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articolo della rivista numero 146
Emergenza razzismo
di Walter Peruzzi
È oggi una priorità costruire un movimento antirazzista
Xenofobia e omofobia stanno dilagando sempre di più in Italia, nella preoccupante indifferenza della “gente” e in un vuoto di reazioni politiche che genera un senso di rabbia impotente.
La valanga xenofoba
L’ultima iniziativa, nel momento in cui scrivo, è stata del sindaco di Milano Letizia Moratti, che ha vietato l’iscrizione alle scuole materne comunali dei figli di migranti senza permesso di soggiorno. Si tratta di un provvedimento particolarmente odioso perché è del tutto illegale privare i bambini di servizi essenziali in base allo status dei genitori. Ma anche perché tale esclusione, che aggrava la accettazione “con riserva” dei figli di irregolari precedentemente in uso a Milano, è stata decisa per blandire la Lega e assicurare il suo vacillante consenso alla giunta. E ciò fa risaltare un altro motivo, sul quale tornerò fra poco, per cui si sta estendendo in Italia il cancro del razzismo: l’opportunismo di forze politiche e personaggi senza principi, come la Moratti, che sposano volta a volta la causa elettoralmente più “pagante”, sfilano al mattino con il padre ex deportato nella manifestazione del 25 aprile e siglano il pomeriggio accordi con i neonazisti eredi dei deportatori; o adottano il giorno dopo, se serve come moneta di scambio, misure razziste anche contro i minori.
La delibera milanese, d’altronde, fa parte di una valanga di delibere e iniziative comunali a carattere razzistico inaugurate alcuni mesi fa, in nome della “sicurezza”, dalla grida fiorentina antilavavetri del sindaco diessino Domenici e continuate con i decreti di sgombero dei campi rom emessi da altri eccellenti sindaci diessini come Cofferati e Veltroni. Facendo a gara con loro, i primi cittadini leghisti del Nord hanno negato la residenza ai migranti anche comunitari senza reddito minimo o impedito il matrimonio ai migranti senza permesso di soggiorno o hanno sfilato alla testa di bande naziste, come il sindaco Tosi, pluricondannato per razzismo, a Verona. Iniziative di assai dubbia legalità o apertamente illegali, in più di un caso contestate dai magistrati nell’assordante silenzio del governo e della politica..
Omofobi per dovere di coscienza
Quasi contemporaneamente, a livello di parlamento e di governo, è scoppiato il caso di senatori in cilicio come la Binetti o di altri teodem come Bobba, pronti a far cadere il governo pur di non far passare una norma che punisca anche in Italia, come negli altri paesi occidentali, l’omofobia, ossia violenze e discriminazioni o l’incitamento a violenze e discriminazioni contro gay lesbiche trans.
Per giustificare posizioni del genere si è detto che i devoti parlamentari teodem volevano soltanto evitare che fosse classificato e punito come omofobia il libero insegnamento della dottrina cattolica, secondo cui i rapporti omosessuali sono contro natura. Ma in realtà i teodem sapevano benissimo che la chiesa di Ratzinger non si limita a condannare i rapporti omosessuali in quanto “peccato”, bensì istiga a trattare gli omosessuali come “malati” e a discriminarli socialmente, ricadendo in pieno nel reato di razzismo e non in un reato d’opinione.
Nella Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali (1986), emanata dalla Congregazione per la dottrina della fede presieduta da Ratzinger, è scritto infatti che “i Vescovi si premureranno di sostenere… lo sviluppo di forme specializzate di cura pastorale per le persone omosessuali. Ciò potrebbe includere la collaborazione delle scienze psicologiche, sociologiche e mediche…” [corsivo mio]. E nella Appendice del 1993 allo stesso documento, redatta sempre da Ratzinger, si precisa: “La tendenza sessuale non costituisce una qualità paragonabile alla razza, all’origine etnica ecc., rispetto alla non-discriminazione... Vi sono ambiti nei quali non è ingiusta discriminazione tener conto della tendenza sessuale; per esempio, nella collocazione di bambini in adozione o affido, nell’assunzione di insegnanti o allenatori sportivi, nel servizio militare”.
L’opposizione di Binetti, Bobba, Mastella ecc. alla norma contro l’omofobia non intende dunque garantire alla chiesa quella “libertà di insegnamento” che nessuno minaccia in Italia, ma intende garantire che il papa, i vari Bagnasco e Bertone e i “devoti” d’ogni specie possano impunemente discriminare i gay, istigare alla discriminazione contro di loro o trattarli (come facevano i nazisti) come ammalati bisognosi delle terapie “riparative” e “guaritive”documentate dal servizio di Davide Varì su “Liberazione” del 23 dicembre 2007.
