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articolo della rivista numero 146

Un paese pacificato?


di Ornella Sangiovanni*

L’amministrazione e i media statunitensi dipingono l’Iraq coma un paese avviato definitivamente verso la pace e la riconciliazione nazionale. Ma è davvero così? Intanto continua l’occupazione militare e la resistenza irachena

* di Osservatorio Iraq, www.osservatorioiraq.it.

Per tentare di fare comprendere quanto sta accadendo attualmente in Iraq occorrono un paio di premesse. Innanzitutto, parlare oggi di Iraq è improprio. Infatti, anche se il paese è ancora nominalmente unito, di fatto esiste una estrema frammentazione del potere, che ha assunto caratteri sempre più locali. A parte la regione kurda del Nord, che già gode di uno statuto autonomo, riconosciuto dalla costituzione, ben poco accomuna, ad esempio, la situazione della capitale, Baghdad, e quella delle zone del Sud, a cominciare da Bassora, la seconda città dell’Iraq. Anche il Nord non compreso (per ora) nella zona kurda, con i due centri di Kirkuk e Mosul, presenta problematiche particolari.
La seconda considerazione d’obbligo è che sappiamo molto poco di quello che succede in Iraq. Gli spazi per l’informazione (che da anni sono andati restringendosi) sono oggi a livelli minimi, ed è sempre più difficile procurarsi notizie che abbiano una qualche attendibilità e, soprattutto, che aiutino a capire le dinamiche in corso.
Secondo i risultati di uno studio recente condotto dal “Pew Research Center” attraverso un questionario distribuito ai giornalisti che lavorano per i media Usa in Iraq, per la stragrande maggioranza (87%) degli intervistati almeno metà di Baghdad è troppo pericolosa per un reporter occidentale. Quanto all’accesso ad altre zone del paese, delle otto città citate nel questionario distribuito - Amara, Nassiriya e le città sante di Najaf e Karbala, nel Sud, Irbil, Kirkuk, Mosul e Tikrit, nel Nord - solo Irbil, la capitale della regione autonoma kurda, è ritenuta per lo più sicura. Tutte le altre vengono giudicate pericolose.
Detto questo, è possibile tuttavia fissare alcuni elementi.

LA  “SURGE” E GLI ATTACCHI
In Iraq sono oggi presenti circa 162.000 soldati statunitensi, 30.000 dei quali inviati come rinforzi, in attuazione della nuova “strategia” di Bush: la cosiddetta “surge” (il termine significa ondata, aumento improvviso), delineata nel gennaio 2007 e affidata al comando del generale David Petraeus.
Dopo un avvio non proprio brillante (i rinforzi hanno raggiunto la consistenza prevista solo a partire da giugno), negli ultimi mesi gran parte di quanto viene pubblicato dai media mainstream negli Stati uniti tende a sottolineare che questo nuovo corso sta “funzionando” e che la violenza è diminuita. Baghdad ora- si dice -  è una città più sicura, la provincia di al Anbar (quella, per intendersi, dove si trovano Falluja e Ramadi) è passata dall’essere la più violenta del paese a quella in cui si verifica il minor numero di attacchi, i rifugiati stanno rientrando, soprattutto dalla Siria. Petraeus, insomma, starebbe riuscendo nell’impresa in cui i suoi predecessori hanno fallito.
Ma è davvero così? Se è innegabile che negli ultimi mesi del 2007 la situazione della sicurezza è migliorata, i dati diffusi (pur ammettendo che siano attendibili) devono essere analizzati tuttavia con alcune accortezze.
Queste le cifre che vengono fornite. Secondo l’ultimo rapporto del Pentagono sulla situazione in Iraq, relativo ai mesi di settembre-novembre 2007, il numero degli attacchi, le perdite delle forze Usa e i civili iracheni uccisi sarebbero tutti diminuiti, tornando ai livelli di inizio 2006.
In particolare, in novembre ci sarebbe stata una diminuzione del numero dei civili iracheni uccisi - scesi a 600 rispetto ai 3.000 del dicembre 2006. Il totale degli attacchi sarebbe calato del 62% dal marzo 2007, stabilizzandosi a circa 600 la settimana da metà ottobre, dai circa 900 di fine settembre e i circa 1.600 di fine giugno.
Al Anbar, un tempo la provincia più violenta del paese, adesso conterebbe meno del 6% del totale degli attacchi. Il suo posto sarebbe stato preso da Baghdad, dove da settembre a novembre ci sarebbero stati oltre 25 attacchi al giorno. E tuttavia, anche nella capitale, questi sarebbero diminuiti del 53% rispetto all’estate.
Nella stessa direzione vanno i dati diffusi a fine novembre dal governo iracheno sui civili uccisi in azioni violente: 530 in novembre a fronte dei 758 di ottobre e degli 884 di settembre.

