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articolo della rivista numero 147

La partita Usa-Iran


Intervista di Cihan Aksan e Jon Bailes a Gilbert Achcar*

Quanto è probabile che la pressione economica sull’Iran venga seguita da un’azione militare?

* docente di Studi sullo Sviluppo e Relazioni internazionali alla Scuola di Studi orientali e africani (Soas) di Londra.

 

Gli Stati uniti hanno imposto sanzioni economiche unilaterali contro l’Iran, le più dure dai tempi della rivoluzione del 1979 e della crisi delle ambasciate. Sembra che i governi europei, in particolare Gran Bretagna, Francia e Germania, sostengano la campagna Usa. Washington minaccia le multinazionali straniere, che rischiano di giocarsi i propri interessi negli Stati uniti se continuano a fare affaricon Teheran. Quanto è probabile che la pressione economica sull’Iran venga seguita da un’azione militare?

Esaminiamo la questione, innanzitutto, dal punto di vista dell’Iran: come valuta ciò che sta avvenendo? L’Iran sa che gli Stati uniti si sono impantanati in Iraq e in Afghanistan e che le loro truppe sono già impiegate oltre le loro possibilità. Non è un problema di tecnologia militare o di attrezzature: quelle del Pentagono sono assolutamente immani. Il loro problema è il fattore umano, con una vera e propria scarsità di truppe. Questo è un punto che ci tengo a sottolineare: il vero tallone di Achille degli Stati uniti è la loro popolazione! La cosiddetta “sindrome del Vietnam” è ancora presente, nonostante si sia tentato di negarla in tutti i modi. Si era ridotta per un po’ dopo l’11 settembre, sotto l’impatto degli attentati, ma poi è tornata in pieno quando la gente ha scoperto che gli si era mentito e che la situazione in Iraq stava marcendo. Se confrontiamo gli Stati uniti di oggi con quelli del periodo del Vietnam in termini di potenza militare, oggi sono molto più potenti sotto ogni aspetto, salvo uno: il numero di truppe. All’epoca del Vietnam c’era la leva obbligatoria, in aggiunta a un esercito professionale molto più ampio. Dopo il Vietnam hanno dovuto ovviamente abolire la leva e ora una sua reintroduzione sarebbe politicamente molto difficile per qualsiasi amministrazione, specialmente con l’Iraq sullo sfondo. Il Pentagono ha fallito le sue campagne di reclutamento e il livello delle truppe è molto al di sotto di quello di cui avrebbero bisogno idealmente, alla luce della loro esperienza in Iraq, per sostenere la rinnovata frenesia interventista e l’espansione del controllo militare che questa amministrazione ha tentato di instaurare.

DAL PUNTO DI VISTA IRANIANO
Gli iraniani vedono tutto questo, e sanno dunque che, tanto per cominciare, è fuori questione che si tenti l’invasione dell’Iran da terra. Sanno anche che i vertici militari del Pentagono sono ostili all’idea stessa di un’operazione in grande stile contro l’Iran, date queste condizioni. Perciò, il peggio che possono aspettarsi sarebbe qualche attacco missilistico da grande distanza su qualcuno dei loro siti nucleari; ma questi sono stati costruiti tenendo conto di tale minaccia e non sarebbe dunque facile per gli Stati uniti ottenere un qualche risultato significativo da questo tipo di attacchi. E, infine, l’Iran sa che gli Stati uniti sanno che può fare rappresaglie, che ha diversi modi di reagire e diversi bersagli. Per essere chiari, il territorio Usa non ne fa parte, perché l’Iran non ha vettori che possano raggiungerlo e perché il regime iraniano non vuole suicidarsi, anche se a volte sostiene attacchi suicidi. Ma potrebbero essere attaccate le truppe Usa nel Golfo, specialmente in Iraq, e anche Israele potrebbe essere un bersaglio. Inoltre, come ha dichiarato lo stesso ministro degli Esteri saudita in una recente intervista, l’Arabia saudita sarebbe un bersaglio eccellente, probabilmente il più efficace, perché gli attacchi nel regno avrebbero un effetto dirompente sull’economia mondiale. Se venissero colpite la produzione petrolifera del regno o le sue infrastrutture per l’esportazione, si può facilmente immaginare l’enorme impatto che se ne avrebbe.
I governanti dell’Iran hanno tutti i mezzi necessari per la rappresaglia e la deterrenza, e in un certo senso non hanno realmente bisogno di armi nucleari. Non sto dicendo che non siano interessati a procurarsele: tali armi potrebbero in effetti accrescere enormemente il loro potere deterrente. Però Ahmadinejad continua a ripetere di non essere interessato e dice perfino che l’arma nucleare non è coerente con l’islam e così via. Comunque, non sono interessato a giocare agli indovinelli sulle intenzioni iraniane. Il fatto è che Teheran non ha bisogno di armi nucleari per esercitare un’efficace deterrenza perché ha già un forte deterrente “convenzionale”, a parte il fatto che ha una rete di alleati nell’area che potrebbe scatenare contro gli Stati uniti e i loro alleati. Così vedono le cose a Teheran, io ritengo, ed ecco perché si sentono al sicuro. Semplicemente, non si lasciano spaventare dalle mossedegli Stati uniti e dei loro alleati.

