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Rivoluzioni in corso

Gli avvenimenti cominciati alla fine dello scorso anno in diversi paesi del nord Africa e del medioriente sono stati analizzati e considerati in diversi modi.
Qualcuno ha parlato di vere e proprie “rivoluzioni permanenti”, cominciate con una rottura degli equilibri politici in seguito ad una mobilitazione di massa che ha portato nelle strade – propriamente – soggetti sociali e cittadine/i che hanno ritenuto ormai insopportabile la situazione che stavano vivendo.
Altri hanno invece considerato il movimento in corso come un fuoco di paglia, un semplice ricambio della parte più indifendibile di una classe politica necessario perché tutto potesse rimanere come prima, sul piano economico e delle relazioni internazionali – tra questi alcuni hanno addirittura considerato le rivolte come eterodirette e funzionali ad una maggiore presenza degli Usa, analisi che richiama quanto successo nelle varie “rivoluzioni arancioni” dell’est europeo. Tra queste posizioni tante altre che possiamo definire “intermedie”.
A noi sembra che quanto è accaduto rappresenti una rottura storica estremamente interessante e importante, un movimento che avrà conseguenze per lungo tempo e che porterà a trasformazioni in tutta la regione.
Il primo elemento di interesse sta nel protagonismo politico di cui si sono ri-appropriate migliaia di donne e uomini, soprattutto giovani. Un protagonismo politico che nasce da spinte diverse – sociali, lavorative, di esclusione, morali ecc – e che trova un momento unificante nella pizza, nella protesta contro regimi autoritari che controllano tutti gli aspetti della loro vita. Nei racconti dalla Tunisia e dall’Egitto (ma anche da altri paesi come l’Algeria, il Marocco, la stessa Palestina...) riconosciamo questo protagonismo da parte di giovani studenti e/o precari, lavoratori, donne che affermano una soggettività mai domata – e riconosciamo i caratteri di analogia tra loro e persino con quanto si vede nelle mobilitazioni nella “vecchia” Europa.
L’altro elemento che ci sembra altrettanto importante di questo protagonismo è la messa in discussione delle regole delle relazioni internazionali e la possibilità di una rivolta generalizzata contro le politiche di gestione della crisi globale. Una possibilità che si è affacciata in alcune iniziative e in alcune rivendicazioni (sia di tipo salariale che di carattere più complessivo, come la richiesta di annullamento del debito...). In generale Stati uniti e governi europei, come Fmi e banca mondiale, hanno compreso le possibilità di questa rottura che li preoccupa molto e hanno cercato di reagire in diverse maniere – dal tardivo abbandono dei dittatori tunisino ed egiziano, all’intervento militare in Libia e Bahrein, alle contraddittorie mosse rispetto alla situazione in Yemen e in Siria – e con la solita concorrenza di potenze che cercano di affermare una propria presenza egemone in alcune aree della regione.
Questo numero di Guerre&Pace non vuole e non potrebbe essere abbastanza esaustivo da affrontare tutti i nodi ancora da sciogliere delle “rivoluzioni in corso” e si limita a proporre alcune analisi, testimonianze, documentazioni che aiutino a comprendere cosa sta accadendo nei paesi arabi. Per meglio focalizzare i caratteri di questa primavera araba, e le sue contraddizioni, ci siamo limitati ad affrontare alcuni paesi, per diversi motivi sintomatici: Tunisia ed Egitto per la caduta dei dittatori e per la presenza di una mobilitazione che non sembra essersi fermata ad una ricambio al vertice ma pone la questione della partecipazione e della giustizia; la Libia, dove i primi fermenti di mobilitazione popolare sono stati ferocemente repressi e hanno poi portato ad una guerra civile e ad un intervento militare occidentale che hanno aperto un dibattito aspro anche nelle fila della sinistra e del movimento anti-guerra; la Siria, dove prosegue una mobilitazione anche qui ferocemente repressa, in un paese particolare e centrale per gli equilibri nella regione mediorientale; la Palestina, perché rimane una ferita aperta senza la soluzione della quale non è possibile alcuna alternativa generale nei paesi arabi.
Chiude il numero un articolo sulla realtà delle migrazioni dall’Africa, non solo del nord, legata alla nuova situazione conseguente alle rivolte arabe e alla volontà europea di chiudere al più presto le frontiere impedendo qualsiasi passaggio tra le due sponde del Mediterraneo. Un’ennesima conferma di quanto le rivoluzioni in corso riguardino anche tutte/i noi.

 


Copyright 1993/2003 Guerre&Pace
Mensile di informazione internazionale alternativa
Ed. e propr. Associazione G&P. Stampa La grafica Nuova, v. Somalia 8, Torino.
Autorizz. Trib. Milano n. 55 del 13/2/1993. Dir. resp. Walter Peruzzi