ZONE ESPLOSIVE
Ma non sono tutte rose e fiori. E ad ammetterlo è lo stesso Pentagono, laddove scrive che nelle province a nord di Baghdad i “progressi” sono stati assai minori, dato che gli insorti in fuga dalla capitale e dai dintorni si sarebbero spostati verso nord. Particolarmente critica la situazione nella provincia di Ninive, dove la violenza è rimasta al di sopra dei livelli del 2006.
Nella sua capitale, Mosul, la terza città dell’Iraq, nel mese di novembre gli attacchi sono saliti da 80 a 103 la settimana.
Anche nelle province di Salahuddin e soprattutto di Diyala (capitale Ba’aquba), la violenza non è diminuita in modo significativo.
Così pure rimane assai potenzialmente esplosiva la situazione di Kirkuk - città del Nord Iraq contesa fra arabi, turcomanni e kurdi (che vorrebbero annetterla alla loro regione autonoma), nonché importante centro petrolifero, il cui destino dovrebbe essere deciso da un referendum che avrebbe dovuto tenersi entro fine 2007, ma che è stato rinviato (per ora) di sei mesi. Nel frattempo c’è stata una escalation della violenza e omicidi e attentati sono diventati parte della vita quotidiana..
Anche sul fronte delle perdite statunitensi c’è poco da festeggiare. Ai primi di gennaio il loro numero sfiorava ormai le 4.000 e, nonostante la diminuzione degli ultimi sei mesi, il 2007 è stato per le forze Usa l’anno più micidiale dall’invasione, con almeno 896 soldati uccisi, secondo un conteggio fatto dalla Agence France Presse sulla base di dati del Pentagono.
Ma i numeri non dicono tutto. Innanzitutto perché il miglioramento, relativo, della sicurezza in Iraq si riferisce essenzialmente a Baghdad e dintorni e alla provincia di al Anbar, un caso molto particolare, come vedremo.
Per il resto, tutto il sud del paese è attraversato da forti tensioni interne, nella forma di violenti scontri tra forze sciite - in particolare l’”Esercito del Mahdi”, la milizia fedele a Muqtada al Sadr e le Brigate Badr, quella del Consiglio supremo islamico iracheno, uno dei maggiori partiti della coalizione di governo - che si contendono il controllo del potere e delle risorse. Nel sud dell’Iraq, e in particolare nell’estremo sud, è concentrato il 71% della ricchezza petrolifera irachena (il 60% delle riserve accertate nella sola provincia di Bassora).

DAL SUD AL NORD
Queste tensioni sono evidenti (anche se non se ne parla quasi mai) nelle province di Maysan, Dhi Qar, Muthanna, Karbala e Qadisiya - tutte tornate, ad eccezione dell’ultima, sotto il “controllo” iracheno - ma sono particolarmente gravi in quella di Bassora, consegnata anch’essa agli iracheni a dicembre.
Dopo il ritiro delle forze britanniche ai primi di settembre, Bassora città, da tempo terreno di scontro tra diverse fazioni e milizie sciite, è ormai un luogo dove vivere normalmente è impossibile, dove i cittadini sono ostaggio dei vari gruppi armati e di gruppi integralisti che impongono la loro interpretazione rigida dell’islam. L’èlite laica e liberale è quasi scomparsa, i cristiani sono fuggiti in massa. Gravissima in particolare è la situazione delle donne: oltre 40 sono state uccise negli ultimi sei mesi, ha detto in dicembre il capo della polizia locale, generale Abdul-Jalil Khalaf. Lo stesso che ammette che le varie milizie che spadroneggiano in città sono armate meglio dei suoi uomini.
Anche la regione autonoma kurda nel Nord, finora la parte più tranquilla del paese, è a rischio, per le tensioni con la Turchia, che ha lanciato attacchi oltre confine per attaccare le postazioni dei guerriglieri del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). Secondo la stampa turca, forze speciali di Ankara sarebbero già entrate in territorio iracheno.
Ma anche dove la situazione è in effetti migliorata, questo è dovuto a una combinazione di fattori, di cui la “surge”, la strategia basata sull’aumento delle truppe Usa, non è l’unico né, tantomeno, il principale.
C’è intanto la tregua di sei mesi proclamata da Muqtada al Sadr, che ha ordinato al suo “Esercito del Mahdi” di sospendere gli attacchi, per ripulirlo dagli elementi fuori controllo, dopo i gravi scontri fra sciiti che a Garbala, a fine agosto durante una importante festività religiosa, avevano provocato oltre cinquanta morti.
Inoltre Baghdad, un tempo città mista, è stata effettivamente “ripulita” (va sottolineato che non si tratta di pulizia etnica, ma “confessionale”) e oggi è per il 75% sciita, mentre i sunniti rimasti sono stati ricacciati all’interno di poche enclavi, per lo più nella parte ovest, rinchiuse da muri di separazione che le isolano dai quartieri circostanti.
Ma soprattutto - e questo vale in particolare per la provincia di al Anbar, ma anche per la capitale - la diminuzione della violenza è dovuta alla nuova alleanza fra gli Usa e i vari gruppi sunniti contro i ‘jihadisti’ di “al Qaida in Iraq”: il cosiddetto “Risveglio sunnita”, per lo più su base tribale, partito da al Anbar, prima dell’inizio della “surge”. Si tratta di vere e proprie milizie sunnite, armate e pagate (300 dollari al mese per ogni membro, si dice) dagli Usa, che oggi contano oltre 70.000 uomini: più dei circa 60.000 che - secondo le stime - avrebbe l’Esercito del Mahdi di Sadr, e la metà dell’esercito iracheno.
Uomini inquadrati in gruppi che i comandanti Usa chiamano impropriamente “cittadini preoccupati”, che hanno in effetti riportato l’ordine in diverse zone, anche in quartieri della capitale che prima erano assai violenti, come quello di Ameriya, ma che il governo del premier Nuri al Maliki vede con disagio (è un eufemismo) ed è riluttante ad assorbire nelle forze di sicurezza regolari.