GLI INTERESSI DI ISRAELE
Ora, guardando alla situazione dal punto di vista di Washington, direi innanzitutto che l’amministrazione Bush è molto consapevole dei fattori che ho citato. Inoltre questo presidente è politicamente un’anatra zoppa: ha perso il Congresso e le sue percentuali di approvazione nei sondaggi sono spaventosamente basse, così come la sua credibilità complessiva. Perciò, anche se nella classe dirigente Usa c’è stata una qualche convergenza bipartisan in favore di maggiori sanzioni contro l’Iran, sicuramente non c’è ancora un consenso generale per alcun tipo di azione militare.
Considerando tutto questo, credo che le probabilità di un attacco militare contro l’Iran siano piuttosto basse, almeno se le vediamo in termini razionali. Questa è però un’amministrazione che ha dimostrato di non attenersi rigidamente alla razionalità, a dir poco. Perciò potrebbero imbarcarsi in una nuova folle operazione avventurista? Di nuovo, questo è difficile da immaginare, con un Pentagono riluttante o anche ostile. In effetti, la più interessata a un attacco militare contro l’Iran è la classe dirigente israeliana, il cui parere è che questa amministrazione Usa glielo deve perché Israele lo aveva chiesto prima dell’invasione dell’Iraq, considerando l’Iran come la vera priorità, e l’amministrazione Bush aveva risposto che dopo sarebbe venuto il turno dell’Iran. Ora, essi temono che questa amministrazione uscirà presto di scena con un bilancio così catastrofico che la “sindrome del Vietnam” potrebbe rinascere su larga scala: la possibilità per qualunque futura amministrazione Usa di lanciarsi in grandi operazioni militari potrebbe essere nuovamente limitata come negli anni di Reagan. Ecco perché a Israele piacerebbe che questa amministrazione, che ormai è al suo ultimo anno, mantenesse la promessa prima di andarsene.
È anche possibile che Israele prenda l’iniziativa, sulla base di qualche accordo segreto con l’amministrazione Bush o almeno con parti di essa. Ma anche i dettagli tecnici di questo scenario sono un problema, perché arrivare all’Iran per via aerea implicherebbe un sacco di rischi per Israele, a meno di avere luce verde da paesi come la Turchia, la Giordania o l’Arabia saudita. E ovviamente, dato che gli Stati uniti controllano i cieli dell’Iraq, se Israele prendesse questa rotta, sarebbe una prova evidente della loro collusione. Israele potrebbe anche fare ricorso ad attacchi missilistici, con l’obiettivo di incendiare l’intera area. Ma non sono certo che sia in grado di raggiungere un qualche risultato significativo a questo livello, e se mandasse a fuoco l’area senza risultati significativi su obiettivi militari iraniani, che cosa avrebbe concluso? Avrebbe solo rafforzato le ambizioni nucleari dell’Iran, che vedrebbe nell’aggressione israeliana il preavviso di un possibile futuro attacco nucleare.

