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Libertà duratura

La guerra in Afghanistan è una di quelle realtà che arriva sui nostri media in maniera saltuaria e decisamente selettiva. Malgrado la presenza di oltre 4000 militari italiani, i 3,5 miliardi di euro spesi in 10 anni, l’importanza politica e umana di qual conflitto, si parla di Afghanistan solo quando ci sono notizie “particolari” (in primo luogo militari italiani che vengono colpiti). Forse è “normale” sia così: i quotidiani non sono disposti a parlare quotidianamente di una guerra nascosta, poco “spettacolare”, poco visibile, senza colpi di scena abbastanza interessanti. Le riviste con altra periodicità dovrebbero invece prendersi l’impegno di approfondire, scavare, provare a capire cosa davvero stia succedendo, esercitare una capacità di inchiesta e autonomia critica che costa loro troppo, sia in termini di risorse che di elasticità intellettuale. E comunque non farebbe vendere.
Così c’è voluto Wikileaks perché si “scoprissero” i segreti di una guerra che già erano evidenti a chi volesse guardarli. Ma dopo un anno anche quei “segreti” sono entrati a far parte del rumore di fondo della rete, che contiene tutto, ma non è in grado di creare il necessario “scandalo” che permetta di chiedere conto ai responsabili di quella guerra quali siano i progetti  e le strategie, e provare a rendere ancora forte l’opposizione a queste guerre inutili e dannose (dal punto di vista dei risultati per le popolazioni), e necessarie ai poteri planetari per mantenere il controllo e le loro relazioni gerarchiche mondiali.

. . . . . . . . . . . . continua l'editoriale


Rivoluzioni in corso

Gli avvenimenti cominciati alla fine dello scorso anno in diversi paesi del nord Africa e del medioriente sono stati analizzati e considerati in diversi modi.
Qualcuno ha parlato di vere e proprie “rivoluzioni permanenti”, cominciate con una rottura degli equilibri politici in seguito ad una mobilitazione di massa che ha portato nelle strade – propriamente – soggetti sociali e cittadine/i che hanno ritenuto ormai insopportabile la situazione che stavano vivendo.
Altri hanno invece considerato il movimento in corso come un fuoco di paglia, un semplice ricambio della parte più indifendibile di una classe politica necessario perché tutto potesse rimanere come prima, sul piano economico e delle relazioni internazionali – tra questi alcuni hanno addirittura considerato le rivolte come eterodirette e funzionali ad una maggiore presenza degli Usa, analisi che richiama quanto successo nelle varie “rivoluzioni arancioni” dell’est europeo. Tra queste posizioni tante altre che possiamo definire “intermedie”. A noi sembra che quanto è accaduto rappresenti una rottura storica estremamente interessante e importante, un movimento che avrà conseguenze per lungo tempo e che porterà a trasformazioni in tutta la regione.

. . . . . . . . . . . . continua l'editoriale

 


Femminismo e pacifismo

In questo numero ci occupiamo, nella parte monografica, della “condizione femminile” così come si è presentata negli ultimi anni. La manifestazione del 13 febbraio l'ha riportata alla luce in uno di quei momenti di emersione del rimosso che ogni tanto vengono stabiliti. Allo slogan ufficiale “Se non ora, quando?”, le donne di Femminismo a sud e del Comitato per i diritti delle prostitute hanno risposto con un semplice avverbio, “sempre!”, a sottolineare l'ottusità delle periodiche riscoperte di ciò che c'è ed è sempre stato, e che solo la violenta miopia del mondo dell'informazione e della politica istituzionale ignora e vorrebbe impedire di vedere. Il femminismo, come la classe operaia e il movimento studentesco, sono stati più volte spacciati per morti, e chi ne parlava veniva puntualmente sommerso di ingiurie sia da parte dei nemici storici, che assaporavano il trionfo, sia da ex amici e compagni, la cui spocchia era ed è ormai pari all'insignificanza più completa a livello culturale e politico (ma non elettorale, perché le clientele e il servilismo funzionano ancora). E invece esistono, e sono sempre esistiti, liberi canali di comunicazione supportati dall'informazione in rete unita alla tradizionale militanza, che hanno tenuto alta la soglia di resistenza anche quando, da destra come da sinistra, partivano e partono raffiche micidiali.

. . . . . . . . . . . . continua l'editoriale

 


Vent’anni dopo, la guerra…

Sono passati vent’anni dal 17 gennaio 1991, una data in cui molti di noi si sono svegliate/i con negli occhi le immagini dei missili statunitensi e alleati su Baghdad e nella testa la consapevolezza che da quel momento si stava aprendo una nuova epoca delle relazioni internazionali.
Lo avevamo in qualche modo previsto fin da quando – come “reazione” all’invasione irachena del Kuwait – le navi dei paesi Nato e di altri paesi alleati si avviavano verso il Golfo. Già alla fine dell’agosto 1990 molte manifestazioni avevano portato nelle strade un nuovo movimento contro la guerra, dopo gli anni di “latenza” seguiti alle proteste contro il dispiegamento degli “Euromissili” nei primi anni ’80.
Malgrado le proteste, i dibattiti, le prese di posizione contrarie alla guerra – e alla partecipazione italiana – i bombardamenti su Baghdad furono comunque uno shock, che portò centinaia di migliaia di persone a manifestare la loro opposizione alla guerra.