UNA GUERRA PER BANDE?
Per alcuni, una strategia arrischiata, quella del generale Petraeus; una vera bomba a orologeria, per altri. Molti esperti sottolineano come la scelta degli Stati uniti di armare anche i sunniti potrebbe essere un preludio a una guerra civile a tutto campo (le prove generali ci sono già state, ma proprio l’inferiorità, non solo numerica, dei sunniti è stata uno dei fattori che ne ha impedito il dilagare). Di questo già ci sarebbero avvisaglie.
"Naturalmente la prossima guerra è con le milizie [sciite]", ha detto a fine novembre al “Sunday Times” un ufficiale dell’intelligence di uno di questi gruppi - la “Brigata Baghdad”- di nome Abu Omar. "Se Dio vuole, li sconfiggeremo e ci sbarazzeremo di loro proprio come abbiamo fatto con al-Qaeda".
E, nonostante tutto, i “successi” - o “progressi” che dir si voglia - sono fragili e tutt’altro che irreversibili. Come hanno teso a sottolineare verso fine anno anche le dichiarazioni dei comandanti militari Usa: dallo stesso generale Petraeus (“nessuno in divisa sta facendo danze della vittoria”, 6-12-2007), all’ammiraglio Gregory Smith (“nessun posto in Iraq è sicuro”, 30-12-2007), al generale Rick Lynch (“i progressi nel campo della sicurezza sono fragili e potrebbero essere vanificati”, 3-1-2008). Fragilità che è stata dimostrata dalla ripresa della violenza agli inizi del 2008, con attentati suicidi a Baghdad e non solo.

LE DIVISIONI POLITICHE IRACHENE
Ma non è tutto. Secondo Washington la “surge” avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di migliorare la situazione della sicurezza per dar modo ai leader politici iracheni di fare progressi sul fronte della cosiddetta “riconciliazione nazionale”, per quanto vaga possa suonare l’espressione.
Di questo a tutt’oggi non c’è traccia. Definire la situazione politica “di stallo” è un eufemismo. Il governo guidato da Maliki controlla a stento la Green Zone di Baghdad, e forse neanche quella.
Non solo, dalla scorsa primavera esso è andato costantemente perdendo pezzi: dopo l’uscita dei “sadristi” in aprile, seguita da quella dei sunniti dell’IraqiAccord Front, ai primi di agosto, e quindi dei nazionalisti della Iraqi National List, la coalizione dell’ex premier Iyad Allawi si trova con una quindicina di ministri in meno (su 37). Solo un paio sono stati sostituiti, anche se da mesi Maliki continua ad annunciare intenzioni di rimpasto, e di riduzione del numero dei ministeri. Inoltre l’abbandono dei sunniti ha privato l’esecutivo di qualsiasi foglia di fico che giustifichi la definizione di governo di “unità nazionale”.
Oggi è solo un’alleanza fra alcune forze sciite e i maggiori partiti kurdi. Quanto solida non è dato sapere. Avere informazioni attendibili sulle dinamiche interne irachene è diventato infatti particolarmente difficile. Di tanto in tanto la stampa araba riferisce voci, provenienti da fonti più o meno “ben informate”, che fanno ipotizzare che Washington intenda sbarazzarsi del premier iracheno per mettere in piedi un governo che abbia, se non maggiore credibilità - cosa impossibile - almeno maggiore libertà di manovra.
Perché il futuro delle relazioni fra Washington e Baghdad è tutt’altro che chiaro. L’unica cosa quasi certa è che entro luglio 2008 i 30.000 soldati statunitensi inviati come rinforzi dovrebbero essere ritirati (i turni di rotazione previsti per le forze armate Usa non ne consentono la permanenza). Si tornerebbe così ai circa 130.000 di prima della “surge”.
Rimarranno in Iraq? Per quanto tempo? E in quanti?
A prescindere dalle decisioni della prossima Amministrazione Usa (che entrerà in carica nel gennaio 2009), intanto il 26 novembre 2007 Bush e il premier Maliki hanno firmato una “dichiarazione di principi” che prevede negoziati, da concludersi - guarda un po’- entro il 31 luglio 2008) per arrivare a un accordo bilaterale che definisca il futuro delle relazioni fra Stati uniti e Iraq.