LE ACCUSE DI TERRORISMO
L’amministrazione Bush ha bollato la Forza Al Quds della Guardia rivoluzionaria iraniana come sostenitrice del terrorismo, e questa è la prima volta che un’unità militare di uno stato sovrano viene indicata come un’entità terrorista. In che misura la Forza Al Quds è coinvolta nel Medio Oriente?

Negli ultimi anni non c’è stato alcun aperto coinvolgimento diretto fuori dall’Iran. Ma naturalmente Teheran è attivamente coinvolta in modo occulto in paesi come Iraq e Libano, dove ha potenti alleati a cui può accedere facilmente; la situazione è diversa nei Territori occupati palestinesi del 1967, dove ha alleati come Hamas ma dove la possibilità di intervento è molto limitata. Ad ogni modo, sappiamo bene che le indicazioni di Washington su chi è un “terrorista” e chi non lo è sono solo manovre politiche, parte della stessa strategia delle sanzioni economiche e delle azioni militari. Non è che a Washington abbiano improvvisamente scoperto qualcosa di nuovo sulla Guardia rivoluzionaria iraniana; è solo una parte della loro offensiva generale.

UNA POTENZA NON SOLO SCIITA  
Quanto è significativa la comunità sciita transnazionale per le ambizioni regionali dell’Iran?
L’Iran utilizza diverse carte, che vorrebbe riuscire a giocare contemporaneamente. Sul piano regionale, da una parte, il fattore sciita è importante, essendo per ovvie ragioni la rete più “naturale” per l’espansione dell’influenza iraniana; ma c’è anche il fattore pan-islamico: l’Iran è molto attento a contrastare ogni mossa che punti a isolarlo come potenza sciita, istigando pulsioni settarie anti-sciite tra i sunniti, che sono naturalmente la grande maggioranza dei musulmani. Perciò, una parte importante della strategia iraniana è assicurarsi alcune alleanze chiave tra i sunniti, ed ecco perché quella che hanno stretto con Hamas è molto importante ai loro occhi: non a causa (o non solo a causa) dell’obiettiva importanza di Hamas in termini di potere effettivo sul terreno, ma anche per l’importanza simbolica di Hamas come la più prestigiosa forza fondamentalista islamica sunnita antioccidentale e antiisraeliana, a parte al-Qaida - o almeno, così era. E, a differenza di al-Qaeda, Hamas ha una certa legittimazione reale grazie alla propria base di massa, che è il motivo per cui essa riveste una tremenda importanza simbolica per l’Iran. Questo vale per la questione palestinese nel suo insieme: ho già spiegato più volte che i proclami di Ahmadinejad su Israele non sono un sintomo di disturbi mentali ma, in una certa misura, un modo ben progettato di presentare l’Iran come lo stato islamico più radicalmente antiisraeliano, spiazzando così tutti gli altri e attraendo la base popolare sunnita dell’intero mondo arabo, trovandosi in accordo anche con movimenti come la Fratellanza musulmana egiziana.
L’Iran utilizza la carta sciita come strumento per espandere la propria influenza, ma è attento a non giocarla apertamente in modo settario come contrappeso ai sunniti. A questo proposito, c’è una chiara differenza tra le tesi iraniane, che enfatizzano l’unità islamica, e le tesi ultra settarie wahabite originarie del Regno saudita. Per essere chiari, i wahabiti sono sempre stati fortemente settari contro gli sciiti in senso ideologico; ma anche sul piano politico, le monarchie saudita e giordana istigano le pulsioni settarie sunnite contro l’Iran perché per loro è l’unica arma ideologica disponibile al fine di contrastare ciò che Teheran sta facendo, dato che, a causa dei loro stretti legami con gli Stati uniti, non possono sicuramente superare l’Iran nelle dichiarazioni antioccidentali e antiisraeliane. C’è ovunque il tentativo di buttare benzina sul fuoco. Il caso più recente è il Libano, dove non c’erano precedenti di frizioni tra sciiti e sunniti, ma nell’ultimo paio d’anni queste sono venute in primo piano come un pericolo reale e suscitano preoccupazioni crescenti, stimolate dalle raffigurazioni che dipingono Hezbollah come un semplice burattino dell’Iran al fine di screditarlo.

Da: www.zmag.org,  dicembre 2007. Trad. di Marco Capra, rid. e adatt. redazionali.

 

 


 

 

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