Razzismo e crisi d’identità
Quanto alle cause che favoriscono il diffondersi del razzismo si è già osservato altra volta (v. Tra xenofobia e clericorazzismo, “G&P” n.140/141) che sono da vedere anche, se non principalmente, in una profonda crisi di identità, in una perdita di punti di riferimento ideali e di “valori” che avevano portato in passato a organizzarsi e ad agire collettivamente per trasformare la società o per difendere quella esistente. Fra gli anni Ottanta e fine Novecento un terremoto ha investito dei sistemi politico-sociali che si credevano intramontabili e sono entrate in crisi, con la globalizzazione, anche molte sicurezze private, dal posto fisso alla pensione a una società monoculturale, dove ognuno ha i nostri stessi gusti, la nostra lingua, le nostre tradizioni e i nostri sistemi di riferimento.
A questi sconvolgimenti si è reagito spesso, in Italia come in molti altri paesi (Francia, Austria, Olanda, Svizzera, Australia, Stati Uniti ecc.).con la xenofobia, cioè col ripiegamento nella propria “identità” (sempre più sfuggente e ridotta alla “terra e al sangue” o alla religione), con la domanda di “ordine e sicurezza” per difenderla e con il rigetto dell’altro.
Più specificamente italiana è invece l’omofobia e il rifiuto di riconoscere alcuni elementari diritti acquisiti in quasi tutti i paesi occidentali. Ciò perché in Italia più che altrove la ricerca di identità si traduce nella rimessa in onore di una “fede dei padri” ben più retriva, specie in campo famigliare e sessuale, di quella anglicana o dei protestanti europei e ben più influente, specie sul governo e sulla politica, che in Spagna o in Francia (nonostante le recenti aperture papiste di Sarkozy).
La terza faccia del razzismo
Ma a rafforzare il razzismo e a favorirne la diffusione contribuisce anche il fatto che esso abbia un “imprenditore politico” assai più potente della Lega, dei partiti neonazisti o dei gruppi cattolico-tradizionalisti e della stessa UdC, cioè il Partito democratico. In tale partito si incontrano alcuni promotori della xenofobia in nome della legalità come i sindaci sceriffi e dell’omofobia, in nome di Dio come i teodem. Ma, soprattutto, questo partito è nato per occupare il “centro” e ciò gli impone di essere in sintonia particolarmente con l’elettorato di destra da conquistare, con i suoi umori sicuritari e “devoti”, di essere xenofobo per convenienza come tutti erano fascisti negli Trenta e (molti) democristiani negli anni Cinquanta; e di essere ossequiente al Vaticano come il regime fascista e democristiano anzi di più, non avendo (ancora), diversamente dai regimi precedenti, il monopolio del potere o quello del voto cattolico.
Questa terza forma di razzismo, il razzismo per opportunismo o il conformismo razzista che dir si voglia, favorisce in modo esponenziale la crescita delle altre due. Esso è avvertibile, come si è detto, in certi comportamenti della Moratti, ma la sua incarnazione tipica è un opportunista senza principi come Veltroni, il cui unico ideale e il cui unico motivo di contesa con Berlusconi, sono la conquista totalitaria del potere, e il partito unico.
Il veltronismo
Veltroni è razzista perché oggi il razzismo “tira”; è il clone dei fascisti che diventarono partigiani il 25 aprile o dei funzionari del Kgb che si dedicarono con scrupolo a epurare i comunisti subito dopo la caduta del muro.
Esempi di questo razzismo per convenienza (elettorale) sono il “pacchetto sicurezza” imposto da Veltroni al governo dopo l’omicidio della signora Reggiani e l’affossamento a Roma del registro delle unioni civili a lui imposto dal Vaticano.
Un delitto, come ognuno sa, è responsabilità dell’individuo che lo compie e non può essere messo in carico ai concittadini, o ai correligionari, o ai coinquilini dell’omicida. Né mai un sindaco, per un delitto sia pure “efferatissimo”, commesso nel suo comune, ha chiesto e ottenuto una riunione urgente del governo. Queste ovvietà sono state sovvertite per dare risalto, a prezzo del più smaccato e immotivato razzismo, alla fermezza con cui il Pd e il suo capo tutela la sicurezza dei cittadini. Si è trattato non di una misura politica resa necessaria dalla situazione italiana ma di uno spot razzista reso necessario per estendere a destra i consensi del Pd.