UNA PRESENZA MILITARE RINNOVATA
Intanto il 18 dicembre il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha rinnovato il mandato della cosiddetta “Forza multinazionale” per un altro anno, l’ultimo, dice il governo di Baghdad, che però ha chiesto la proroga contro la volontà espressa dalla maggioranza del parlamento e senza discuterne.
Gli accordi riguarderanno anche le forme della presenza Usa nel paese, spianando la strada, si dice, a una permanenza a lungo termine,  anche se l’argomento è molto delicato e il consigliere iracheno per la sicurezza nazionale, Muwaffaq al Ruba’ie, si è affrettato a dichiarare che la presenza permanente di forze o di basi straniere in Iraq è “una linea rossa che nessun iracheno nazionalista può accettare”.
Infatti gli iracheni, a stragrande maggioranza, non la accettano.
Secondo i risultati di un sondaggio condotto nell’agosto 2007 per conto di Abc News, Bbc e della giapponese Nhk, il 57% degli intervistati considera accettabili gli attacchi contro le forze di occupazione. Nella provincia di al Anbar, in particolare, tutti gli intervistati erano favorevoli e il 70% voleva il ritiro immediato delle truppe straniere.
La resistenza armata, intanto, continua e, anzi, starebbe riorganizzando le sue fila. Agli inizi di ottobre 2007, sei fra i principali gruppi armati hanno annunciato la formazione del “Consiglio politico della resistenza irachena”, un organismo unitario con una piattaforma politica comune in 14 punti. Fra i più qualificanti: l’inaccettabilità dell’occupazione e la legittimità della resistenza; la resistenza armata come legittima rappresentante dell’Iraq; l’illegittimità di qualsiasi governo, costituzione o legge firmata sotto l’occupazione, nonché di ogni trattato o accordo concluso sotto l’occupazione; la formazione di un governo di tecnocrati per la gestione ordinaria durante la fase “di transizione”; la ricostruzione dello stato iracheno su base equa per tutti gli iracheni, senza distinzioni etniche e/o confessionali; l’affermazione che le ricchezze dell’Iraq, in particolare petrolio e risorse idriche, appartengono a tutti gli iracheni.
Si tratta di un passo fatto in  previsione di eventuali negoziati con gli occupanti, il cui ritiro è considerato ormai questione di tempo.
E di negoziati, o incontri, più o meno segreti, in corso fra i gruppi armati - compresi i ba’athisti delle diverse fazioni - ed emissari Usa (e a volte anche rappresentanti del governo di Baghdad), si parla da molto. Sempre regolarmente smentiti dai portavoce dei vari gruppi (Washington di solito su questo tace), i negoziati si sono finora scontrati con un ostacolo di fondo: il rifiuto degli Stati uniti di accettare le condizioni preliminari poste dai loro interlocutori: a cominciare dalla definizione di un calendario per il ritiro delle truppe e dal riconoscimento della legittimità della resistenza. Adesso informazioni che arrivano da alcune capitali arabe parlano di un ulteriore tentativo di “conferenza di riconciliazione”, da tenersi fuori dall’Iraq, per la quale il Dipartimento di stato si starebbe appoggiando ai governi di Egitto, Giordania e Arabia saudita affinché facciano pressioni sugli iracheni - sunniti ma non solo - perché la partecipazione sia la più ampia possibile e per poter discutere, una volta tanto, con forze realmente rappresentative e che abbiano influenza politica nel paese
Anche a costo, si dice, di lasciare Maliki e il suo governo fuori dalla porta. Se la loro presenza dovesse rivelarsi più dannosa che utile. Ai fini di un “nuovo progetto” per l’Iraq che nessuno sa ancora bene quale sia.

 


 

 

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