. . . . . . . . . . . . continua l'editoriale

 


CONTRADDIZIONI CINESI N. 160 Volendo utilizzare una consueta citazione cinematografica verrebbe banalmente da scrivere che “la Cina è vicina”, ma questa ormai è una definizione, oltre che abusata, troppo ristretta, perché la Cina è dappertutto, dal punto di vista politico, economico e in molti casi anche culturale.
Forse parlare di un “oscuro oggetto del desiderio” sarebbe più adatto, visto che sono in molti, spesso insospettabili, a sognare di “fare come in Cina”: imprenditori ed economisti neoliberali affascinati da una crescita di profitti e rendite per loro inimmaginabile; politici di entrambi gli schieramenti pronti a favorire ogni tipo di scambio commerciale con la Cina - ovviamente sollevando ipocritamente qualche protesta a bassa voce sul mancato rispetto dei diritti umani; qualche esponente di una sinistra “radicale” orfano di qualche modello e pronto a salutare con favore il “socialismo” cinese e il ruolo dello stato nell’economia. . continua l'editoriale

 



MIGRAZIONI E RAZZISMO IN EUROPA N. 159. Lo scorso anno, nel monografico Italia razzista (n. 154), abbiamo analizzato la politica italiana in materia d’immigrazione, facendone risaltare i tratti fortemente discriminatori e apertamente razzisti verso i migranti. Con questo numero cerchiamo di collocare tale politica nel contesto delle politiche europee, con particolare attenzione agli elementi di razzismo in esse presenti.
Data l’ampiezza del tema, il quadro è inevitabilmente lacunoso, prendendo in considerazione solo alcuni paesi e anzi alcuni aspetti delle loro politiche migratorie. Il materiale raccolto mi pare tuttavia che basti a mostrare i caratteri sempre più restrittivi e discriminatori delle politiche migratorie sia a livello delle singole nazioni, sia a livello dell’Unione.
. . continua l'editoriale

 



CHI STA VINCENDO? DIECI ANNI DI GLOBALIZZAZIONE & MOVIMENTI ALTERMONDISTI N. 158.
Dieci anni fa sui muri di Seattle, nei giorni del vertice dell’Organizzazione mondiale del commercio bloccato dalle mobilitazioni dei movimenti sociali e dalle difficoltà interne ai paesi membri, comparve una scritta diventata poi famosa che diceva “we are winning” - stiamo vincendo.
Dopo 10 anni molto è cambiato e questo monografico di G&P prova a indagare questi cambiamenti, nelle politiche globali e nello stato dei movimenti sociali, chiedendosi ironicamente “chi, sta vincendo?” (permetteteci la sgrammaticatura dell’inglese…).
A che punto è quella che è stata definita globalizzazione economica? ... . continua l'editoriale

 

 


AMERICA DA SUD N. 157
. Avanguardia del movimento mondiale contro la globalizzazione neoliberista l’America latina ha scuscitato e suscita grandi speranze e forti perplessità. Abbiamo cercato di indagare quali fermenti la stiano attraversando, superando per una volta la suddivisione nazionale, i grandi e piccoli protagonisti, per cercare i processi in corso. Ne è uscito un mosaico composito, in trasformazione e a tratti contraddittorio.
L’azione dei movimenti popolari (che siano indigeni, lavoratori, contadini, donne, negri, studenti, ecc.), molti, organizzati e consapevoli, è riuscita a ottenere riconoscimenti importanti e ha trovato maggiore ascolto in tanti paesi con governi “progressisti”, dando nuovi corpi alla  “utopia possibile”..... continua l'editoriale

 

 


GIUSTIZIA CLIMATICA N. 156
. Cop15 è il prossimo grande summit che riunirà i governi del pianeta dal 7 al 18 dicembre 2009 a Copenhagen per ridiscutere il protocollo internazionale sul cambiamento climatico (protocollo di Kioto). Si tratta della 15^ Conferenza delle parti (Conference of the Parties - Cop) sotto l’egida della United Nations Framework Convention on Climate Change (Unfccc). È il più alto organismo del Unfccc e riunisce una volta l’anno i  ministri dell’Ambiente per discutere gli sviluppi della convenzione.
Ormai tutti si dichiarano d’accordo sul fatto che è in atto una grave crisi ambientale dovuta all’eccessivo riscaldamento del pianeta per effetto dei gas-serra prodotti. Ma... continua l'editoriale

 


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. Mensile di informazione internazionale alternativa
Ed. e propr. Associazione G&P. Stampa La grafica Nuova, v. Somalia 8, Torino.
Autorizz. Trib. Milano n. 55 del 13/2/1993. Dir. resp. Walter Peruzzi