Allo stesso modo era falso e pretestuoso affermare che il carattere “sacro” di Roma non consentiva di fare quel registro delle unioni civili esistente in molti altri comuni. Il comune di Roma è contiguo alla “sacra” Città del Vaticano ma non confondibile con essa, come il comune di Rimini è contiguo ma non confondibile con la Repubblica di San Marino. E né Ratzinger né Bertone, al pari di Bush, Castro o Olmer, votano o pagano le tasse a Roma. Aderendo alle illegittime richieste vaticane, Veltroni ha voluto comprarsi l’appoggio elettorale del papa, garantendogli che rispetterà l’omofobia e la morale (innaturale) dei preti anziché la costituzione e lo stato laico.
Una battaglia di minoranza
Se questa è la situazione e se queste sono le ragioni di forza del razzismo, nelle sue varie forme, è inevitabile che una battaglia antirazzista sia destinata ad essere in Italia, almeno per un certo tempo, una battaglia di minoranza. Il che non significa che non possa ottenere dei risultati, limitare i danni, contenere la deriva reazionaria e, in alcuni casi, sconfiggerla. A patto però che si riesca a mobilitare tutte le forze potenzialmente interessate o interessabili ossia i movimenti, le associazioni e i gruppi pacifisti, democratici, anticapitalisti; i cattolici progressisti; la sinistra cosiddetta “radicale”.
Finora invece, per motivi differenti, queste forze sembrano distratte o incapaci di comprendere che il razzismo è oggi diventato una emergenza nazionale, una minaccia allo stesso sviluppo della vita democratica e che per conseguenza, anche al fine di tutelare gli spazi democratici, è diventata una priorità la lotta antirazzista.
Costruire un grande movimento antirazzista
Particolarmente grave mi sembra in questo campo il ritardo dei partiti della sinistra “radicale” più impegnati a beccarsi fra loro su quanto siano ricevibili le proposte elettorali di Veltroni che non a condurre contro di lui una campagna decisa e incisiva per delegittimarlo davanti ai tre milioni di raggirati che l’hanno “eletto”e a togliergli l’appoggio (e la maggioranza) a Roma.
Mi sembra inoltre che toccherebbe a questi partiti, dato il loro radicamento dal più al meno in tutti i comuni italiani, promuovere e coordinare sul territorio, insieme ai movimenti, il che finora non è stato fatto, un’azione di contrasto in tutte le forme possibili (dalla denuncia alla magistratura o a Strasburgo alle mobilitazioni di piazza e alle azioni dirette), per rendere inapplicabili le delibere e le iniziative xenofobe (a Firenze come a Bologna, a Verona come a Cittadella o a Milano).
Un’altra forza di cui si sente l’assenza, soprattutto al fine di condurre una campagna capillare nel mondo cattolico contro l’omofobia, è quella dei cattolici progressisti (riviste, associazioni, leader). Preti e “padri”, specialmente, prodighi di ammaestramenti su come lottare per riportare la pace, ridurre le armi, cambiare la finanziaria, salvare l'acqua, debellare la droga, battere la mafia, dar da mangiare agli immigrati e da bere ai carcerati, mantengono un ostinato e colpevole silenzio (con l'eccezione di due-tre preti rispettabili ma che contano poco) sulle mascalzonate della “loro” Chiesa, di cui pure sono “ministri”, e del “loro” papa. Le gerarchie vaticane si troverebbero in ben più serie difficoltà, con vantaggio per la democrazia, lo stato laico e i diritti di tutti, se i cattolici “avanzati” e le loro guide più carismatiche, e non solo il piccolo gruppo di “Noi siamo chiesa”, condannassero e invitassero i “fedeli” a condannare (come mi sembrerebbe loro dovere elementare) le ingerenze del papa, le sue violazioni dei diritti, l’omofobia.
E infine il movimento, in tutte le sue articolazioni, dalla No Dal Molin alla No Tav, dai sindacati di base ai gruppi anticapitalisti. Tali movimenti vivono momenti di difficoltà e di debolezza e non possono certo essere, singolarmente, l’elemento propulsivo di una mobilitazione antirazzista. Ma vi possono tuttavia contribuire, in collegamento fra loro e con le altre forze che ho prima ricordato.
Credo che la confluenza di tutte queste forze in un movimento antirazzista sia indispensabile per mettere in campo pratiche concrete, efficaci e capaci di scuotere l’opinione pubblica.