto domino possa essere più deflagrante sulla Bosnia che non nel Kosovo o in Serbia. Lì ci sono dei gruppi dirigenti, sia da una parte che dall’altra, che stanno giocando col fuoco e, nonostante la gente sia stanca di guerra, in quel paese c’è un castello, l’accordo di Dayton, che non regge più, quindi credo che, paradossalmente, la proclamazione di indipendenza del Kosovo avrà più effetti negativi sulla Bosnia che non sui paesi in causa.
Più in generale credo che comunque ci sarà un effetto negativo nella cultura politica e nel dibattito politico dei Balcani perché questo fatto in qualche modo imbalsama il dibattito politico, creerà una situazione di irredentismo permanente o comunque un vulnus che condizionerà la vita politica e culturale di quel paese.

SULLA EX JUGOSLAVIA
La Jugoslavia non aveva risolto il problema degli stati nazionali al suo interno perché altrimenti la sua implosione non ci sarebbe stata. Qualcuno dice che questa è stata determinata da un complotto internazionale contro la Jugoslavia; io ritengo che sia implosa per ragioni interne, la cui responsabilità sta nell’aver costruito una cultura militarista al proprio interno, tanto che il sistema di difesa veniva studiato a livello internazionale e il generale Giap, capo della resistenza vietnamita, vi mandava i suoi uomini a studiare il sistema di difesa popolare.
Vi sono tante ragioni  per cui dico che la Jugoslavia non aveva certo risolto il problema, tanto che è finita come è finita: la cultura segnata dal militarismo, il non aver elaborato i conflitti della seconda guerra mondiale… e potrei parlare anche del problema delle foibe, un altro tema fortemente controverso e sul quale ci sono responsabilità diffuse, perché io ritengo sbagliato pensare che le responsabilità siano solo da una parte e invece necessario che vadano indagate le responsabilità italiane e del fascismo in quel territorio come anche i crimini commessi dall’esercito partigiano e dalle milizie titine.
Credo che quello che è accaduto complessivamente dentro le vicende jugoslave degli anni Novanta sia una sorta di gioco che ha portato le nomenclature a succedere a loro stesse. Una vicenda è eclatante: lo scandalo dell'Agrokomerc  e del faccendiere Fikret Abdić - la prima tangentopoli che segnò uno degli elementi di disgregazione della ex Jugoslavia [v. BiH: per Abdic, candidato alla Presidenza, 20 anni di galera, www.osservatoriobalcani.org ]- rappresentava il meccanismo che poi si è generalizzato, cioè una forma del potere di tipo neofeudale, in quanto i soggetti erano contemporaneamente capi politici, economici, militari  e avevano il controllo del loro territorio. Questa vicenda è emblematica di come poi si sono determinate le dinamiche, che hanno visto le seconde e terze linee della vecchia nomenklatura comunista  impersonare le nuove strutture che hanno cominciato a spartirsi, sia attraverso i meccanismi delle privatizzazione, sia attraverso la logica degli affari e dei traffici, il potere economico. In questo senso, gli affaristi che oggi troviamo in Kosovo sono frequentemente uomini che vengono dal vecchio apparato di potere.

 

 


 

 

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